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Sire,
Altezza Reale, Signori!
Il
monumento, nazionale al Bersagliere, che la
Maestà Vostra si degna in questo giorno
d'inaugurare, sorge a Roma per voto
dell'Associazione nazionale dei bersaglieri,
voto accolto dal Governo fascista, e per
desiderio unanime di popolo. L'artista ha
compiuto opera degna del soggetto,
raffigurando il Bersagliere nell'atteggiamento
tradizionale del passo di carica, così
come per un secolo è stato visto in
Italia e fra le genti straniere. Questo
monumento al Bersagliere, che sorgendo nella
Capitale non poteva sorgere che a Porta Pia,
simboleggia l'eroismo del Corpo e vuole
tramandarlo nel tempo, quale testimonianza
preziosa per tutte le generazioni che
verranno.
Ritornando
per un istante indietro, a quel decennio della
nostra storia, 1830-1840, che vide qua e là
tralucere all'orizzonte i segni della nuova
aurora, non si possono leggere senza emozione
le prime istruzioni impartite dal Capitano
della Brigata guardie Alessandro Ferrero Della
Marmora per la costituzione della prima
compagnia dei bersaglieri, stabilita con
decreto di Re Carlo Alberto il 18 giugno del
1836. I bersaglieri nacquero bene. Il loro
creatore li munì di un piastrino di
riconoscimento che li avrebbe sempre fatti
distinguere fra tutti; intendo dire di un
decalogo destinato a formare in ogni tempo
l'ottimo bersagliere, cioè un fante
celere che doveva fare molto esercizio di
tiro, ginnastica di ogni genere sino alla
frenesia, essere animato da cameratismo, da
sentimento della famiglia, da amore al Re ed
alla Patria, da fiducia in sé fino alla
presunzione.
Erano
appena sorti e già i bersaglieri si
imponevano all'attenzione del mondo. Un
generale prussiano li definiva un'ammirevole
fanteria leggera: un arciduca austriaco li
metteva fra le migliori truppe di Europa.
Tuttavia lo sviluppo del Corpo non fu
precipitoso, ma graduale e lento. È
solo nel 1845 che le compagnie raggiungono il
numero di otto, formando i primi due
battaglioni. Viene la prima guerra del
Risorgimento italiano; viene la prova del
fuoco, che è l'unica e la suprema per
saggiare la bontà degli ordinamenti e
la tempra fisica e morale degli uomini; nelle
campagne del '48-'49 i bersaglieri offrono
prove superbe della loro resistenza alle
fatiche, del loro valore nel combattimento. A
Goito, pagina splendida che apre il libro
della storia dei bersaglieri, il fondatore del
Corpo è in prima linea e cade
gravemente ferito.
Per
uno di quei moti spontanei, irresistibili e
misteriosi, che sboccano nel profondo della
coscienza popolare, il bersagliere diventa sin
dagli esordi il soldato rappresentativo
dell'Esercito italiano, il soldato nel quale
il popolo ama ritrovare se stesso. Tutto ciò
che è brio, ardimento, velocità,
entusiasmo, diventa bersaglieresco. Così
nel 1848 si formano i bersaglieri lombardi di
Luciano Manara; quelli del Po, comandati da
Mosti; i valtellinesi agli ordini di
Guicciardi; i bresciani col Berretta; i
mantovani con Longoni. È, dopo secoli,
l'epoca che segna la ripresa dello spirito
militare italiano.
Passano
alcuni anni d'attesa. Poco prima della guerra
di Crimea, nel 1852, i battaglioni dal
cappello piumato diventano dieci. Nel 1855
alla Cernaia i bersaglieri combattono
valorosamente, mentre il loro fondatore lascia
la vita in quelle contrade, ucciso non da
palla nemica come avrebbe desiderato, ma da un
morbo che faceva strage non meno del piombo.
Se Goito è il nome che splende nella
prima guerra d'indipendenza, Palestro, dieci
anni dopo, è il nome che raccomanda ai
secoli la gloria dei figli di Lamarmora;
memorabile fra tutti l'assalto alla baionetta
del 7° battaglione che gli valse la medaglia
d'oro.
Chi
segua lo sviluppo del Corpo nota che esso
è legato al movimento dell'unità
patria. Alla vigilia del 1866 i battaglioni
sono cinquanta. Anche in quella campagna
rifulsero le loro virtù. I cappelli
piumati parteciparono alla guerra di Etiopia e
a quella Libica poi. E la eroica tragedia
dell'11° a Sciara-Sciat rimarrà
eternamente impressa nel cuore del popolo.
Sire!
La guerra mondiale è troppo vicina ed
ha avuto proporzioni troppo gigantesche perché
sia necessario rievocarla nelle sue vicende. I
bersaglieri Voi li avete visti al fuoco: Voi
sapete meglio di ogni altro che cosa abbiano
fatto e quanto sangue abbiano versato nelle
trincee e nei combattimenti. Trentaduemila
morti sono la testimonianza, in eterno, del
sacrificio e i custodi della Vittoria. Gli
strumenti bellici mutati hanno imposto nuovi
impieghi dei bersaglieri; ma, quando si ventilò
l'idea di scioglierli, io mi opposi, convinto
che sarebbe stato un errore gravissimo
disperdere una tradizione ormai secolare e
gloriosa. Gli strumenti della guerra possono
cambiare, ma il cuore, il cuore bersaglieresco
deve restare.
Sire!
In questa ora solenne, attorno a questo
monumento che sorge davanti a questa porta
michelangiolesca, qui dove uno scontro fatale
avvenne, che il divenire della storia doveva
di poi superare e comporre, Voi non avete
attorno soltanto i bersaglieri convenuti da
ogni parte d'Italia con i loro labari, le loro
fanfare, le loro canzoni, ma spiritualmente
tutte le forze armate e tutto il popolo
italiano, in questa ardente atmosfera del
primo Decennale fascista. Due eroi, fra i
mille e mille, guidano dai regni della gloria
l'odierna adunata: Rismondo e Toti. Essi hanno
dato la misura di quel che il nostro popolo
possa nelle ore decisive. Quando il Vostro
ordine risuoni, noi, come ieri, obbediremo!
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