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Camerati,
signori,
Prima
di tracciare le linee di questo discorso ho
voluto rileggere sulla Gazzetta Ufficiale il
testo della legge 20 marzo 1930, n. 206, che
istituisce il Consiglio nazionale delle
Corporazioni. L'ho voluto rileggere per
definire nella maniera più sintetica
possibile l'istituto che ho il piacere e
l'onore di inaugurare in questo giorno: Natale
di Roma e Festa del Lavoro.
La
definizione può essere questa: il
Consiglio nazionale delle Corporazioni
è, nell'economia italiana, quello che
lo Stato Maggiore è negli Eserciti: il
cervello pensante che prepara e coordina. La
similitudine militare non vi dispiacerà,
poiché quella che l'economia italiana deve
combattere è veramente una rude,
incessante guerra che richiede uno Stato
Maggiore, dei quadri, delle truppe che siano,
per il loro compito, all'altezza della
situazione.
L'economia
italiana è qui rappresentata nelle
sette Sezioni specificate nell'articolo 4
della legge, che certamente ognuno di voi
conosce a memoria, anche perché è
stata, durante due anni, dibattutissima. Ma
questo Stato Maggiore ristretto si allarga
nell'assemblea generale, quando all'ordine del
giorno ci siano questioni, appunto, di ordine
generale.
È
perfettamente logico che siano chiamati a
partecipare all'assemblea generale i dirigenti
del P. N. F., il quale, avendo fatto la
Rivoluzione, non può essere mai
straniato dagli istituti che la Rivoluzione
stessa realizza in ogni campo; taluni
direttori dei Ministeri interessati,
utilissima innovazione per approfondire e
rendere costanti i contatti tra le forze vive
della Nazione e gli strumenti esecutivi delle
amministrazioni dello Stato; il presidente
delle Associazioni dei Mutilati e dei
Combattenti, non solo per i problemi specifici
interessanti quelle due categorie, ma per un
riconoscimento morale dei loro sacrifici in
guerra e della loro funzione in pace; e,
finalmente, dieci persone che chiamerò
esperti o piuttosto «periti»,
affermazione questa di notevole rilievo in
quanto il Regime fascista non vuole esiliare
la dottrina e gli uomini di pensiero o
rinchiuderli nei loro studi o nei loro
laboratori, ma desidera avere da essi un
apporto concreto per le risoluzioni dei
problemi economici, problemi che dopo le
grandi guerre, dalle Puniche in poi, hanno
sempre gravemente tormentato i popoli.
Le
attribuzioni del Consiglio nazionale delle
Corporazioni sono chiaramente e analiticamente
fissate negli articoli 10 e 12. Soprattutto
quest'ultimo articolo caratterizza la legge e
le dà il suo particolare sapore. Senza
questo articolo il Consiglio sarebbe un organo
semplicemente consultivo; con questo articolo
la legge immette un fattore nuovo nella vita
economica e sociale italiana. I primi due
paragrafi dell'art. 12 sono importanti, ma non
eccezionalmente. Il paragrafo terzo, invece,
è la chiave di volta di tutta la legge,
che solo per quelle tre righe merita
l'appellativo di rivoluzionaria. Le cautele
che seguono nell'art. 12 sono la conferma che
non si tratta di un salto nel vuoto, come i
soliti misoneisti dell'antifascismo hanno
tentato far credere, sibbene di un passo
innanzi, misurato ma deciso.
Nell'art.
12 vi è tutta la corporazione, così
come l'intende e la vuole lo Stato fascista.
È nella corporazione che il
sindacalismo fascista trova infatti la sua
meta. Il sindacalismo, di ogni scuola, ha un
decorso che potrebbe dirsi comune, salvo i
metodi: s'incomincia con l'educazione dei
singoli alla vita associativa; si continua con
la stipulazione dei contratti collettivi; si
attua la solidarietà assistenziale o
mutualistica; si perfeziona l'abilità
professionale. Ma mentre il sindacalismo
socialista, per la strada della lotta di
classe, sfocia sul terreno politico, avente a
programma finale la soppressione della
proprietà privata e dell'iniziativa
individuale, il sindacalismo fascista,
attraverso la collaborazione di classe, sbocca
nella corporazione, che tale collaborazione
deve rendere sistematica e armonica,
salvaguardando la proprietà, ma
elevandola a funzione sociale, rispettando
l'iniziativa individuale, ma nell'ambito della
vita e dell'economia della Nazione.
Il
sindacalismo non può essere fine a se
stesso: o si esaurisce nel socialismo politico
o nella corporazione fascista. È solo
nella corporazione che si realizza l'unità
economica nei suoi diversi elementi: capitale,
lavoro, tecnica; è solo attraverso la
corporazione, cioè attraverso la
collaborazione di tutte le forze convergenti a
un solo fine, che la vitalità del
sindacalismo è assicurata. È
solo, cioè, con un aumento della
produzione, e quindi della ricchezza, che il
contratto collettivo può garantire
condizioni sempre migliori alle categorie
lavoratrici; in altri termini, sindacalismo e
corporazione sono interdipendenti e si
condizionano a vicenda; senza sindacalismo non
è pensabile la corporazione; ma senza
corporazione il sindacalismo stesso viene,
dopo le prime fasi, a esaurirsi in un'azione
di dettaglio, estranea al processo produttivo;
spettatrice non attrice; statica e non
dinamica.
È
ciò che accade in tutti i Paesi
dell'occidente dove il sindacalismo, non
potendo arrivare alla cosiddetta
socializzazione dei mezzi di produzione e di
scambio, come in Italia alla corporazione,
segna il passo, o impegna battaglie che si
concludono regolarmente in disastri. Gli
è che il sindacalismo giunge a un punto
in cui deve o tramutarsi in qualche altra cosa
o ridursi all'ordinaria amministrazione.
È per quest'ordine di ragionamenti che
io attribuisco la massima importanza all'art.
12 della legge: è per questo che io
affermo l'originalità e la forza di
questo istituto, nel quale la corporazione
trova la sua espressione non soltanto
economica, ma Politica e morale.
Ciò
precisato, voglio aggiungere subito che non
bisogna attendersi di punto in bianco eventi
portentosi e miracoli, inauditi dal
funzionamento, che oggi praticamente
incomincia, del Consiglio nazionale delle
Corporazioni. L'azione che esso deve
armonizzare e, se necessario, stimolare, si
svolge in un momento interessante
dell'economia mondiale. Ho detto interessante,
nel senso che deve richiamare l'attenzione del
Governo e dei ceti dirigenti. Il fenomeno non
è italiano, ma universale e quindi
anche italiano. È una situazione di
disagio, - più o meno acuto, - sulle
cui cause è perfettamente inutile di
insistere, poiché sono note a ogni mediocre
osservatore della realtà economica
attuale.
Mettetevi
al lavoro, in questo nuovo istituto, nuovo
nell'Italia e nel mondo, con alto senso di
responsabilità, con visione non
unilaterale ma globale dei problemi che
saranno sottoposti al vostro esame, con
spirito di schietta, moderna, fascistica
collaborazione, e il Consiglio nazionale delle
Corporazioni risponderà agli obiettivi
per cui fu creato: aumentare la potenza e il
benessere del popolo italiano.
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