Combattenti!
Signore! Cittadini!
Voi mi permetterete di sorvolare, senza indugio soverchio,
sulle polemiche che hanno preceduto la mia venuta in
questa città. Se, come dice il poeta, il nostro
grande poeta Giosué Carducci: « non si cercano le
farfalle sotto l'arco di Tito », non si cercano
nemmeno sotto gli archi di questa nostra magnifica e
vecchia Bologna, specialmente quando c'è il caso di
non trovare farfalle, ma pipistrelli che sembrano spauriti
e confusi davanti a questo trionfante sole di maggio.
Non
vi sorprenderà la forma del mio discorso.
Spesso
mi accade che prima di parlare al pubblico, io parli a me
stesso. Tré anni fa, in questi giorni, tutta l'Italia
cosciente e volitiva, l'unica Italia che ha diritto di far
assurgere la sua cronaca da rottame caotico di episodi alla
grandezza della storia, fiammeggiava di una grande passione,
della nostra passione.
Io
noto che da qualche tempo vi sono degli opportunisti che
cercano di aprire una piccola porticina per le eventuali
responsabilità di domani e vanno elencando
faticosamente le ragioni per cui l'Italia non poteva
rimanere neutrale.
Ebbene,
io ammetto che ci sia stata una fatalità, ammetto
questa costrizione che proveniva da un complesso di cause
sulle quali è inutile insistere, ma io aggiungo che a
un dato momento di questa concatenazione di fenomeni noi
abbiamo inserito l'impronta della nostra volontà; e
oggi, a tré anni di distanza, noi non siamo dei frati
pentiti di quello che abbiamo fatto.
Noi
lasciamo questo basso atteggiamento spirituale a coloro che
vanno in cerca di applausi, di collegi e di soddisfazioni
personali; ma quando si disprezza, come disprezzo
intimamente io, il parlamentarismo e la demagogia, si
è ben lontani da tutto ciò.
Quello
che Machiavelli dice nel capitolo VI del Prìncipe
a proposito di coloro che per propria virtù come
Moisè, Ciro, Remolo, Teseo, giunsero al principato,
può applicarsi non solo agli individui ma ai popoli.
«Ed
esaminando — dice il Segretario fiorentino — le
azioni e la vita loro, non si vede che quelli avessero altro
della fortuna che l'occasione, la quale dette loro materia
da potere introdurvi dentro quella forma che parve loro; e
senza quell'occasione la virtù dell'animo loro si
sarebbe spenta, e senza quella virtù l'occasione
sarebbe venuta invano... Queste occasioni pertanto fecero
questi uomini/elici e l'eccellente virtù loro fece
quella occasione essere compiuta; donde la loro patria ne fu
nobilitata e diventò felicissima».
Riferendoci
al popolo italiano nel maggio radioso si può dire
che, senza l'occasione della guerra, la virtù del
nostro popolo si sarebbe spenta; ma senza questa virtù,
l'occasione della guerra sarebbe passata invano.
Ho
ritrovato un'eco del pensiero di Machiavelli, nel libro di
Maeterlinck, il grande poeta del Belgio, il poeta che, forse
più di ogni altro, fra i contemporanei, ha dato
un'espressione, una voce a tutti i movimenti più
delicati e complessi dell'animo umano.
Il
Maeterlinck nel suo libro Saggezza e Destino ammette
la fatalità meccanica "esterna, ma ammette anche
che un individuo possa reagire contro questa fatalità.
«
L'avvenimento, in sé —
dice Maeterlinck nel capitolo VII del suo: La
Sagesse et la Destinée — è l'acqua pura che la
fontana versa su di noi e non ha ordinariamente in se stesso
ne sapore, ne colore, ne profumo. Diventa bello e triste,
dolce e amaro; mortale o vivificatore a seconda delle qualità
dell'animo che lo raccoglie.
«
Accadono continuamente a coloro che ci circondano mille e
mille avventure che sembrano tutte gravide di germi
d'eroismo e nulla d'eroico si eleva quando l'avventura
è dissipata. Ma Cristo incontra sulla sua strada un
gruppo di fanciulli, una donna adultera, o la Samaritana e
l'umanità monta tré volte di seguito all'altezza di
Dio».
L'avvenimento
della guerra mondiale è stato per il nostro popolo un
getto d'acqua pura. E stato mortale, ad esempio, per la
Spagna; vivificatore, per noi. Noi abbiamo voluto. Abbiamo
scelto. Prima di arrivare alla scelta abbiamo polemizzato,
abbiamo lottato e qualche volta la lotta ha assunto un
aspetto di fiera violenza; abbiamo vinto noi, ed anche oggi
siamo orgogliosi di quelle giornate e ci compiaciamo che il
ricordo delle moltitudini che occupavano le strade e le
piazze delle nostre città, turbi molto coloro che
furono sconfitti e quelli che ancora oggi tentano coi mezzi
più insidiosi di spegnere la sacra fiamma e la fede
del nostro popolo.
Questa
guerra l'hanno accettata come si accetta una corvée
pesante, e il loro duce, inseguito dalle maledizioni di
tutto un popolo, si è ritirato come un vecchio
feudatario, nel suo remoto paese; e non possiamo fargli che
questo augurio: che ci rimanga per sempre.
Ma,
come non mi stancherò di ripetere, noi giovani
commettemmo allora un errore, un errore che abbiamo
duramente scontato: consegnammo questa nostra giovinezza
ardente alla più desolante vecchiaia. Quando dico
vecchi non stabilisco un rapporto soltanto cronologico. Io
penso che si nasce vecchi: che c'è qualcuno a vent'anni,
che è già cadente di spirito e di carne,
mentre ci sono uomini a settantenni, come il meraviglioso
Tigre di Francia, che hanno ancora tutta la vibrazione, la
fiamma della virile giovinezza. Parlo dei vecchi che sono
vecchi, che sono superati, che sono ingombranti.
Essi
non hanno compreso, non hanno realizzato nessuna delle verità
fondamentali della guerra.
Che
cosa significa questa guerra, nella sua portata storica, nel
suo sviluppo, è stato intuito, oltre che dal popolo,
da due categorie di persone: dai poeti e dagli industriali.
Dai poeti, i quali avendo un'anima squisitamente sensitiva
afferrano prima della media comune le verità ancora
crepuscolari; dagli industriali che capirono che questa
guerra era una guerra di macchine. Tra i due mettiamoci
anche i giornalisti, i quali sono sufficentemente poeti per
non essere industriali e sono sufficentemente industriali
per non essere poeti. E i giornalisti hanno parecchie volte
preceduto il Governo. Io parlo dei grandi giornalisti che
hanno i padiglioni auricolari sempre aperti e tesi alle
vibrazioni del mondo esterno. Il giornalista talvolta ha
preveduto quello che il vero responsabile purtroppo vedeva
tardivamente.
Questa
guerra è stata fino ad oggi « quantitativa
». Ora si è visto che la massa non vince la
massa: un esercito non vince un esercito; la quantità
non vince la quantità. Bisogna affrontare il problema
da un altro punto di vista, quello della qualità.
Questa guerra, che è stata agli inizi enormemente
democratica, tende a diventare aristocratica. I soldati
diventano guerrieri. Si procede a una selezione fra le masse
armate. La guerra portata quasi esclusivamente nei cicli
è una guerra che ha perduto i caratteri che aveva nel
1914.
Il
romanziere che primo ha intuito i problemi della guerra
« qualitativa » è stato Wells. Leggete il
suo volume: La guerra su tré fronti. E in questo
libro ch'egli consiglia di sfruttare le qualità della
razza latina e anglo-sassone. Perché mentre i tedeschi
agiscono soltanto se inquadrati, danno un alto rendimento
soltanto attraverso l'esasperato automatismo della massa, i
latini sentono la bellezza dell'audacia personale, il
fascino del rischio, hanno il gusto* dell'avventura; gusto
che in Germania, dice Wells, è limitato soltanto ai
discendenti della nobiltà feudale, mentre da noi lo
si trova diffuso anche tra il popolo.
Un'altra
verità che i responsabili hanno realizzato tardi
è che per vincere gli eserciti, bisogna vincere i
popoli. Prendere, cioè, al rovescio, gli eserciti. E
difficile questo per la Germania etnicamente, politicamente
e moralmente compatta.
Ma
noi abbiamo invece di fronte un nemico sul quale si poteva
agire sin da principio, in questo senso: dovevamo insinuare
la nostra azione nel mosaico dello Stato austriaco.
Io
sono molto felice di aver contribuito alla creazione di
reggimenti boemi. Sono ancor più contento di sapere
che si sono già formati parecchi di questi reggimenti
e non mi stupisco di apprendere che si tratta di magnifici
soldati che coll'esempio loro giovano anche al morale dei
nostri.
Fra
i popoli che non si prendono alle spalle, è il
nostro. Il mio elogio sincero. Grande è stato il
popolo delle trincee e grande l'altro che non ha combattuto.
Le deficienze devono ricercarsi altrove, fra il
vecchiume di cui parlavo poco fa.
Ho
vissuto con questi valorosi nostri soldati nelle trincee, li
ho ascoltati quando parlavano nei piccoli crocchi, li ho
visti nelle ore della malinconia, nei momenti epici
dell'entusiasmo.
E
quando dopo il triste 24 ottobre c'era un po' di diffidenza
verso i combattenti io sono insorto perché mi pareva
impossibile che dei soldati che avevano vinto le battaglie
sul terreno più difficile di tutti i teatri della
guerra fossero diventati di un colpo dei pusillanimi che si
sbandano al semplice crepitio di una mitragliatrice.
Non
è così, perché se così fosse, non ci
sarebbe stato fiume per fermare l'onda invadente e se ci
siamo fermati sul Piave è segno che potevamo
resistere anche sul Fisonzo. {Applausi}.
Leggevo
ieri sera in treno un libro di poesie scritte in trincea da
un capitano: Arturo Marpicati. E l'unica letteratura
possibile: la letteratura di guerra, quando però si
tratti di scrittori che ci sono realmente stati. In queste
strofe io riconosco i miei commilitoni di una volta.
Riconoscevo gli umili grandi soldati della nostra guerra.
Ecco:
Col
vecchio suo magico sguardo,
il
dovere, nume d'acciaio
gl'inconsci
anche soggioga.
Benché
ne balbettino il nome,
ecco,
essi, la madre difendono;
ed
è madre di tutti;
e
son essi la guerra,
e
son essi la fronte,
son
essi la vittoria;
dai
loro elmetti ferrei
spicca
il volo la gloria;
essi,
martiri e santi,
sono
l'eroica Patria,
essi,
i fanti!
Ma
l'elogio migliore del popolo in armi è consegnato nei
mille bollettini del Comando Supremo. Anche l'altro popolo
inerme merita di essere esaltato. Quello delle città
nervose e irrequiete, fenomeno inevitabile dovuto alla
« società » di migliaia di creature al
contatto di migliaia di temperamenti e quello delle
campagne. Dalla Valle Padana al Tavoliere delle Puglie;
dalle colline pampinee del Monferrato ai pianori solatii
della Conca d'Oro, le case dei contadini si sono vuotate. E
colle case, le stalle. Le donne hanno visto partire il padre
e il figlio; il meditativo territoriale più che
quarantenne e l'avventuroso adolescente dell'anno secolare.
Sangue, denaro, lavoro.
Inutile
chiedere all'umile gente proletaria un'alta coscienza
nazionale che non può avere, semplicemente perché
non abbiamo mai fatto nulla per dargliela. Al popolo che ha
lasciato la vanga e impugnato il fucile, chiediamo
semplicemente che obbedisca; ed il popolo italiano, il
popolo della campagna e quello delle officine, obbedisce.
Un
episodio triste e qualche sintomo d'irrequietezza non
bastano a guastare la linea del quadro. Ci avevano detto che
non avremmo resistito sei mesi, che all'annuncio dei morti
le famiglie sarebbero insorte, che i nostri mutilati, agli
angoli delle strade, agitando i loro monconi, avrebbero
sollevato l'animo popolare. Si compiono in questi giorni i
tre anni. Tre lunghissimi anni. Le madri dei caduti hanno
l'orgoglio sacro del loro dolore; i mutilati, non ci tengono
all'appellativo di gloriosi, ma respingono soprattutto
l'aggettivo di « poveri »... Le nostre
privazioni alimentari sono foltissime, eppure la gente
resiste. Le « tradotte » vanno al fronte, i
vagoni infiorati come nel maggio del 1915. Le città e
le campagne sono semplicemente meravigliose di dignità
e di tranquillità. La crisi nazionale che va
dall'agosto all'ottobre 1917 e si compendia in due nomi:
Torino-Caporetto, è stata in un certo senso salutare.
Era il riflesso della grande crisi che ha gettato nel
baratro la Russia.
C'è
stata un'idea direttrice nella politica leninista che ha
condotto la Russia alla pace « penosa, forzata,
disonorante » di Brest? Sì, c'è stata. I
massimalisti in buona fede hanno creduto alla possibilità
della rivoluzione per « contagio ». Essi
speravano di giungere ad « infettare » col virus
massimalista la Germania. Non ci sono riusciti. La Germania
è refrattaria. Gli stessi « minoritan »
sono ben lungi dal proclamarsi bolscevichi. Di più.
Questi minoritan che dovrebbero rappresentare, in ogni modo,
il lievito fermentatore, perdono continuamente terreno. Tre
elezioni, tre disfatte clamorose. I maggioritari
trionfano. Essi sono oggi quali erano nell'agosto 1914, dei
complici del pangermanismo: vogliono vincere. Dopo
Brest-Litovsk i socialisti non hanno fiatato;
dopo
la pace di Bucarest i socialisti non hanno proferito un sol
verbo.
Si
è visto a quale risultato è andata incontro la
Russia con la predicazione leninista; si è visto
come i socialisti tedeschi, che accettavano: « Ne
annessioni, ne indennità; diritto ai popoli di
decidere delle loro sorti », abbiano interpretato
questa dottrina.
I
tedeschi si sono presi 540 mila chilometri quadrati in
Russia con 55 milioni di abitanti; poi sono passati in
Romania e l’hanno completamente spogliata.
Se
la pace di Brest-Litovsk è stata una vergogna per la
Russia, la pace di Bucarest non è disonorante; i
romeni sono stati presi alla schiena e non hanno potuto
resistere.
Intanto
Cicerin, commissario agli Esteri, fa lavorare il telegrafo
senza fili. Un freddurista potrebbe osservare che se la
Repubblica di Roma in un'ora critica della sua storia ha
avuto un Cicerone, la Russia deve avere Cicerin, che,
contrariamente al primo, nessuno prende sul serio, perché
non si prendono sul serio coloro che non sanno, per la
difesa dei propri diritti, impugnare le armi.
L'esperimento
russo ci ha enormemente giovato. E sotto l'aspetto
socialistico e sotto quello politico. Ha aperto molti occhi
che si ostinavano a rimanere chiusi. Se la Germania vince,
bisogna mettersi in mente che la rovina certissima e totale
ci attende. Il germano non ha modificati i suoi istinti
fondamentali. Sono gli stessi, che Tacito descriveva nel suo
Germania alla perfezione, con queste parole:
«Vivevano
i germani, non in villaggi, ma in case separate, divise da
un largo spazio per meglio difenderle dal fuoco. Per
ripararsi dal freddo usavano abitare ambienti sotterranei
coperti di letame o si vestivano colle pelli del bestiame
minuto che possedevano numeroso. Forti in guerra, ma anche
bevitori e giocatori ostinati, armati di aste, ben forniti
di cavalli, preferivano acquistare quanto loro occorreva
colla violenza, anziché col lavoro delle loro terre ».
Nella
Vita di Agrìcola lo stesso storico romano
stabilisce, fra i britanni e germani, una differenza che ha
oggi, come 19 secoli fa, lo stesso valore: mentre i britanni
combattevano per la difesa della patria e della famiglia, i
germani combattevano per avarizia e per lussuria.
Le
stesse tribù, schiacciate un tempo a Legnano, hanno
ripreso la loro marcia oltre Reno e si accingono a
riprendere l'offensiva contro di noi. Ma la « bramosia
» di cui parlò Kiihimann non spingerà
gli austro-tedeschi oltre il Pia ve.
Il
popolo italiano doveva, nei calcoli tedeschi, dopo Caporetto,
precipitare nel caos. E invece in piedi. Tanto in piedi che
gli austriaci non hanno ancora « osato ». Quali
possano essere le vicissitudini di questa fase estrema della
guerra, la Germania, che non ci ha vinti isolatamente, potrà
vincere la formidabile società delle nazioni che la
fronteggiano?
Siamo
in piedi con la Francia, con i suoi soldati che sono stati
meravigliosi di eroismo. E quella Francia che noi
conoscevamo così male, semplicemente perché la
vedevamo soltanto attraverso ai cabarets di
Montmartre, i quali non erano frequentati da francesi ma da
avventurieri che piovevano da tutte le parti del mondo, ci
ha dato oggi le più belle pagine di eroismo.
La
Francia sa anche sbarazzarsi dei suoi tentacoli insidiosi e
colpisce a morte i grandi ed i piccoli artefici del
tradimento e fa crepitare i plotoni di esecuzione: il crepitìo
di quelle fucilate è per chi ama la Patria più
dolce dell'armonia in un grande spartito.
Anche
in Italia dobbiamo essere inesorabili contro i traditori per
difendere le spalle dei nostri soldati.
Non
si deve, non si può esitare un minuto solo a
sacrificare un uomo, dieci uomini, cento uomini, quando
è in gioco l'esistenza nazionale, l'avvenire di
milioni di uomini.
Siamo
in piedi cogli inglesi che ripetono la frase di Nelson:
« L'Inghilterra attende con fiducia che ogni cittadino
compia fino all'ultimo il proprio dovere ».
Siamo
in piedi cogli Stati Uniti.
Ecco
l'Intemazionale. La vera, la profonda, la duratura. Anche se
non ha le formule e i dogmi e i crismi del socialismo
ufficializzato.
Essa
è nelle trincee dove i soldati di diverse razze hanno
varcato seimila leghe di mare per venire a morire in Europa!
Voi
mi permetterete di essere ottimista circa l'esito della
guerra.
Vinceremo
perché gli Stati Uniti non possono perdere, perché
l'Inghilterra non può perdere, perché la Francia non
può perdere.
Gli
Stati Uniti hanno centodieci milioni di abitanti; una sola
leva può dare un milione di recluto.
L'America,
come l'Inghilterra, sa che sono in gioco tutti i valori,
tutti i più grandi interessi, i beni fondamentali
della civiltà.
Finché
noi saremo in questa compagnia non c'è pericolo di
una pace rovinosa. Non ^ arrivare al traguardo della pace
significa essere schiacciati; ma quando saremo arrivati Bid
traguardo potremo guardare anche noi in faccia ai nostri
nemici e dire che anche noi, piccolo popolo disprezzato,
anche noi, esercito di mandolinisti, abbiamo resistito e
abbiamo il diritto a una pace giusta e duratura.
Io
sono un ottimista e vedo l'Italia di domani sotto una luce
rosea. Basta col rappresentare l'Italia col berretto di
locandiera, méta di tutti gli sfaccendati, muniti del loro
odioso Baedeker; basta collo spolverare vecchi calcinacci:
siamo e vogliamo essere un popolo di produttori!
Saremo
un popolo che si espanderà, senza propositi di
conquista: ci imporremo con le nostre industrie, col nostro
lavoro. Sarà il nome augusto di Roma che dirigerà
ancora la nostra forza nell'Adriatico, golfo del
Mediterraneo e nel Mediterraneo strada di comunicazione fra
tré continenti.
Quelli
che sono stati feriti sanno che cosa vuoi dire
convalescenza. Viene il giorno in cui il medico non prende
più dal vassoio i suoi coltelli spieiati, ma pur
benedetti; non vi strazia più le carni doloranti, non
vi fa più soffrire. Il pericolo d'infezione è
scomparso e voi allora vi sentite rinascere. Comincia una
seconda giovinezza. Le cose, gli uomini, la voce di una
donna, le carezze di un bambino, il fiorire di un albero,
tutto vi da la sensazione ineffabile di un ritomo. Le vene
s'inturgidano del sangue nuovo e la febbre del lavoro vi
afferra.
Anche
il popolo italiano avrà la sua convalescenza e sarà
una gara per ricostruire dopo aver distrutto.
Questa
bandiera dei mutilati è il simbolo di un nuovo
orientamento della loro vita morale e spirituale.
Pensate
che certi mistificatori credevano di giovarsi dei mutilati
per le loro speculazioni infami!
Ed
invece i mutilati rispondono: « Non ci prestiamo al
turpe gioco, non intendiamo avere dalla vostra simpatia,
dalla vostra pietà, un aiuto che ci umilia!
«
Noi siamo dei cittadini che sono stati più provati
degli altri » !
Essi
non imprecano; non si lamentano se sono senza una gamba o un
braccio; non imprecano neppure quelli che hanno perduto la
divina luce degli occhi. Invano i nemici speravano nello
stato d'animo di questa gente per approfittarne; a questa
loro speranza rispondono che tutto dettero all'Italia, alla
loro Patria, ed oggi non le vogliono essere nemmeno di peso
e lavorano e si addestrano in ogni cosa per dare un'altra
prova del loro amore alla santa causa.
Non
vedo più relegato nelle lontananze dell'avvenire il
giorno in cui i gonfaloni dei mutilati precederanno le
bandiere lacere e gloriose dei reggimenti. E attorno alle
bandiere ci saranno i reduci e il popolo. Ci saranno anche
le ombre grandi dei nostri morti, di tutti i nostri morti,
da quelli che caddero sulle Alpi a quelli che si immolarono
oltre Isonzo, da quelli che espugnarono Gorizia a quelli che
furono falciati fra rHermada e il misterioso Timavo o sulle
rive del Piave. Tutta questa sacra Falange noi simboleggiamo
in tré nomi: Cesare Battisti che volle affrontare
deliberatamente il martirio e non fu mai così bello
come quando offerse il collo al boia d'Absburgo;
Giacomo
Venezian che lasciò le austere aule del vostro Ateneo
per correre incontro al suo sogno sulla via di Trieste;
Filippo Corridoni, nato dal popolo, combattente col popolo,
morto pel popolo sui primi ciglioni della pietraia carsica.
I
battaglioni dei ritornanti, avranno il passo grave e
cadenzato di coloro che molto hanno vissuto e molto hanno
sofferto e videro innumeri altri soffrire e morire. Diranno,
diremo:
«
Qui nel solco che ritorna alla messe, qui nell'officina che
forgia lo strumento di pace; qui nella città sonante,
qui nella silenziosa campagna, ora, che il dovere fu
compiuto e la méta raggiunta, piantiamo i segni del nostro
nuovo diritto. Indietro le larve! Via i cadaveri che si
ostinano a non morire ed ammorbano, col lezzo insopportabile
della loro decomposizione, l'atmosfera che dev'essere
purificata. Noi, i sopravvissuti, noi i ritornati,
rivendichiamo il diritto di governare l'Italia, non già
per farla precipitare nella dissoluzione e nel disordine, ma
per condurla sempre più in alto, sempre più
innanzi; per renderla — nei pensieri e nelle opere
— degna di stare fra le grandi nazioni che saranno le
direttrici della civiltà mondiale di domani ».