|
Camerati!
Stasera
sono in vena, ed avendo superato la noia che
io debbo superare tutte le volte che debbo
pronunziare un discorso, attendetevene uno che
vi darà un'ora di grande allegrezza,
perché sarà schiettissimo nella forma
e nella sostanza. Ecco un congresso che ha
sbalordito i nostri avversari. (Applausi).
Lo abbiamo ridotto sul preventivato del
cinquanta per cento. Credo che se noi avessimo
avuto volontà, probabilmente il
congresso sarebbe finito prima di cominciare.
(«Bene!» Applausi). Perché?
Perché
il Partito si è trovato dinanzi a dei
fatti compiuti, a delle opere ultimate. Il
Partito Nazionale Fascista è oggi
granitico ed unanime come non fu mai. (Applausi).
Tutte le volte che io sentivo qualcuno di
voi rinunziare alla parola, tutte le volte che
io dovevo sospingere qualcuno di voi alla
tribuna, vi avrei abbracciato. (Applausi). L'ho
sognata io la generazione italiana dei
silenziosi operanti. L'ho voluta io, riducendo
il mio stile ed abolendo tutto ciò che
era decorazione, fronzolo, superficialità.
(Applausi). Annullando tutti i residui
del seicentismo, tutta la ciarla vana che era
necessaria quando gli italiani si riunivano
per discutere quali degli immortali principi
erano marciti e quali dovevano ancora marcire.
(«Bene!». Applausi). E sono
sicuro che quei signori che si sono
autodefiniti i sacerdoti ufficianti di una
misteriosa divinità che si chiama
l'opinione pubblica e della quale noi ci
strainfischiamo, sono sicuro che i giornalisti
avversari o eziandio fiancheggiatori
troveranno che un congresso che non parla, un
congresso di soldati e non di politici,
è una specie di abominazione. Noi siamo
ancora per fortuna un esercito. (Applausi).
Io
sapevo che nessuno di voi era invecchiato. Pur
tuttavia temevo che quattro anni di tempo
avessero dato alla vostra corporatura quel di
più di adipe che accompagna il triste
passaggio dei quarant'anni. Siete ancora
sveltissimi, muscolosi, agilissimi, veramente
degni di incarnare la giovinezza d'Italia. (Applausi).
E
questo congresso, malgrado il passaggio del
tempo, è stato ancora più
fascista di quello che non fosse il congresso
di quattro anni or sono. (Applausi).
Parlo ai fascisti; parlerò quindi
preciso. Il segretario generale del Partito ha
dato le direttive, ma io le voglio precisare
ancora. Credo che siate tutti d'accordo che
non si debbano più dare tessere ad
honorem. («Benissimo!».
Applausi). Noi non vogliamo creare questa
specie di giubilati o di senatori del Partito.
(Applausi). D'ora innanzi per avere una
tessera ad honorem bisognerà o avere
scritto un poema più bello della Divina
Commedia, o avere scoperto il sesto
continente, oppure aver trovato i! mezzo
d'annullare il nostro debito cogli
anglosassoni. (Applausi).
Credo
anche che tutti voi siate d'accordo nel
deprecare la violenza spicciola, la violenza
bruta, inintelligente, che noi non possiamo
coprire, ma dobbiamo colpire. La camicia nera
non è la camicia di tutti i giorni e
non è nemmeno una uniforme: è
una tenuta di combattimento e non può
essere indossata se non da coloro che nel
petto alberghino un animo puro. («Bene!».
Applausi).
Voi
sapete quello che io penso della violenza. Per
me essa è profondamente morale, più
morale del compromesso e della transazione. Ma
perché abbia in se stessa la giustificazione
della sua alta moralità, è
necessario che sia sempre guidata da un'idea,
giammai da un basso calcolo, da un meschino
interesse, («benissimo!»;
applausi vivissimi); e sopratutto bisogna
evitare la violenza contro coloro che non sono
colpevoli o piuttosto ignoranti o fanatici.
Ora
vi farò una confessione che vi riempirà
l'animo di raccapriccio. Sono pensoso prima di
farla. Non ho mai letto una pagina di
Benedetto Croce. (Vivissima ilarità,
vivi applausi). Questo vi dica quello che
io penso di un fascismo che fosse «culturizzato»
con la «kappa» tedesca. I filosofi
risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono
però incapaci di risolverne uno solo
nella realtà della vita. (Vive
approvazioni).
Io
ammetto l'intelligenza fascista e sono stato
favorevole a che sorgessero delle rivistine e
dei giornali di combattimento intellettuale,
ma desidero che costoro aguzzino il loro
ingegno per fare la critica spietata dal punto
di vista fascista del socialismo, del
liberalismo, della democrazia. (Vive
approvazioni). Ma se invece costoro
debbono utilizzare l'ingurgitamento della
cultura universitaria, che io consiglio di
rapidamente assimilare e di espellere non meno
rapidamente (vivissima ilarità),
se costoro non fanno che vessare e
ipercriticare tutto quello che di criticabile
c'è in un movimento così
complesso come il movimento fascista, allora
io vi dichiaro schiettamente che preferisco al
cattedratico impotente lo squadrista che
agisce. (Applausi vivissimi).
Ieri
ho detto all'on. Rossoni, che bisognava
difendere il lavoro. Certamente, ma non
è vero che io sia scettico sul
sindacalismo. Volevo veder chiaro nelle cifre.
Ma io sono un vecchio sindacalista. Io ritengo
che il fascismo debba applicare gran parte
delle sue energie all'organizzazione e
all'inquadramento delle masse lavoratrici (applausi
vivissimi), anche perché ci vuole
qualcuno che seppellisca il liberalismo. Il
sindacalismo è l'affossatore del
liberalismo. (Vivissime approvazioni, vivi
applausi).
Il
sindacalismo, quando raccolga le masse, le
inquadri, le selezioni, le purifichi e le
elevi, è la creazione nettamente
antitetica alla concezione atomistica e
molecolare del liberalismo classico. Poi, o
camerati, non è più il caso di
discutere sull'opportunità o meno del
sindacalismo. Come sempre, il fatto, nel
fascismo, ha preceduto la dottrina. Bisogna
fare del sindacalismo senza demagogia, del
sindacalismo selettivo ed educativo, del
sindacalismo, se volete, mazziniano, che non
prescinda mai, parlando dei diritti, dei
doveri, che bisogna necessariamente compiere.
(Applausi vivissimi).
Voglio
combattere una piccola stortura che affiora
qua e là nelle provincie. Spesso essa
è il risultato di un capriccio o di uno
scherzo, quando non sia originata da altri
impulsi. Tale stortura io combatto
recisissimamente ed è la stortura
antiromana. Signori, io sono romano! (Vivissimi
applausi). Signori, è ora di
finirla con i municipalismi! (Applausi
vivissimi).
In
uno Stato bene ordinato non c'è che una
capitale e quando questa capitale si chiama
Roma, tutti hanno il dovere di sentire
l'ineffabile orgoglio di essere un gregario di
questa immensa e superba capitale. (Applausi
vivissimi e prolungati). Prima di tutto
non è vero che a Roma non vi sia il
fascismo e che Roma sia una specie di sentina.
In ogni caso la farebbero gli italiani, perché,
i romani sono la minoranza di Roma (Applausi);
ma poi tutto ciò è nemico, o
signori, di quella concezione dell'impero che
è la base della nostra dottrina. E
l'unica città che nelle rive del
Mediterraneo, fatale e fatato, abbia creato
l'impero è Roma. (Approvazioni).
Noi
abbiamo i nostri morti, i nostri
gloriosissimi morti, e non è senza una
grande commozione che ieri io sfogliavo il
libro che è dedicato alla loro memoria.
Ma non bisogna fare troppe cerimonie per i
nostri morti e vi prego, uscendo di qui, di
non andare al Milite Ignoto. (Commenti).
Non bisogna dare l'impressione che il Milite
Ignoto sia diventato una specie di passeggiata
obbligatoria. (Vivissime approvazioni,
vivissimi applausi). Ormai ci vanno tutti,
anche quelli che sono responsabili della morte
di tanti militi più o meno ignoti,
sacrificati dal disfattismo di prima, di
durante, di dopo la guerra. (Applausi
vivissimi).
Ed
ora che ho parlato a voi, parlo agli altri.
Noi siamo indicati come i revisori dello
Statuto, come i tiranni che hanno ucciso la
dea libertà, come i calpestatori della
Costituzione. C'è un Giosuè
liberale che proietta le sue posteriorità
eminenti all'orizzonte e grida: «Fermati
o sole!». (Vivissima ilarità).
Quanti ne abbiamo di questi Giosuè all'ingiro!
E il sole si sarebbe fermato il 4 marzo del
1848, quando fu concesso lo Statuto! Ebbene,
io ho una grande venerazione per lo Statuto,
come ho una grande venerazione per tutte le
cose che rappresentano un episodio
significativo nella storia della nazione
italiana. Ma lo Statuto, o signori, non può
essere un gancio al quale si debbano impiccare
tutte le generazioni italiane. Lo stesso
Cavour, all'indomani della promulgazione dello
Statuto, diceva che lo Statuto è
modificabile. La stessa tesi fu sostenuta di
poi da Minghetti, da Crispi, da Bertani e da
moltissimi altri. Lo Statuto era adatto al
Piemonte del 1848, il quale Piemonte ha
moltissimi meriti, ma non ha quello dello
Statuto. Non è il Piemonte che ha dato
lo Statuto all'Italia: è l'Italia che
ha dato lo Statuto al Piemonte.
Notate,
o signori, che il Piemonte ha una importanza
straordinaria nella storia, della nazione
italiana perché per molti secoli è
stato l'unico Stato nazionale, l'unico Stato
che faceva una politica internazionale,
l'unico Stato che aveva un esercito, che
partecipava a tutte le grandi guerre europee,
l'unico Stato che nel '48 ha avuto il
coraggio, piccolo Stato di pochi milioni di
uomini, di andare contro quel grande colosso
che era l'Austria di allora. Ma non ha il
merito dello Statuto: giorno per giorno noi
dobbiamo violarlo. Guai se lo portassimo fuori
all'aria libera! Lo Statuto nel '48 non
contemplava le colonie. E forse un governatore
di colonia non ha diritto di far parte al
Senato? (Vivissimi applausi scroscianti;
tutto il congresso scatta in piedi e grida
ripetutamente: «Viva De Vecchi»).
Forse
Sua Maestà il re non ha il diritto di
comandare le Forze Armate dell'aria dal
momento che lo Statuto non contemplava anche
l'aviazione? (Vivissima ilarità).
E
di questi casi anacronistici potrei farne una
collana. Ma poi voglio dichiararvi ancora che
non è vero che le istituzioni non
possano diventare fasciste. Non solo possono,
debbono!
Prima
del '48, le istituzioni erano
assolutiste. Dopo il '48, si
acconciarono al liberalismo. E perché ora che
siamo una nazione di quaranta milioni di
abitanti, che abbiamo ancora calda nel pugno
la vittoria, che siamo tutti frementi delle
nuove vite e delle nuove aurore, perché
adesso si deve negare la possibilità
che le istituzioni si adeguino alla realtà
inestinguibile del littorio? (Vivissimi
applausi). Certo, vi sono delle novità.
Guai se una rivoluzione non portasse delle
novità! La magia di questa parola
scomparirebbe. Le novità sono le
seguenti. Abbiamo domato il parlamentarismo.
La Camera non dà più quello
spettacolo nauseabondo che dava in altri
tempi; si discute, si approva, si legifera,
perché questo è appunto il programma
di una assemblea legislativa. E abbiamo
portato al primo piano il potere esecutivo.
Intenzionalmente, perché il portare al primo
piano il potere esecutivo è veramente
nelle linee maestre della nostra dottrina,
perché, signori, il potere esecutivo è
il potere onnipresente ed operante nella vita
della nazione, è il potere che esercita
il potere ad ogni minuto, è il potere
che ad ogni momento si trova di fronte a
problemi che deve risolvere; è,
signori, il potere che decreta le cose più
grandi che possano capitare nella storia di un
popolo; è il potere che dichiara la
guerra e conclude la pace.
Questo
potere esecutivo, che dispone poi di tutte le
Forze Armate dello Stato, che deve mandare
avanti giorno per giorno la complessa macchina
dell'amministrazione statale, non può
essere ridotto a ruolo di secondo ordine, non
può essere ridotto ad un gruppo di
manichini che le assemblee fanno ballare a
seconda dei loro capricci. («Benissimo!»).
Il potere esecutivo è il potere sovrano
della nazione, tanto è vero che il suo
capo è il re. («Bravo!».
Vivissimi, unanimi, prolungati applausi. Tutto
il congresso sorge in piedi e plaude
lungamente e calorosamente al re. La
manifestazione si prolunga per alcuni minuti).
E,
naturalmente, da questa preminenza del potere
esecutivo discende, per ragione diretta, tutta
la nostra legislazione. Approvando la legge
sulla burocrazia, il Governo fascista ha reso
il più alto omaggio alla burocrazia,
l'ha elevata allo stesso suo piano.
Si
può considerare la burocrazia come una
massa di domestici e di impiegati che danno un
rendimento più ó meno lodevole e che
poi scompaiono dalla pluralità dei
cittadini. Si può considerare la
burocrazia, come la consideravano alcuni
ministri del vecchio regime, come una accolta
di complici. Noi invece consideriamo la
burocrazia come una parte integrante dello
Stato. La burocrazia è lo Stato,
è nello Stato e nelle viscere profonde
dello Stato, non può straniarsi da
questi sua inserzione, e se così
è, e se è vero, come è
vero, che lo Stato è rappresentato dal
Governo, è evidente che, volendo che la
burocrazia abbia le direttive generali dal
Governo, volendo che la burocrazia si
consideri come un esercito di collaboratori
operante allo stesso fine, si fa il massimo
elogio alla burocrazia e la si porta ad un
piano ben più elevato di quello in cui
la tenevano i vecchi Governi. («Benissimo!»
Applausi).
Che
cosa vogliamo noi? Una cosa superba: vogliamo
che gli italiani scelgano! È finito il
tempo dei piccoli italiani, che avevano mille
opinioni e non ne avevano una. Abbiamo portato
la lotta sopra un terreno così netto
che ormai bisogna essere o di qua o di là,
non solo, ma quella mèta che viene
definitiva la nostra feroce volontà
totalitaria sarà perseguita con ancora
maggiore ferocia, diventerà veramente
l'assillo e la preoccupazione dominante della
nostra attività. Vogliamo insomma
fascistizzare la nazione, tanto che domani
italiano e fascista, come presso a poco
italiano e cattolico, siano la stessa cosa. (Applausi
vivissimi). Solo avendo questi
grandi ideali si può parlare di
rivoluzione, si può impiegare questa
magica e tremenda parola. Ora che abbiamo
votato le leggi fasciste, le leggi di difesa,
perché dopo verranno le leggi di creazione e
di costruzione, i nostri avversari non sono
ancora convinti dell'ineluttabile. Sperano. (Si
ride a lungo). Avete capito.... (Applausi
scroscianti). Sperano nel Senato.
Alcuni
anni fa il Senato italiano, che pure ha
così nobili tradizioni nella storia
politica della nazione, era decaduto. Era un
nobile decaduto. (Ilarità). Noi,
che siamo giovani, abbiamo compreso
l'importanza di questa Assemblea e ne abbiamo
ripristinato lo splendore. II Senato approverà
le leggi fasciste; prima di tutto perché il
Governo vi ha la maggioranza; in secondo luogo
perché noi le difenderemo; in terzo luogo
perché il Senato, nel suo alto patriottismo,
non vorrà certo assumersi la
responsabilità di un contrasto che
determinerebbe una crisi di conseguenze assai
gravi. (Applausi scroscianti).
Oggi
il fascismo è un Partito, è una
Milizia, è una corporazione. Non basta:
deve diventare qualche cosa di più,
deve diventare un modo di vita. Ci debbono
essere gli italiani del fascismo, come ci
sono, a caratteri inconfondibili, gli italiani
della Rinascenza e gli italiani della latinità.
Solo creando un modo di vita, cioè un
modo di vivere, noi potremo segnare delle
pagine nella storia e non soltanto nella
cronaca.
E
quale è questo modo di vita? Il
coraggio, prima di tutto; l'intrepidezza,
l'amore del rischio, la ripugnanza per il
panciafichismo e per il pacifondaismo;
l'essere sempre pronti ad osare nella vita
individuale come nella vita collettiva ed
aborrire tutto ciò che è
sedentario. Nei rapporti, la massima
schiettezza; i colloqui a quattro e non le
vociferazioni clandestine, anonime e vili
(applausi vivissimi); l'orgoglio in ogni
ora della giornata di sentirsi italiani; la
disciplina del lavoro; il rispetto per
l'autorità. L'italiano nuovo, io ne
vedo già un campione, è De
Pinedo. (Applausi).
Portando
nella vita tutto quello che sarebbe grave
errore di confinare nella politica, noi
creeremo, attraverso una opera di selezione
ostinata e tenace, le nuove generazioni, e
nelle nuove generazioni ognuno avrà un
compito definito. A volte mi sorride l'idea
delle generazioni di laboratorio, di creare
cioè la classe dei guerrieri, che
è sempre pronta a morire; la classe
degli inventori, che persegue il segreto del
mistero; la classe dei giudici; la classe dei
grandi capitani di industria, dei grandi
esploratori, dei grandi governatori. Ed
è attraverso questa selezione metodica
che si creano le grandi categorie, le quali a
loro volta creano gli imperi.
Questo
sogno è superbo, ma io vedo che a poco
a poco sta diventando una realtà. Noi
non rinneghiamo nulla del passato. Noi
consideriamo che il liberalismo ha significato
qualche cosa nella storia d'Italia, anche se
furono Governi liberali quelli che non vollero
l'Albania, quelli che non vollero Tunisi,
quelli che non vollero andare in Egitto; anche
se furono Governi liberali quelli che nel
dopoguerra ebbero un solo delirio: quello di
abbandonare le terre dove eravamo.
Quale
è dunque il nostro metodo? La parola
d'ordine, o fascisti, è questa:
intransigenza assoluta, ideale e pratica. (Applausi).
La seconda parola d'ordine: tutto il
potere a tutto il fascismo. (Applausi.
Si grida: «Viva Mussolini!».
Applausi).
Coloro
che hanno avuto dal destino il compito di
guidare una rivoluzione, sono come i generali
che hanno avuto dal destino il compito di
condurre una guerra. Guerra e rivoluzione sono
due termini che vanno quasi sempre accoppiati.
O è la guerra che determina la
rivoluzione o è la rivoluzione che
sbocca in una guerra. Anche la strategia dei
due movimenti si rassomiglia. Come in una
guerra, così in una rivoluzione non
sempre si va all'assalto. Qualche volta
bisogna conoscere le ritirate più o
meno strategiche. Qualche volta bisogna
stagnare lungamente nelle posizioni
conquistate. Ma la mèta è
quella: l'impero. Fondare una città,
scoprire una colonia, creare un impero, sono i
prodigi dello spirito umano. Un impero non
è soltanto territoriale. Può
essere politico, economico, spirituale.
L'impero non è peraltro una creazione
improvvisa. L'Inghilterra ha avuto Gibilterra
dopo la pace di Utrecht, ha avuto Malta dopo
Waterloo, ha avuto Cipro nei 1878. Sono corsi
due secoli prima che l'Inghilterra avesse
quelle che si chiamano le chiavi fondamentali
del suo impero. Dobbiamo tendere a questo
ideale. Bisogna allora abbandonare
risolutamente tutta la fraseologia e la
mentalità liberale. La parola d'ordine
non può essere che questa: disciplina;
disciplina all'interno per avere di fronte
all'estero il blocco granitico di un'unica
volontà nazionale. (Applausi).
Camerati,
quattro anni fa io vi dissi in questa stessa
sala, e molti di voi erano presenti e sono
oramai quelli che si potrebbero chiamare i
veterani del fascismo, dissi: Guarite di me!
Non è stato possibile, evidentemente. (Si
grida: «No! No!» Rossoni: «Non
è possibile!»).
Perché
evidentemente ogni grande movimento deve avere
un uomo rappresentativo che di questo
movimento soffra tutta la passione e porti
tutta la fiamma. Ebbene, o camerati, ritornate
alle vostre terre, che io amo, e gridate con
alta voce e con sicura coscienza che la
bandiera della rivoluzione fascista è
affidata alle mie mani e che io sono disposto
a difenderla contro chiunque, anche a prezzo
del mio sangue.
|