Onorevoli
colleghi! Ho ascoltato con viva attenzione i
discorsi pronunziati in quest'aula dagli onorevoli
Ferri, Dugoni e in parte dall'onorevole Vacirca. Ho
ascoltato pure con vivo interesse il discorso
dell'onorevole Graziadei e ho notato che il suo
metodo polemico non cambia per volgere di stagione;
egli cioè ci presenta due Graziadei: uno che
è lo studioso e un altro che è, oggi,
il comunista. Ma ascoltando appunto i discorsi degli
onorevoli Ferri e Dugoni, io mi sono posto questo
quesito, se, cioè, la discussione che dura da
tre giorni abbia un'utilità qualsiasi.
Mi aspettavo, da quei banchi, dei discorsi che
fossero per forma e per contenuto in relazione al
testo più estremista della mozione. Ma
l'onorevole Ferri e l'onorevole Dugoni, invece di
sparare con le grosse artiglierie dell'intransigenza
classista, riaffermata nel congresso di Milano,
hanno a mio avviso fatto delle salve a scopo
puramente dimostrativo, dei discorsi dai quali
trasparivano evidenti delle nostalgie
collaborazioniste, che la direzione del partito non
può non sconfessare. E se così blandi
sono stati questi discorsi, ciò significa in
realtà che manca la materia del contendere.
Quando l'onorevole Ferri rimprovera all'onorevole
Bonomi solo un'insufficienza di Governo, io non
voglio qui precedere l'onorevole Bonomi, ma egli può
trionfalmente rispondere che qualsiasi uomo a quel
banco, per quanto possa essere saggio o potente più
d'ogni altro, sarebbe sempre insufficiente davanti a
qualche cosa.
E allora discutiamo se è possibile su
l'utilità di questa discussione. Un'utilità
innegabile si può sintetizzare in questa
domanda: il Governo dell'onorevole Bonomi ha fatto
quanto poteva e doveva per ristabilire il così
detto impero della legge e la pacificazione interna
del paese?
Mi permetto di rilevare che non c'è assoluta
interdipendenza tra il ripristino dell'autorità
statale e la pacificazione interna. Il ripristino
dell'autorità statale può contribuire
alla pacificazione interna, ma alla pacificazione
interna devono contribuire altre forze, a mio
avviso, e cioè la disciplina e il controllo
dei partiti, il favore o meno dell'opinione
pubblica. L'utilità positiva di questo
dibattito può dunque consistere in questa
domanda. Può la Camera e deve la Camera dare
al Governo di oggi o a quello eventuale di domani
una linea direttiva per raggiungere gli obbiettivi
che stanno sul labbro di tutti, e cioè la
restaurazione dell'autorità dello Stato e la
pacificazione interna?
Io vorrei che a proposito della crisi italiana non
si esagerasse. Prima di tutto gli altri popoli non
stanno meglio di noi. Si dice da varie parti che la
Germania sta riprendendosi energicamente, e può
essere vero sotto un certo punto di vista economico,
ma la Germania è però percorsa da una
crisi morale acutissima.
Del resto in Italia questa lotta di fazioni è
limitata a delle esigue minoranze di fronte a una
massa imponente di popolazione. Ci sono delle
province dove risse civili non ce ne sono mai state;
ci sono delle province dove queste ci sono state, ma
dove si sono ripristinate le condizioni del vivere
civile; ci sono province dove la lotta infuria
ancora. Se fosse concesso tirare due linee per
individuare geograficamente la situazione, una linea
andrebbe da Livorno ad Ancona e l'altra potrebbe
essere data dalla Valle del Po. Ora domandiamoci: la
situazione dall'agosto ad oggi è migliorata?
È peggiorata? È stazionaria?
Ritengo che i punti neri della situazione siano il
deficit finanziario, la disoccupazione e il
caro-viveri; elementi favorevoli della situazione
sono da considerare lo stato d'animo delle masse
operaie e la situazione dei diversi partiti così
detti sovversivi. È innegabile che il
proletariato italiano si trova in un periodo che io
chiamerei di sbandamento morale, non già per
l'azione più o meno violenta del fascismo, ma
per il crollo di tutta l'ideologia che aveva
alimentato potentemente gli entusiasmi del dopo
guerra. D'altra parte i partiti sovversivi sono in
fiero contrasto fra di loro, ed io, che seguo
attentamente la letteratura così detta
sovversiva, ho motivo di rallegrare il mio spirito
quando, per esempio, vedo i comunisti che
definiscono il partito socialista come un circo
Barnum. Per loro Serrati è un politicante
qualunque; ma sono così privi di religione
questi comunisti cerebrali di Torino e di Roma che
non rispettano nemmeno gli idoli ed i santoni del
sovversivismo italiano. Per loro, per esempio,
Enrico Malatesta, questo spauracchio di tutta la
borghesia, è un fanciullino che legge romanzi
polizieschi, Luigi Fabbri, un teologo di villaggio,
Armando Borghi un buffone, che non sa ridere e non
fa ridere: dal canto loro gli anarchici definiscono
il direttore dell'Ordine Nuovo, un finto stupido,
finto veramente perché si tratta di un sardo gobbo
e professore di economia e filosofia, di un cervello
indubbiamente potente.
In questa situazione la borghesia italiana deve
essere straordinariamente intelligente, non deve cioè
irrigidirsi in posizioni di non necessaria
intransigenza classista, e meno ancora pensare di
respingere le masse laboriose della Nazione in
condizioni di vita sorpassate, la quale cosa non
potrebbe essere mai tollerata dal fascismo italiano.
Quando la Camera aggiornò i suoi lavori, mi
pare nell'agosto, il ministro Bonomi ebbe un duplice
viatico, un viatico di voti, un'enorme maggioranza,
come non si poteva nemmeno sognare, e il trattato di
pacificazione. Io credo che l'onorevole Bonomi non
si sia fatto illusioni sulla reale efficienza di
quel voto di maggioranza.
Quanto al trattato di pacificazione io devo farne
parola perché molto se n'è discusso in
questi giorni. Il trattato di pacificazione fu
voluto indubbiamente da uomini di nobile sentire,
preoccupati delle condizioni nelle quali la Nazione
si trovava in quel periodo di tempo. Ma devo
riconoscere che il merito precipuo della
stipulazione di questo famoso e famigerato trattato
deve essere assegnato al Presidente della Camera:
egli fu di un'abilità portentosa per superare
tutti gli ostacoli procedurali e di sostanza, perché
fino all'ultimo momento, quando già si
trattava della firma, l'onorevole Musatti sollevò
le ultime eccezioni; furono trattative lunghissime,
estenuanti, non se ne poteva più; e, d'altra
parte, la coscienza nazionale reclamava
energicamente un atto, un gesto, un qualche cosa che
significasse volontà di pace.
Così venne alla luce il famoso trattato. Il
quale ha dato quello che poteva dare.
Tutti dobbiamo riconoscere in questa Camera che da
allora le spedizioni punitive fasciste in grande
stile come quella di Sarzana, come quella di
Treviso, come quella di Viterbo, non si sono più
verificate.
D'altra parte s'è visto che il Governo con le
sue misure di semplice polizia non ha potuto e non
ha saputo fronteggiare la situazione.
I comunisti erano al di fuori del trattato, ma i
socialisti non erano in buona fede quando lo
firmarono, e lo hanno dimostrato con una
similitudine curiosa; paragonando cioè il
loro partito al galantuomo assalito da furfanti: il
galantuomo consegna la pelliccia salvo l'indomani a
far arrestare e fucilare i furfanti stessi!
Non è vero, onorevole Ferri, che quelle
giornate di Roma siano la conseguenza della denunzia
del trattato di pacificazione. Non è vero.
Non è vero dal punto di vista cronologico,
perché il trattato di pacificazione è stato
formalmente denunziato all'indomani delle giornate
di Roma.
Ma, a proposito di queste giornate, bisogna dire qui
una parola di obbiettiva sincerità. Io
riconosco, subito, che il fascismo nelle sue masse,
nelle sue masse profonde non era preparato
politicamente a conquistare le simpatie di Roma e
non era preparato nemmeno moralmente. (Commenti,
rumori).
È ridicolo e significa dar prova
d'incomprensione dei fenomeni storici attribuire al
fascismo italiano una specie di profanazione della
storia e della gloria della capitale.
Noi fascisti, unici fra tutti i partiti italiani,
abbiamo scelto giornata di festa il 21 aprile,
annuale della fondazione di Roma; noi, per tutta la
nostra forma mentis, per tutto il nostro stile,
siamo degli esaltatori di tutto ciò che
è romano. Non voglio qui esaltare Roma perché
poeti, filosofi, pensatori prima di me e in modo
magnifico lo hanno fatto; ma noi fascisti non
possiamo dimenticare che Roma, questo piccolo
territorio, è stato una volta il centro, il
cervello, il cuore dell'impero; non possiamo
dimenticare nemmeno che a Roma, su questo breve
spazio di suolo, si è realizzato uno dei
miracoli religiosi della storia, per cui un'idea che
avrebbe dovuto distruggere la grande forza di Roma
è stata da Roma assimilata e convertita in
dottrina della sua grandezza.
Per tutto questo noi, senza contare le nostre
reminiscenze letterarie, senza contare Carducci e
d'Annunzio, noi siamo degli ammiratori, degli
esaltatori di Roma, ed io in particolar modo insorgo
e protesto contro certe manìe provinciali,
perché la storia è stata sempre fatta dalle
grandi città. Può qualche volta la
storia finire in un piccolo villaggio, ma è
concesso soltanto alle grandi agglomerazioni umane,
alle grandi città, di determinare gli eventi
capitali della storia.
C'è stato un fenomeno di incomprensione tra i
fascisti e la popolazione romana e sono così
sincero da ammettere che la simbologia fascista,
pittoresca, se si vuole (commenti a sinistra),
ma ricordante troppo da vicino i simboli della fase
estrema della guerra, abbia urtato una popolazione
come quella di Roma, che è fondamentalmente
edonistica, cioè portata a vivere
tranquillamente la propria giornata, con una
psicologia speciale, dovuta al fatto che sulle mura
di Roma si sono abbattute orde e civiltà di
tutti i tempi.
I fascisti credevano che il popolo di Roma fosse
loro contrario; viceversa il popolo romano credeva
che i fascisti fossero venuti a Roma per fare chi sa
quale mai fantastica spedizione punitiva.
Io ricordo che nel discorso dell'Augusteo dissi ai
fascisti parole durissime, come forse non ne poteva
dire nemmeno un socialista; dissi che era eccessivo
il saluto ai gagliardetti; ma vi faccio considerare
che le fedi che sorgono sono necessariamente
intransigenti, mentre sono transigentissime le fedi
che declinano e muoiono. (Approvazioni a destra).
Ed anche a proposito dell'Augusteo pareva che esso
fosse stato schiantato dalle fondamenta. I danni,
verificati minuziosamente, si riducono a 18.000
lire, e, quando voi considerate le condizioni
eccezionali del momento, non sono eccessivi.
Sono così obiettivo da riconoscere che
l'atteggiamento del Governo in quell'occasione può
essere giustificato fino al giovedì sera. Il
Governo tollerando lo sciopero generale non poté
infierire sui fascisti e viceversa, ma il giovedì
sera la situazione era mutata. Giovedì sera
partirono i primi cinquecento operai fascisti del
Grossetano. Il Governo ha portato per quattro giorni
sulle sue braccia uno sciopero generale, che doveva
essere fronteggiato fin dal giovedì sera, e
solo domenica mattina e lunedì mattina si
è ricordato che esiste un famoso articolo 56
che era applicabile ai ferrovieri scioperanti.
Molto si è gridato contro i danni dell'Augusteo
che assommano a 18.000 lire, ma dei milioni di danni
che lo sciopero dei ferrovieri romani e napoletani
ha recato alla Nazione intera nessuno ha parlato. (Applausi
a destra, interruzioni all’estrema sinistra).
È stato denunciato il trattato di
pacificazione, e qui l'onorevole Dugoni è
venuto con voce melodrammatica a gridare: Non si
vive più! È verissimo. Io voglio
immediatamente associarmi all'affermazione
dell'onorevole Dugoni: non si vive più!
Noto che molti dei fascisti uccisi sono proletarî.
(Commenti). Ricordo che il giorno in cui a Trieste
cadeva ucciso il povero Müller, a Castel S. Pietro
cadeva ucciso Remo Ravaglia, che non era un
pescecane, non era uno sfruttatore del proletariato,
ma un popolano fascista. E l'altro giorno a Bologna
è morta una seconda vittima dell'agguato
social-comunista di Castel S. Pietro, Giuseppe
Barnabei, proletario, tanto proletario che ha
lasciato la moglie e cinque figlioli.
Ebbene, leggendo le parole pronunziate da quell'umile
proletario, mentre stava per morire, ho ripensato ad
un periodo di un libro di Maeterlinck, il poeta
belga, sulla saggezza e il destino. Dice il sommo
poeta belga che il destino concede a tutti gli
uomini, siano essi grandi o piccini, intelligenti o
no, di compiere durante la loro vita un gesto di
grandezza, di pronunziare una parola di grandezza.
Ebbene, quell'umile proletario, dopo essere stato
confortato dalla religione, ha chiamato il padre e
ha detto: «Hanno fatto male lassù a
ferirmi, ma perdono loro». Voi sentite nelle
parole estreme di questo oscuro bracciante qualche
cosa che ricorda l'invocazione del Cristo che,
crocefisso, perdonò i crocefissori. (Commenti).
E veniamo ai fatti di Trieste. Io ho deplorato il
fatto, apertissimamente, e lo deploro ancora oggi.
Ma mi sono opposto e mi oppongo alla speculazione
che su questo cadavere è stata inscenata dai
social-comunisti, in malafede, perché, tra l'altro,
il Müller non era comunista, non era socialista. (Commenti).
Aveva nelle tasche una tessera della Società
generale liberale Triestina, una della Società
operaia e una della Lega Nazionale. Non solo. E qui
la tragedia raggiunge veramente dei confini che
stanno fra il sanguinoso e il grottesco: questo
ucciso durante le ultime elezioni avrebbe lavorato
per il blocco nazionale e avrebbe dato il voto
preferenziale all'onorevole Giunta! (Commenti).
Voi vi siete afferrati a questo cadavere e ci avete
speculato, ed avete dimenticato quello di Castel S.
Pietro, ed avete negato a noi ogni sincerità
di umanità e di partito!
Signori, io mi ricordo che quando si metteva in
dubbio la vostra sincerità a proposito della
vostra deplorazione dopo gli eccidî del Diana, voi
protestavate con voce indignatissima. Noi vi
chiediamo la reciprocità. Dovete credere alla
nostra sincerità. Delitti come quelli di
Trieste non danneggiano la compagine interna del
comunismo che in modo appena percettibile, ma non
giovano nemmeno al fascismo, perché non è
nella linea di questa tragica altalena che si può
trovare utilità da alcuna parte.
Noi dunque, almeno dal punto di vista politico,
siamo sincerissimi quando deploriamo altamente
episodî come quelli di Trieste. (Commenti).
Ma è proprio il caso di dire salus ex
inimicis nostris. Voi avete risposto ai fatti di
Trieste con uno sciopero tipografico generale. Io ho
spezzato il vostro sciopero. Questo vi dimostra che
i tipografi non sono tutti con voi. Non solo, ma
annunzio che tutte le volte che vi sarà uno
sciopero politico, al quale aderiranno i tipografi,
il Popolo d’Italia uscirà egualmente! (Applausi
all’estrema destra, rumori all’estrema
sinistra).
Voi ricadete nello stesso errore di stancheggiare la
massa operaia con una serie di scioperi... (Approvazioni,
rumori all’estrema sinistra).
I socialisti ufficiali italiani hanno ormai tagliato
tutti i rapporti con la Terza Internazionale. Non mi
rivolgo a loro quindi in questo momento, ma ai
comunisti quando contesto loro il diritto di
lagnarsi di certi eccessi, di certe violenze
compiute dai fascisti. Voi comunisti avete nella
vostra tattica, nella vostra dottrina, l'esercizio
del terrore. Anche oggi in Russia si continua a
fucilare su tutta la linea. Sessanta persone sono
state fucilate a Pietrogrado, e sessantatré a
Odessa. (Applausi a destra, commenti, rumori
all’estrema sinistra).
Voi dite che queste sono opinioni di un giornalista
venduto alla vile borghesia; ma, allora, io vi prego
di leggere gli scritti di un noto anarchico, di
Luigi Fabbri, il quale racconta sul suo quotidiano
che a Pietrogrado si è fucilato un anarchico,
reo di avere avuto un momentaneo contatto con un
agente provocatore della Ceka, che sarebbe la
polizia russa attuale. (Rumori all’estrema
sinistra, commenti).
Del resto, quando vi ponete sopra il terreno della
forza (e la forza fatalmente ha degli episodî di
violenza) non siete più in grado, non avete
il diritto di lagnarvi se il fascismo vi attacca. (Vivi
rumori all’estrema sinistra).
Onorevole Bonomi, vi si chiedeva una politica: voi
ci avete dato una politica frammentaria, incoerente,
acefala. Io non nego, per esempio, che l'onorevole
Vacirca abbia delle doti per essere un eccellente
questore socialista, perché egli sa che si poteva
impedire l'agglomeramento dei fascisti in Roma, sia
impedendo la loro partenza, sia impedendo il loro
arrivo. (Rumori all’estrema sinistra,
ilarità). Ora l'onorevole Bonomi,
davanti a questa situazione aveva, a mio avviso, tre
atteggiamenti diversi da prendere.
Tentare di schiacciare le due opposte fazioni.
Diciamo subito che, per quello che riguarda noi,
è assai difficile; ed aggiungo che la cosa
non è scevra di pericoli, perché domani, e
fascisti e comunisti, sottoposti quotidianamente ad
un martellamento di polizia, potrebbero finire anche
per intendersi... (ilarità, applausi
all’estrema sinistra, commenti) salvo a
conflittare energicamente dopo per la ripartizione
del bottino (commenti), anche perché io riconosco
che fra noi ed i comunisti non ci sono affinità
politiche, ma ci sono affinità intellettuali.
(Commenti).
Noi, come voi, riteniamo che sia necessario uno
Stato accentratore ed unitario, che imponga a tutti
i singoli una ferrea disciplina; con questa
differenza, che voi giungete a questa conclusione
attraverso il concetto di classe, e noi ci giungiamo
attraverso il concetto di nazione.
Il Governo dell'onorevole Bonomi poteva appoggiarsi
all'una delle fazioni per distruggere l'altra: non
ha scelto questo secondo sistema, e ha preferito
invece di vivacchiare alla giornata, di dare ragione
un po' a tutti, di credere che una crisi politica
così profonda come quella che ci travaglia
possa essere risoluta attraverso a semplici,
difformi ed incoerenti misure di polizia.
Ammessa dunque l'esistenza di una crisi che non si
è aggravata, ma non segna nemmeno un
accorciamento del nostro periodo di convalescenza,
la soluzione quale può essere?
Io qui comincio a parlare più da spettatore
che da attore. Ci potrebbe essere una soluzione
extra-parlamentare, un Gabinetto di funzionarî e di
tecnici, l'aggiornamento della Camera, la dittatura
militare. (Vivaci commenti all’estrema
sinistra).
Io non mi sono mai lasciato convincere da queste
sirene, non ho mai creduto a queste suggestioni,
anche se venivano da generali a spasso che credono
di avere la ricetta specifica con cui si salva il
mondo; ed anche perché la carta della dittatura
è una carta grossa che si giuoca una volta
sola, che impone dei rischi terribili, e, giuocata
una volta, non si giuoca più.
C'è un'altra soluzione: l'appello al Paese,
le nuove elezioni generali. (Si ride, commenti).
Io so che voi siete sicuri del vostro corpo
elettorale, ma non credo di andare errato dicendo
che la sola eventualità, lanciata così
a scopo di polemica, di nuove elezioni, vi dà
un leggero brivido lungo il filo della schiena. (Commenti,
interruzioni all’estrema sinistra). Si
tratterebbe dunque di provare con un terzo
esperimento che il suffragio universale, integrato
dal sistema proporzionale con scrutinio di lista,
non può dare Governo diverso dall'attuale,
che cioè non può essere possibile un
Governo di partito, ma s'impone un Governo di
coalizione. Escluse queste eventualità,
occorre vedere se il crogiuolo di Montecitorio offra
possibilità nuove.
Vi dico subito che non c'è nulla nel paese
che denoti la volontà, in questo momento, di
crisi ministeriale. (Commenti). Il Paese,
nei suoi strati profondi, nelle sue moltitudini
laboriose, quelle che infine formano la base della
Nazione, è stanco, ha bisogno di quiete e
tranquillità. (Commenti).
Questa Camera può prendere un'iniziativa del
genere? Prima di tutto con quali uomini?
Si fa il nome dell'onorevole Nitti. Noi siamo
avversarî tenacissimi di quest'uomo. Siamo contrarî
a tutta la sua politica e soprattutto ad una sua
mentalità che lo induce a misurare tutto il
complesso fenomeno della storia umana sotto la
specie del lato economista. (Commenti).
Nitti dunque è da escludere in questo
momento. D'altra parte, dopo le sassate che
l'onorevole Labriola tirò nella piccionaia
della democrazia unitaria, ci si domanda se questa
non dovrà avere un primo esodo degli elementi
nittiani, perché l'uomo che l'onorevole Labriola
voleva colpire era l'onorevole Nitti.
L'onorevole Giolitti? Verso questo statista
convergono sempre delle grandi simpatie. Del resto
la storia è una successione di posizioni
logiche e sentimentali; non si rimane sempre fissi
nell'eterno amore o nell'eterno rancore. La vita
è un continuo riconquistarsi. Gli amici di
ieri diventano i nemici del domani e viceversa:
questa è la vita. (Commenti). E voi
dovete pensare al portato del relativismo o delle
teorie di moda. Ciò è vero anche
prescindendo da Einstein, che è
un'intelligenza superiore.
Non è mia volontà parlare
dell'onorevole De Nicola. Quest'uomo, piacendo a
tutti, corre il rischio di dispiacere a tutti
domani. (Ilarità, commenti).
La situazione politica non è veramente
cambiata. Si aspettavano i congressi dei grandi
partiti e ci sono stati. La situazione poteva essere
data da un atteggiamento transigente di
collaborazione del partito socialista; ha trionfato
invece la tesi dell'intransigenza, sia pure formale.
La novità poteva essere data da un
atteggiamento del partito popolare, cioè da
un atteggiamento anticollaborazionista. Ma il
partito popolare è un partito di pragmatisti
fenomenali, che fanno la storia giorno per giorno:
relativisti avant les lettres, che non hanno nemmeno
lo scrupolo di collaborare con la massoneria, che
non hanno nemmeno lo scrupolo di collaborare coi
socialisti e forse nemmeno con noi, purché sia dato
a loro una quota parte abbondante del bottino
ministeriale. (Ilarità).
Dopo le elezioni io lanciai la candidatura
dell'onorevole Meda, obbedendo a una logica di buon
senso. Io dicevo, l'unico partito forte non solo nel
Parlamento, ma nel Paese, forte per tradizioni
politiche, morali, religiose e anche per la sua
costituzione organica di partito, è il
partito popolare. È il più numeroso
che ci sia alla Camera: ha 107 deputati. Siccome il
partito popolare non si ritira mai sull'Aventino ed
è collaborazionista per definizione, è
naturale che all'onorevole Meda tocchi logicamente
il posto di presidente del Consiglio. Ma anche
l'onorevole Meda pare che non voglia saperne,
ragione per cui noi siamo ridotti al Ministero
dell'onorevole Bonomi, il quale non è un
Ministero di forza, ma è un Ministero di
comodo (commenti), cioè il Ministero
che tutti accettano apertamente, ma che intimamente
tutti sopportano.
L'iniziativa di una crisi non viene, dunque, dal
Paese e non può venire, per la situazione
immutata dei partiti, nemmeno dei partiti più
forti che siano alla Camera. Il partito socialista
continua a rimanere sull'Aventino. C'è la
democrazia sociale-liberale, che chiameremo
unitaria, a scopo di brevità dei nostri
nominalismi politici. La democrazia unitaria non può
prendere essa stessa l'iniziativa di una crisi,
perché rivelerebbe troppo apertamente il suo
giuoco. Il pubblico direbbe: siete appena nati,
avete appena messo i denti e avete un appetito così
formidabile? (Commenti, ilarità).
E allora, signori, per uno di quei paradossi che non
sono nuovi nella storia degli individui e dei
popoli, e specialmente nella storia dei parlamenti,
l'iniziativa di una crisi potrebbe partire dal
Ministero stesso o meglio dai ministri democratici
del Gabinetto Bonomi, i quali, parodiando Leopardi,
potrebbero dire alla loro democrazia: «il
seggio che mi desti, ecco ti rendo!». (Ilarità).
Ma non credo, e me ne appello al mio amico onorevole
Gasparotto, non credo ci siano tra i componenti del
Gabinetto attuale delle intenzioni così
manifestamente suicide. (Ilarità).
E allora la situazione, come vi dicevo, è per
se stessa, per sua definizione, statica. Non ci potrà
essere una nuova combinazione ministeriale, se non
quando i socialisti si decideranno a spezzare il
cerchio della loro intransigenza puramente formale;
sino a quando la democrazia unitaria non avrà
dato a se stessa un contenuto programmatico e una
disciplina, che sino a oggi è totalmente
mancata.
Noi votiamo contro il Ministero, non per determinare
delle crisi, perché noi siamo estranei a questo
giuoco per la nostra stessa posizione politica. Lo
faremo per dovere di coscienza. E avrei finito,
onorevoli colleghi, se non dovessi rispondere
qualcosa all'onorevole Ferri, che è stato
assai temperato nel suo discorso.
Veramente non è il caso di intraprendere una
discussione sul positivismo e sullo spiritualismo, e
io non presumo di essere depositario di una verità
qualsiasi; ma quando l'onorevole Enrico Ferri
parlava di trapassi di civiltà, enunciava una
proposizione esclusiva, mi pareva di sentire la voce
dei tempi lontani, come talvolta accade che il rombo
dell'onda marina si oda ancora nel cavo di una
vecchia conchiglia, abbandonata sopra un vecchio
mobile di casa. (Ilarità).
Noi non ci intendiamo su questo terreno; voi
socialisti siete testimoni che io non sono mai stato
positivista, mai, nemmeno quando ero nel vostro
partito. Non solo per noi non esiste un dualismo fra
materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa
antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito
solo esiste, nient'altro esiste; né voi, né quest'aula,
né le cose e gli oggetti che passano nella
cinematografia fantastica dell'universo, il quale
esiste in quanto io lo penso e solo nel mio
pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. (Rumori).
È l'anima, signori, che è ritornata.
Ora se voi partite da queste premesse spirituali,
allora vi sono di quelli i quali non vogliono capire
che il fascismo non è più un fenomeno
passeggero, ma è un fenomeno che durerà,
si trasformerà. Io lotto per trasformarlo.
Perché qualche volta voi utilizzate quello che io
vado dicendo contro gli stessi amici, come io
utilizzo quello che dicono i comunisti contro gli
anarchici, e gli anarchici contro i comunisti.
E voi, non volendo comprendere questo fenomeno, ed
essendo incapaci di battervi sul terreno pratico per
una ragione che io ho già esposto, perché il
vostro materiale umano è inefficiente sul
terreno della violenza, allora voi, con una
contraddizione palese, formidabile, dite: dateci un
Governo, che sarebbe un Governo borghese,
ristabilite l'impero della legge, voi vi spiegherete
certi aspetti apparentemente paradossali del
fascismo italiano.
Vi si può dividere in due categorie di fronte
al fascismo: alcuni di voi sono nella posizione del
perfetto misoneista. (Bravo!). Tutte le
mattine vi alzate e domandate: è finito? Non
è finito! Passa questo ciclone? Non passa! E
allora negate ostinatamente come il medico
aristotelico nel «Dialogo dei massimi sistemi»
che negava la circolazione del sangue, pure
dovendola ammettere poiché la prova la ammetteva.
Ma pur senza disturbare le grandi ombre dei
trapassati, c'è qualche cosa di recente che
può darci qualche spiegazione di questa
vostra cecità.
Quando nel 1873 sorse il partito operaio a Milano,
lo stesso, identico atteggiamento che voi tenete di
fronte al fascismo, fu tenuto dagli uomini della
democrazia. Ettore Croce, Cavallotti, Romussi, che
erano dei grandi ingegni, non potevano concepire il
sorgere di questa nuova forza destinata a spostare
l'asse della lotta civile, a mutare la posizione di
predominio politico e morale della democrazia.
Ripeto, voi ricorrete all'ausilio del Governo,
chiedete protezione alla forza di un Governo che
è Governo borghese, e non sapete uscire da
questa contraddizione in cui si annulla tutto il
vostro programma. (Interruzioni
all’estrema sinistra, vivi commenti).
Giunto al fine del mio discorso io pongo il dilemma:
o pacificazione o guerra civile. L'onorevole Dugoni
deve scegliere uno dei corni di questo dilemma, e
deve dire se sceglie il primo o il secondo.
Noi ci sentiamo così forti che non abbiamo
esitazione su questo terreno. Io vi rispondo subito
che noi accettiamo il primo corno del dilemma, la
pacificazione (commenti) per delle ragioni
umane, o signori, perché i morti sono pesanti per
tutti (approvazioni) e anche per ragioni
politiche.
Io ho l'impressione, notate, potrei sbagliarmi, che
la coscienza europea vada ritrovando faticosamente
se stessa dopo i lunghi erramenti del dopo guerra, e
che ritorni sulla strada della saggezza. I sintomi
abbondano. Ho l'impressione che il 1922 possa essere
un anno fatidico, come lo fu il 1914 che segnò
lo scoppio della guerra mondiale, come lo fu il 1918
che segnò la fine delle ostilità.
Forse il 1922 vedrà l'altra fine, con la
revisione di tutti i trattati di pace, che non hanno
dato e non potevano dare, sotto la mentalità
di guerra, la pace al mondo. (Commenti).
L'Italia ha già una parte assai grande nella
determinazione dei nuovi destini del mondo. È
necessario che cessi il nostro guerreggiare interno,
in modo che l'attenzione dei nostri circoli
dirigenti e dell'opinione pubblica del popolo
italiano, nel suo complesso, sia portata oltre le
frontiere, e concentrata su quegli avvenimenti che
maturano e che sono destinati a trasformare ancora
una volta la carta europea.
Perché, il dilemma è questo: o una nuova
guerra, o la revisione dei trattati! (Benissimo!
Rumori, commenti).
Io ricordo che nel 1919, fra i postulati del
programma dei Fasci di Combattimento, era detto
chiaramente che si dovessero rivedere tutti quei
trattati che contenessero in sé il fomite di nuove
guerre.
Ora, siccome le popolazioni, esaurite, stremate,
sfinite, che vogliono vivere (oramai, a mio avviso,
il pericolo della catastrofe per la nostra civiltà
è superato), non possono pensare alla guerra
e devono premunirsi dalle guerre, ciò potrà
essere dato solo dalla revisione dei trattati di
pace.
È necessario allora che l'Italia si presenti
nell'arringo delle Nazioni unita, compatta, libera
dai fastidî d'ordine interno, in modo che possa
dimostrare al mondo che ci guarda, perché ormai la
nostra vita non è nazionale e nemmeno
europea, ma mondiale, che l'Italia ha splendidamente
superato la prova della guerra, che vuole la pace, e
che dimostra con ciò di essere in grado di
iniziare il quarto e più luminoso periodo
della sua storia. (Vivissimi applausi a destra,
rumori all’estrema sinistra, commenti, molte
congratulazioni).