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Onorevoli
camerati,
Dal
momento in cui la notizia della morte del Duca
della Vittoria, del Maresciallo d'Italia,
Armando Diaz, è stata diffusa nel
mondo, un velo di profonda tristezza avvolge
l'animo del Popolo italiano. Più acuta
ancora, questa tristezza, percuote l'animo dei
Combattenti, che vissero la grande guerra e
conobbero, guidati da Diaz, la suprema ansietà
e la divina certezza della Vittoria. Oggi
è giorno di dolore per tutti i fanti,
che balzarono dalle trincee, per tutti i
soldati d'Italia. Forse anche i non
dimenticabili morti che dormono nei bianchi
cimiteri delle Alpi o nella vasta, ferrigna
necropoli di Redipuglia, si sono sentiti
sfiorati stanotte dall'anima non più
terrena del loro Condottiero.
La
sua vita con una sola parola potrebbe essere
esaltata e conchiusa: «dovere».
Questa parola religiosa e guerriera fu per lui
norma e ideale. Vi é un momento della sua
carriera militare che caratterizza lo spirito
di Armando Diaz: il suo volontario passaggio
nelle fanterie, le fanterie mobili e
sacrificate, nelle fanterie che non hanno mai
contato i loro caduti, né mai misurato il
loro sangue. Quale comandante di fanti,
Armando Diaz partecipò alla guerra
libica ed alla testa delle sue truppe fu
gravemente ferito in combattimento.
Intanto
montavano agli orizzonti dell'Europa
tormentata e divisa i nembi annunciatori della
tempesta. La guerra mondiale trovò
Armando Diaz comandante di una brigata, la
«Siena». I primi anni di guerra
egli li visse nell'adempimento quasi anonimo
del suo dovere. Partecipò alle spallate
del Carso, fu una seconda volta ferito,
combatté, soldato tra i soldati.
Così,
fino alle giornate di ottobre del 1917, fino
al durissimo allarme che doveva svegliare capi
e gregari, Esercito e Popolo. Inchiodata
l'irruzione nemica alle rive del Piave, ecco
Diaz (scelto con incomparabile acume da chi
poteva) balzare al Comando in capo
dell'Esercito. Gli eventi successivi
dimostrarono che le speranze concepite allora
erano pienamente giustificate.
Il
Popolo si ricompose in una ferma unità
degli spiriti, i Mutilati accorsero alle
trincee, gli adolescenti partirono a colmare i
vuoti, i veterani presero a motto del loro
ardire la frase scritta da un fante
sconosciuto: « Meglio vivere un giorno
da leoni che cento anni da pecore».
Rianimatore
e riorganizzatore delle forze fu Diaz: spirito
profondamente religioso, spirito umano fra
uomini, comprese che i soldati non erano
soltanto dei piastrini di riconoscimento, ma
delle anime; comprese che il morale, invece di
essere considerato come una fredda, quasi
catechistica esercitazione meramente formale,
dovesse costituire la preoccupazione costante,
la cura assidua di tutti i Capi. È in
questo problema fondamentale di psicologia e
nell'avere avvertito immediatamente questa
necessità che Diaz rivelò,
ancora prima del giugno, le sue qualità
di Comandante supremo.
La
battaglia del giugno, che fu una delle
battaglie decisive della guerra mondiale,
dimostrò che l'Esercito italiano era
ormai così materialmente e moralmente
armato da potere riguadagnare il territorio
perduto e riafferrare la Vittoria.
Ottobre
1918. Avanzata fulminea oltre Piave.
Catastrofe dell'esercito nemico. Bollettino
del 4 novembre. Il nome breve e tagliente del
Condottiero è in fondo alla pagina che
rimarrà eterna nella Storia della
Patria. La guerra è finita. La guerra
delle armi è finita. È l'ora dei
diplomatici. Dopo il sacrificio, il calcolo.
Non soffermiamoci a lungo nei ricordi per non
rendere più pungente la nostra
amarezza.
Ma
la guerra è finita in Italia? Non
ancora. Bisogna ricominciare a battersi nelle
strade e nelle piazze contro l'ignavia dei
governi e la illusione asiatica delle masse,
per difendere i diritti e soprattutto lo
spirito della Vittoria.
La
gioventù che aveva fatta la guerra
ricostituisce col simbolo del Littorio romano
e fascista le sue formazioni di combattimento.
Armando Diaz, che aveva sofferto in silenzio,
e aveva assistito da lungi alla mortificazione
e alla profanazione, è con i giovani
fascisti, è con la nuova Italia, duella
di Vittorio Veneto, che a Napoli celebra
l'adunata delle sue squadre prima di prendere
Roma.
Comincia
l'era nuova. Diaz è con noi, e assume
il Ministero della Guerra. Poteva l'artefice
della Vittoria offrire al Fascismo prova più
solenne e pronta di simpatia e solidarietà
? Tale simpatia e solidarietà non
vennero mai meno. Anche nelle ore grigie,
quando le fedi imbelli si piegano e gli
spiriti crepuscolari s'interrogano, Diaz non
dubitò mai e fu sempre leale, aperto
difensore del Regime. Questo i Fascisti sanno,
questo le Camicie Nere non dimenticheranno
mai!
Ora,
il grande artefice della Vittoria ha varcato
le soglie del mistero. La vecchia ferita di
Zanzur ha abbreviato la sua agonia. La sua
giornata terrena è finita. Domani
tuoneranno i cannoni, sventoleranno le
bandiere gloriose dei Reggimenti, il Popolo
sosterà pensoso e memore a salutare il
suo Capitano, che comincia a vivere la sua
seconda vita immortale nei cieli della Storia.
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