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Milano
- Fondazione dei Fasci di Combattimento
Senza
troppe formalità o pedanterie vi leggerò
tre dichiarazioni che mi sembrano degne di discussione
e di voto. Poi, nel pomeriggio, riprenderemo la
discussione sulla nostra dichiarazione programmatica.
Vi dico subito che non possiamo scendere ai dettagli.
Volendo agire prendiamo la realtà nelle sue
grandi linee, senza seguirla minutamente nei suoi
particolari.
Prima dichiarazione:
L'adunata del 23 marzo rivolge il suo primo saluto e
il suo memore e reverente pensiero ai figli d'Italia
che sono caduti per la grandezza della Patria e per la
libertà del mondo, ai mutilati e invalidi, a
tutti i combattenti, agli ex-prigionieri che compirono
il loro dovere, e si dichiara pronta a sostenere
energicamente le rivendicazioni d'ordine materiale e
morale che saranno propugnate dalle associazioni dei
combattenti.
Siccome noi non vogliamo fondare un partito dei
combattenti, poiché un qualche cosa di simile si sta
già formando in varie città d'Italia,
non possiamo precisare il programma di queste
rivendicazioni. Lo preciseranno gli interessati.
Dichiariamo che lo appoggeremo. Noi non vogliamo
separare i morti, né frugare loro nelle tasche per
vedere quale tessera portassero: lasciamo questa
immonda bisogna ai socialisti ufficiali.
Noi comprenderemo in un unico pensiero di amore tutti
i morti, dal generale all'ultimo fante,
dall'intelligentissimo a coloro che erano incolti ed
ignoranti. Ma voi mi permetterete di ricordare con
predilezione, se non con privilegio, i nostri morti,
coloro che sono stati con noi nel maggio glorioso: i
Corridoni, i Reguzzoni; i Vidali, i Deffenu, il nostro
Serrani, questa gioventú meravigliosa che è
andata al fronte e che là è rimasta.
Certo, quando oggi si parla di grandezza della patria
e di libertà del mondo, ci può essere
qualcuno che affacci il ghigno e il sorriso ironico,
poiché ora è di moda fare il processo alla
guerra: ebbene la guerra si accetta in blocco o si
respinge in blocco. Se questo processo deve essere
eseguito, saremo noi che lo faremo e non gli altri. E
volendo del resto esaminare la situazione nei suoi
elementi di fatto, noi diciamo subito che l'attivo e
il passivo di un'impresa così grandiosa non può
essere stabilito con le norme della regolarità
contabile: non si può mettere da una parte il
quantum di fatto e di non fatto: ma bisogna tener
conto dell'elemento "qualitativo". Da questo
punto di vista noi possiamo affermare con piena
sicurezza che la Patria oggi è píú grande:
non solo perché giunge al Brennero - dove giunge
Ergisto Bezzi, cui rivolgo il saluto - non solo perché
va alla Dalmazia. Ma è più grande
l'Italia anche se le piccole anime tentano un loro
piccolo giuoco; è più grande perché noi
ci sentiamo più grandi in quanto abbiamo
l'esperienza di questa guerra, inquantoché noi
l'abbiamo voluta, non c'è stata imposta, e
potevamo evitarla. Se noi abbiamo scelto questa strada
è segno che ci sono nella nostra storia, nel
nostro sangue, degli elementi e dei fermenti di
grandezza, poiché se ciò non fosse noi oggi
saremmo l'ultimo popolo del mondo. La guerra ha dato
ciò che noi chiedevamo: ha dato i suoi vantaggi
negativi e positivi: negativi in quanto ha impedito
alle case degli Hohenzollern, degli Absburgo e degli
altri di dominare il mondo, e questo è un
risultato che sta davanti agli occhi di tutti e basta
a giustificare la guerra. Ha dato anche i suoi
risultati positivi poiché in nessuna nazione
vittoriosa si vede il trionfo della reazione. In tutte
si marcia verso la più grande democrazia
politica ed economica. La guerra ha dato, malgrado
certi dettagli che possono urtare gli elementi più
o meno intelligenti, tutto quello che chiedevamo.
E perché parliamo anche degli ex-prigionieri-
È una questione scottante. Evidentemente ci
sono stati di quelli che si sono arresi, ma quelli si
chiamano disertori: d'altra parte in quella massa c'è
la grande maggioranza che è caduta prigioniera
dopo aver fatto il suo dovere, dopo aver, combattuto:
se così non fosse potremmo cominciare a bollare
Cesare Battisti e molti valorosi e brillanti ufficiali
e soldati che hanno avuto la disgrazia di cadere nelle
mani del nemico.
Seconda dichiarazione:
L'adunata del 23 marzo dichiara di opporsi
all'imperialismo degli altri popoli a danno
dell'Italia e all'eventuale imperialismo italiano a
danno di altri popoli; accetta il postulato supremo
della Società delle Nazioni che presuppone
l'integrazione di ognuna di esse, integrazione che per
quanto riguarda l'Italia deve realizzarsi sulle Alpi e
sull'Adriatico con la rivendicazione e annessione di
Fiume e della Dalmazia.
Abbiamo quaranta milioni di abitanti su una superficie
di 287 mila chilometri quadrati separati dagli
Appennini che riducono ancora di più la
disponibilità del nostro territorio lavorativo:
saremo fra dieci o venti anni sessanta milioni ed
abbiamo appena un milione e mezzo di chilometri
quadrati di colonia, in gran parte sabbiosi, verso i
quali certamente non potremo mai dirigere il più
della nostra popolazione. Me se ci guardiamo attorno
vediamo l'Inghilterra che con quarantasette milioni di
abitanti ha un impero coloniale di 55 milioni di
chilometri quadrati e la Francia che con una
popolazione di trentotto milioni di abitanti ha un
impero coloniale di 15 milioni di chilometri quadrati.
E vi potrei dimostrare con le cifre alla mano che
tutte le nazioni del mondo, non esclusi il Portogallo,
l'Olanda e il Belgio, hanno tutte quante un impero
coloniale al quale tengono e che non sono affatto
disposte a mollare in base a tutte le ideologie che
possono venire da oltre oceano.
Lloyd George parla apertamente di impero inglese.
L'imperialismo è il fondamento della vita per
ogni popolo che tende ad espandersi economicamente e
spiritualmente. Quello che distingue gli imperialismi
sono i mezzi. Ora i mezzi che potremo scegliere e
sceglieremo non saranno mai mezzi di penetrazione
barbarica, come quelli adottati dai tedeschi. E
diciamo: o tutti idealisti o nessuno. Si faccia il
proprio interesse. Non si comprende che si predichi
l'idealismo da parte di coloro che stanno bene a
coloro che soffrono, poiché ciò sarebbe molto
facile. Noi vogliamo il nostro posto nel mondo poiché
ne abbiamo il diritto.
Riaffermo qui in questo ordine del giorno, il
"postulato societario della Società delle
Nazioni". È nostro in fin dei conti, ma
intendiamoci: se la Società delle Nazioni deve
essere una solenne "fregata" da parte delle
nazioni ricche contro le nazioni proletarie per
fissare ed eternare quelle che possono essere le
condizioni attuali dell'equilibrio mondiale,
guardiamoci bene negli occhi. Io comprendo
perfettamente che le nazioni arrivate possano
stabilire questi premi d'assicurazione della loro
opulenza e posizione attuale di dominio. Ma questo non
è idealismo; è tornaconto e interesse.
Terza dichiarazione:
L'adunata del 23 marzo impegna i fascisti a sabotare
con tutti i mezzi le candidature dei neutralisti di
tutti i Partiti.
Voi vedete che io passo da un punto ad un altro, ma in
tutto ciò c'è logica, c'è un
filo. Io non sono un entusiasta delle battaglie
schedaiole, tanto è vero che da tempo ho
abolito le cronache del "Camerone" e nessuno
se ne è doluto: anzi il mio esempio aveva
consigliato altri giornali a ridurre questa cronaca
scandalosa fino ai limiti dello strettamente
necessario. In ogni modo è evidente che entro
quest'anno ci saranno le elezioni. Non si conosce
ancora la data né il sistema che sarà seguito,
ma dentro l'anno ci saranno queste battaglie
elettorali e cartacee.
Ora, si voglia o non si voglia, in queste elezioni si
farà il processo alla guerra, cioè il
"fatto guerra" essendo stato il fatto
dominante della nostra vita nazionale, è chiaro
che non si potrà evitare di parlare di guerra.
Ora noi accetteremo la battaglia precisamente sul
fatto guerra, poiché non solo non siamo pentiti di
quello che abbiamo fatto, ma andiamo più in là:
e con quel coraggio che è frutto del nostro
individualismo, diciamo che se in Italia si ripetesse
una condizione di cose simile a quella del 1915, noi
ritorneremmo a invocare la guerra come nel 1915.
Ora è molto triste il pensare che ci siano
stati degli interventisti che hanno defezionato in
questi ultimi tempi. Sono stati pochi e per motivi non
sempre politici. C'è stato il trapasso
originato da ragioni di indole politica che non voglio
discutere, ma c'è stata la defezione originata
dalla paura fisica. Per quietare la belva molliamo la
Dalmazia, rinunciamo a qualche cosa. Ma il calcolo
è pietosamente fallito. Noi, non solo non ci
metteremo su quel terreno politico, ma non avremo
nemmeno quella paura fisica che è semplicemente
grottesca. Ogni vita vale un'altra vita, ogni sangue
vale un altro sangue, ogni barricata un'altra
barricata. Se ci sarà da lottare impegneremo
anche la lotta delle elezioni. Ci sono stati
neutralisti fra i socialisti ufficiali e fra i
repubblicani. Anche i cosiddetti cattolici del Partito
italiano cercano di rimettersi in carreggiata per far
dimenticare la loro opera mostruosa che va dal
convegno di Udine al grido nefando uscito dal
Vaticano. Tutto ciò non è stato soltanto
un delitto contro la Patria ma si è tradotto in
un di piú di sangue versato, di mutilati e di feriti.
Noi andremo a vedere i passaporti di tutta questa
gente: tanto dei neutralisti arrabbiati come di coloro
che hanno accettato la guerra come una corvée penosa;
andremo nei loro comizi, porteremo dei candidati e
troveremo tutti i mezzi per sabotarli.
Noi non abbiamo bisogno di metterci programmaticamente
sul terreno della rivoluzione perché, in senso
storico, ci siamo dal 1915. Non è necessario
prospettare un programma troppo analitico, ma possiamo
affermare che il bolscevismo non ci spaventerebbe se
ci dimostrasse che esso garantisce la grandezza di un
popolo e che il suo regime sia migliore degli altri.
È ormai dimostrato irrefutabilmente che il
bolscevismo ha rovinato la vita economica della
Russia. Laggiù, l'attività economica,
dall'agricoltura all'industria, è totalmente
paralizzata. Regna la carestia e la fame. Non solo, ma
il bolscevismo è un fenomeno tipicamente russo.
Le nostre civiltà occidentali, a cominciare da
quella tedesca, sono refrattarie.
Noi dichiariamo guerra al socialismo, non perché
socialista, ma perché è stato contrario alla
nazione. Su quello che è il socialismo, il suo
programma e la sua tattica, ciascuno può
discutere, ma il Partito Socialista Ufficiale Italiano
è stato nettamente reazionario, assolutamente
conservatore, e se fosse trionfata la sua tesi non vi
sarebbe oggi per noi possibilità di vita nel
mondo. Non è il Partito Socialista quello che
può mettersi alla testa di un'azione di
rinnovamento e di ricostruzione. Siamo noi, che
facendo il processo alla vita politica di questi
ultimi anni, dobbiamo inchiodare alla sua
responsabilità il Partito Socialista Ufficiale.
E' fatale che le maggioranze siano statiche, mentre le
minoranze sono dinamiche. Noi vogliamo essere una
minoranza attiva, vogliamo scindere il Partito
Socialista Ufficiale dal proletariato, ma se la
borghesia crede di trovare in noi dei parafulmini,
s'inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro. Già
al tempo dell'armistizio io scrissi che bisognava
andare incontro al lavoro per chi ritornava dalle
trincee, perché sarebbe odioso e bolscevico negare il
riconoscimento dei diritti di chi ha fatto la guerra.
Bisogna perciò accettare i postulati delle
classi lavoratrici: vogliono le otto ore? Domani i
minatori e gli operai che lavorano di notte imporranno
le sei ore? Le pensioni per l'invalidità e la
vecchiaia? Il controllo sulle industrie? Noi
appoggeremo queste richieste, anche perché vogliamo
abituare le classi operaie alla capacità
direttiva delle aziende, anche per convincere gli
operai che non è facile mandare avanti
un'industria e un commercio.
Questi sono i nostri postulati, nostri per le ragioni
che ho detto innanzi e perché nella storia ci sono
cicli fatali per cui tutto si rinnova, tutto si
trasforma. Se la dottrina sindacalista ritiene che
dalle masse si possano trarre gli uomini direttivi
necessari e capaci di assumere la direzione del
lavoro, noi non potremo metterci di traverso, specie
se questo movimento tenga conto di due realtà:
la realtà della produzione e quella della
nazione.
Per quello che riguarda la democrazia economica, noi
ci mettiamo sul terreno del sindacalismo nazionale e
contro l'ingerenza dello Stato, quando questo vorrebbe
assassinare il processo di creazione della ricchezza.
Combatteremo il retrogradismo tecnico e spirituale. Ci
sono industriali che non si rinnovano dal punto di
vista tecnico e dal punto di vista morale. Se essi non
troveranno la virtù di trasformarsi, saranno
travolti, ma noi dobbiamo dire alla classe operaia che
altro è demolire, altro è costruire, che
la distruzione può essere opera di un'ora,
mentre la creazione è opera di anni o di
secoli.
Democrazia economica, questa è la nostra
divisa. E veniamo alla democrazia politica.
Io ho l'impressione che il regime attuale in Italia
abbia aperto la successione. C'è una crisi che
balza agli occhi di tutti. Abbiamo sentito tutti
durante la guerra l'insufficienza della gente che ci
governa e sappiamo che si è vinto per le sole
virtù del popolo italiano, non già per
l'intelligenza e la capacità dei dirigenti.
Aperta la successione del regime, noi non dobbiamo
essere degli imbelli. Dobbiamo correre. Se il regime
sarà superato, saremo noi che dovremo occupare
il suo posto. Perciò creiamo i Fasci: questi
organi di creazione e agitazione capaci di scendere in
piazza a gridare: "Siamo noi che abbiamo diritto
alla successione perché fummo noi che spingemmo il
paese alla guerra e lo conducemmo alla
vittoria!".
Dal punto di vista politico abbiamo nel nostro
programma delle riforme: il Senato deve essere
abolito. Mentre traccio questo atto di decesso devo
però aggiungere che il Senato in questi ultimi
tempi si è dimostrato di molto superiore alla
Camera.
Ci voleva poco? È vero, ma quel poco è
stato fatto. Noi vogliamo dunque che quell'organismo
feudale sia abolito; chiediamo il suffragio
universale, per uomini e donne; lo scrutinio di lista
a base regionale; la rappresentanza proporzionale.
Dalle nuove elezioni uscirà un'assemblea
nazionale alla quale noi chiediamo, che decida sulla
forma di governo dello Stato italiano. Essa dirà:
repubblica o monarchia, e noi che siamo stati sempre
tendenzialmente repubblicani, diciamo fin da questo
momento: repubblica! Noi non andremo a rimuovere i
protocolli e a frugare negli archivi, non faremo il
processo retrospettivo e storico alla monarchia.
L'attuale rappresentanza politica non ci può
bastare; vogliamo una rappresentanza diretta dei
singoli interessi, poiché io, come cittadino, posso
votare secondo le mie idee, come professionista devo
poter votare secondo le mie qualità
professionali.
Si potrebbe dire contro questo programma che si
ritorna verso le corporazioni. Non importa. Si tratta
di costituire dei Consigli di categorie che integrino
la rappresentanza sinceramente politica.
Ma non possiamo fermarci su dettagli. Fra tutti i
problemi, quello che oggi interessa di piú è
di creare la classe dirigente e di munirla dei poteri
necessari.
E inutile porre delle questioni più o meno
urgenti se non si creano i dirigenti capaci di
risolverle.
Esaminando il nostro programma vi si potranno trovare
delle analogie con altri programmi; vi si troveranno
postulati comuni ai socialisti ufficiali, ma non per
questo essi saranno identici nello spirito perché noi
ci mettiamo sul terreno della guerra e della vittoria
ed è mettendoci su questo terreno che noi
possiamo avere tutte le audacie. Io vorrei che oggi i
socialisti facessero l'esperimento del potere, perché
è facile promettere il paradiso, difficile
realizzarlo. Nessun Governo domani potrebbe
smobilitare tutti i soldati in pochi giorni o
aumentare la quantità dei viveri, perché non
ce ne sono. Ma noi non possiamo permettere questo
esperimento perché i socialisti vorrebbero portare in
Italia una contraffazione del fenomeno russo al quale
tutte le menti pensanti del socialismo sono contrarie,
da Branting e Thomas a Bernstein, perché il fenomeno
bolscevico non abolisce le classi, ma è una
dittatura esercitata ferocemente.
Noi siamo decisamente contro tutte le forme di
dittatura, da quella della sciabola a quella del
tricorno, da quella del denaro a quella del numero;
noi conosciamo soltanto la dittatura della volontà
e dell'intelligenza.
Vorrei perciò che l'assemblea approvasse un
ordine del giorno nel quale accettasse le
rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di
vista economico.
Posta questa bussola al nostro viaggio, la nostra
attività dovrà darci subito la creazione
dei Fasci di combattimento. Domani indirizzeremo la
loro azione simultaneamente in tutti i centri
d'Italia. Non siamo degli statici; siamo dei dinamici
e vogliamo prendere il nostro posto che deve essere
sempre all'avanguardia".
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