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Voi
vi adunate a Roma, mentre può dirsi
giunta al termine, e in un periodo di tempo
che appare miracolosamente breve, l'ardua e
faticosa opera compiuta dal Regime per
organizzare la società nazionale. Anche
nelle altre Nazioni esistono forze organizzate
nel terreno politico e in quello economico: ma
queste forze, salvi i sempre avvenuti e
possibili e talora miserevoli compromessi
sotterranei, sono fuori dello Stato e spesso
contro la Stato. Per la prima volta nella
storia dei mondo, non una piccola, ma una
grande società nazionale di ben 42
milioni è organizzata nello Stato e
dallo Stato. E, fenomeno più singolare
ancora, è che nessuno vuole rimanere
estraneo a questa organizzazione.
L'Italiano
del 1928 vuole essere una unità di
questo gigantesco inquadramento, poiché sente
che egli sarebbe un ilota qualora ne fosse un
escluso. Quale capovolgimento di posizioni
mentali e politiche! Così, la posizione
vostra, o industriali italiani, è
definita sotto il suo triplice aspetto
politico, professionale, morale, quale risulta
dalla legislazione fascista, dalla legge del 3
aprile 1926 in poi. La vostra posizione
professionale è fissata dalla Carta del
Lavoro, quando vi attribuisce senza equivoci
la gestione e la responsabilità
dell'azienda. Ma è sulla vostra
posizione «morale» che mi piace di
soffermarmi.
Voi
siete, oggi, balzati all'avanguardia di una
grande trasformazione, che viene effettuandosi
nel tipo di economia capitalistica e che
prelude, forse non solo in Italia, al nuovo
tipo di economia corporativa. Ho l'orgoglio di
avere previsto questo fatale andare
nell'immediato dopo guerra. Il capitalista,
così come ci fu dipinto dalle
letterature presocialistiche, non esiste più.
Si è verificata una separazione tra
capitale e gestione, tra industriale e
capitalista. Il capitale, col sistema delle
società anonime per azioni, si è
dilatato, talora sino alla polverizzazione. I
possessori del capitale di un'azienda,
attraverso il possesso delle azioni, sono
spesso innumerevoli. Mentre il capitale
diventava anonimo ed il capitalista del pari,
balzava al primo piano dell'economia il
gestore dell'impresa, il capitano d'industria,
il creatore della ricchezza. Lo stesso impiego
della terminologia militare sta a provare che
gli industriali possono essere definiti
«i quadri», sul terreno
produttivo, del grande esercito dei
lavoratori.
Da
ciò discendono conseguenze che vedremo
tra poco. La produzione della ricchezza passa
quindi dal piano dei fini individuali a quello
dei fini nazionali. Da questa nostra nuova
posizione politico-morale scaturiscono dei
nuovi doveri, delle vere necessità. La
collaborazione, più ancora che dalle
leggi o dagli istituti o dalla volontà,
è imposta dalle cose, cioè dalla
fase attuale della economia. Questa
collaborazione deve essere interpretata ed
attuata nel suo più vasto significato:
gli operai, come le truppe, sono gli elementi
indispensabili per la battaglia, e la vittoria
è anche il risultato dei rapporti che
si stabiliscono tra ufficiali e soldati. La
collaborazione deve essere aperta, senza
riserve o ripieghi. Ancora e sempre il fatto e
l'esempio valgono più delle verbali
propagande. Così, nel sistema fascista,
gli operai non sono più degli «sfruttati»,
secondo le viete terminologie, ma dei
collaboratori, dei produttori, il cui livello
di vita deve essere elevato materialmente e
moralmente, in relazione ai momenti ed alle
possibilità.
Io
affermo che, in tempo di crisi, è
nell'interesse degli operai di accettare una
decurtazione di salari; ma, a crisi superata,
è nell'interesse degli industriali di
riaumentare i salari, riequilibrando la
situazione. Non è possibile, in Italia,
per troppo ovvie ragioni, la politica fordista
degli alti salari, ma non è nemmeno
consigliabile politica dei bassi salari, la
quale, deprimendo i consumi di vaste masse,
finisce per danneggiare l'industria stessa.
Per
debito di lealtà e di verità,
aggiungo che gli industriali italiani, nella
loro enorme maggioranza, condividono queste
idee, e lo dimostra l'ingente mole di
contratti collettivi firmati, nei quali sono
state consacrate le clausole della Carta del
Lavoro.
Né
passerò sotto silenzio l'atteggiamento
d'aperta adesione che gli industriali hanno
dato alle realizzazioni della legislazione
sociale, anche le più audaci, come
l'assicurazione obbligatoria contro la
tubercolosi, o gli atti di munificenza a
favore dell'arte, della scienza o della pietà
umana. Questo dimostra che l'orizzonte degli
industriali fascisti non si limita a quello
dell'officina, sibbene abbraccia altri aspetti
e altre manifestazioni della vita.
Sulla
crisi e sul suo andamento vi ha parlato il
vostro Presidente. Crisi vi sono state e vi
saranno sempre. È perfettamente
comprensibile che, prima della guerra, le
crisi economiche raramente avessero carattere
di universalità; è perfettamente
comprensibile che la guerra mondiale abbia
determinato una crisi mondiale. Ma io credo
che siano già in atto gli elementi
risolutivi della crisi. Li voglio brevemente
accennare. Prima di tutto, la pace politica
tra le Nazioni. Dopo la guerra vi sono stati
dei conflitti fra Stati, conflitti che, come
quello russo-polacco o greco-turco, possono
dirsi periferici. È da prevedere però
che la pace non sarà turbata fra le
grandi Nazioni d'occidente, che sono quelle
che danno l'indirizzo alla civiltà del
mondo.
Dopo
la pace politica, la pace sociale. Assistiamo
all'eclissi della lotta di classe. Dopo
l'ultimo sciopero dei minatori inglesi, le
classi europee sono entrate in un periodo di
stasi. D'altra parte, ben più
irreparabile che l'eclissi della lotta di
classe, è l'eclissi del socialismo come
dottrina e come pratica.
Schematicamente
fissate, le vostre direttive di azione non
possono essere che queste: collaborazione
solidale, vorrei dire fascisticamente schietta
e cordiale, coi tecnici e con gli operai,
concentrazione delle energie all'interno,
fronte unico in faccia al mondo,
valorizzazione dell'artigianato, alleanza
stretta con l'agricoltura, che è la
base dell'economia italiana. Come i Sindacati
dei lavoratori, così anche i vostri
Sindacati devono sentire l'orgoglio di
collaborare a questa radicale trasformazione
della vita nazionale, per cui il popolo
italiano sta compiendo, in perfetta disciplina
e con sempre più fiera consapevolezza,
una ai quelle grandi esperienze storiche che
costituirono in ogni tempo l'alto privilegio
riservato alle Nazioni direttrici della civiltà
umana.
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