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La
relazione semplice, chiara ed esauriente del
vostro collega raccomanda questo disegno di
legge ai vostri suffragi. Ma io colgo questa
occasione per fare un esame della situazione,
di quella italiana e di quella mondiale, per
spiegarvi i moventi della politica economica
del Governo e gli obbiettivi che la politica
medesima si prefigge di raggiungere. Farò
un discorso molto chiaro, molto schietto,
senza reticenze, senza veli. Voi ci siete del
resto abituati e sapete che mi si potrà
rimproverare per eccesso di sincerità,
non mai per difetto della medesima. Sarà
forse un discorso di proporzioni inconsuete e
arido, perché documentato con cifre e dati di
fatto; ma voi sapete che di quando in quando
bisogna fare di questi discorsi per aggiornare
la situazione.
Alla
fine dell'estate del 1929 la situazione
economica italiana poteva ritenersi
soddisfacente. Tutti gli indici della economia
agricola ed industriale segnavano delle punte
notevoli: era aumentato il consumo della
energia elettrica, era aumentata la produzione
della ghisa e dell'acciaio; i raccolti
agricoli dell'annata erano stati abbondanti.
Ci avviavamo al porto, eravamo forse in vista
del porto; quando, in data 24 ottobre 1929,
scoppia la crisi americana e scoppia
improvvisamente, come una bomba. Per noi
poveri provinciali di questa vecchia Europa lo
scoppio fu di grande sorpresa: restammo
percossi e attoniti come la terra all'annunzio
della morte di Napoleone; perché ci avevano
dato ad intendere che quello era il paese
della prosperità, della prosperità
indefinita, assoluta, senza eclissi, senza
decadenze; tutti erano ricchi. Ognuno sa a
memoria delle cose che ormai sono dei luoghi
comuni: c'era un automobile per ogni otto
abitanti, una radio per ogni quattro, un
telefono per ogni tre. Tutti giocavano in
borsa e siccome i titoli azionari salivano
sempre, ognuno, avendo comprato un titolo a
20, lo rivendeva a 100, e così lucrava
lo scarto, e con questo scarto si comprava
l'automobile, la radio, il telefono, faceva un
viaggio in Europa pagandolo a rate, e forse
anche si fabbricava una villetta nei dintorni.
Tutto
ciò era meraviglioso, fantastico: anche
noi al di qua dell'acqua avevamo un senso di
euforia.
Ad
un certo punto questo scenario crolla. Abbiamo
una serie di giornate nere, nerissime; i
titoli perdono il venti, trenta, cinquanta per
cento del loro valore. La crisi da allora non
è ancora sanata: giornate nere si sono
susseguite ed alla prosperità sono
seguite le file di coloro che aspettano la
minestra ed il pane nelle grandi città
degli Stati Uniti d'America.
È
con profonda tristezza che io faccio questa
constatazione, o Signori, e voi ne intendete
facilmente il perché senza che io vi insista.
Il
fatto si è che da quel giorno noi fummo
risospinti in alto mare; da allora anche per
noi la navigazione è estremamente
difficile.
E
il bilancio dello Stato diede fin
dall'esercizio scorso i primi segni di
stanchezza. Abbiamo chiuso con un avanzo di 65
milioni che forse, alla revisione definitiva
dei conti, saliranno a 100, ma è un
avanzo modesto. Siamo arrivati alla meta quasi
senza respiro. Naturalmente il nuovo esercizio
ha presentato immediatamente ulteriori segni
di stanchezza. Nel mezzo luglio abbiamo 124
milioni di disavanzo che salgono a 221
nell'agosto, discendono in settembre a 216, in
novembre a 154; c'è quindi un
miglioramento nel peggioramento. Siamo
tuttavia, nel momento in cui vi parlo, ad un
deficit che si può calcolare, grosso
modo, a 900 milioni. Un deficit di 900 milioni
non è, bisogna dirlo subito, grave come
una battaglia perduta, come la cessione di un
territorio della madre Patria, come una
catastrofe nazionale; è una cosa
estremamente seria, tuttavia, che impone al
Governo di convergere su essa tutta la sua
attenzione e impone ai cittadini, ivi compresi
Senatori e Deputati, di non avanzare
continuamente richieste di nuove spese, per le
quali bisogna trovare delle entrate, le quali
entrate significano imposte e tasse. Poiché
l'incentivo alla spesa non viene dal centro:
viene dalla periferia. Anche questa è
una verità che andava detta una volta
per tutte.
Sui
termini della situazione mi sono già
espresso il 21 aprile ed il 1° ottobre. Ma
intanto questi mesi dell'estate scorsa sono
stati assai laboriosi anche per me e per il
Governo. Abbiamo prima di tutto continuato e
quasi ultimato il risanamento bancario. Nel
1919 un prete siciliano si pose in capo di
conquistare l'Italia. Ci fu, difatti, un
periodo in cui faceva e disfaceva i Ministeri,
poneva il veto come un antico tribuno della
plebe, e marciava in tre direzioni: un partito
politico che fiancheggiava i socialisti,
abbastanza numeroso e valido perché aveva
portato alla Camera 103 deputati (del resto
non è nuovo, nella storia
contemporanea, il fatto che i cattolici e i
socialisti marcino insieme contro quelle che
essi chiamano le tendenze radicali dello
spirito contemporaneo); poi aveva creato un
sindacalismo che in fatto di bolscevismo (e se
qui ci sono dei senatori della Marca
Trevigiana me ne possono far fede!) dava dei
punti al sindacalismo rosso; finalmente aveva
creato, e, diciamolo pure, potenziato,
un'infinita serie di istituti di credito che
andava dalle piccole banche rurali ai grandi
istituti nazionali. Di questa vasta, ambiziosa
impresa, non restano che delle rovine che io
vado raccogliendo. Gli istituti confessionali
in Italia hanno vaporizzato un miliardo della
povera gente. Io non vorrei parlare sei ore,
invece delle cinque che mi riprometto di
parlare. Ma vi potrei leggere l'elenco, che
occupa, come vedete, queste abbastanza vaste
pagine, di tutti gli istituti che sono
saltati. Molti, invece, ne abbiamo salvati:
con le operazioni solite, con degli innesti,
con delle fusioni, con degli aiuti diretti o
indiretti, e con quell'ospedale bancario che
si chiama l'Istituto di liquidazione che noi
pensavamo di chiudere al 31 dicembre 1930, e
che dovrà rimanere aperto per un certo
numero di anni.
Ora
questo processo di risanamento è verso
il suo termine. È stato faticoso e
penoso, ma io vorrei da questa tribuna
raccomandare a coloro che hanno cura delle
anime di disinteressarsi del profano, di
lasciare la banca ai banchieri, perché i
banchieri non si improvvisano.
Non
vi stupirete nemmeno di intendere che molte
volte la chiusura degli sportelli ha coinciso
con l'apertura delle porte delle carceri, dove
in questo momento un discreto numero di
commendatori sta riflettendo sui complessi e
mutevoli casi della vita.
13
agosto. Voi direte: «una data». Sì,
una data come tutte le altre, in fondo. Ma il
tredici agosto è la data di un
telegramma che io feci a tutti i Prefetti
delle provincie della Liguria, del Piemonte,
della Lombardia, delle Venezie, dell'Emilia e
della Romagna e di alcune provincie
dell'Italia Centrale, col quale telegramma
davo istruzioni per rilasciare il maggior
numero possibile di passaporti per l'estero,
per tutti i paesi del mondo, esclusi gli Stati
Uniti, compresa la Russia dove però -
ecco un dettaglio - sino al giorno d'oggi
nessuno ha chiesto d'andare. Perché? C'era
forse un cambiamento nella nostra politica
emigratoria? No. Ma si era determinata una
situazione singolare in Italia: molti in buona
fede credevano realmente che questo fosse
l'Inferno e che altrove fosse il Paradiso, che
solo in Italia vi fosse la miseria e altrove
il regno dell'abbondanza, che solo in Italia
ci fosse la disoccupazione e altrove no.
Ebbene, questa misura dal punto di vista
morale ha dato risultati del cento per cento.
Nei primi giorni le Questure sono state
affollate, affollatissime di gente che
chiedeva insistentemente i passaporti; poi
questa folla è diminuita, e oggi sono
più quelli che rientrano che quelli che
partono. Migliaia, diecine di migliaia
d'individui sono perfettamente guariti e sanno
che in questo momento non esistono paesi
facili in nessuna parte del mondo. Poi il
Governo preparò un programma di lavori
pubblici, di indubbia utilità - poiché
non abbiamo preoccupazioni elettorali -
attraverso i quali 424 mila operai hanno
potuto trovare occupazione.
Finalmente,
verso la fine dell'estate, io nominavo una
commissione che rintracciasse ogni possibile
economia nei bilanci delle singole
Amministrazioni. È la prima volta che
parlo pubblicamente di questa commissione:
commissione di parlamentari, la quale ha
lavorato egregiamente ed ha già
esaurito la prima parte del suo lavoro. Un
lavoro interessante che sarà
continuato. Questa commissione ha avuto
un'accoglienza simpatica presso tutti i
ministeri, nessun escluso, ed anche presso gli
Enti parastatali. Non vi è dubbio che
terremo conto dei risultati definitivi del suo
lavoro.
Ma
intanto ritorniamo al bilancio, cioè ai
900 milioni di deficit. Che fare? Mettere
nuove tasse? No, non è possibile.
Inasprire le attuali? Nemmeno. La pressione
fiscale in Italia è notevole, è
fortissima. Non si può appesantire
ulteriormente.
A
questo proposito però, non dovete
credere che i Governi siano tassatori per
capriccio, che i ministri delle finanze
abbiano una specie di piacere sadico a mettere
delle tasse. No, tutti i Governi sarebbero
felici, e sono felici infatti, quando possono
diminuire le tasse e le imposte.
Che
la pressione fiscale in Italia sia forte
è dimostrato da questi dati. Nel
1913-1914 le imposte dirette davano circa 560
milioni di lire oro; le stesse imposte,
ragguagliate, davano, nel 1929-1930, 5
miliardi e 192 milioni. Le tasse sugli affari
davano, nel 1913-1914, 338 milioni; nel
1929-1930, 3 miliardi e 168 milioni. Le dogane
davano 225 milioni; oggi danno più di 5
miliardi. I monopoli davano 335 milioni nel
1913-1914, mentre nel 1929-1930 davano 2.939
milioni. Il lotto dava, nel 1913-1914, 107
milioni e nel 1929-1930, 554 milioni. Il
totale delle entrate principali era di un
miliardo e 965 milioni allora, ed è di
17 miliardi e 174 milioni oggi. Aggiungendovi
le entrate minori, si arriva alla cifra di 2
miliardi e 265 milioni nel 1913-1914 e a 19
miliardi 838 milioni nel 1929-1930. Un aumento
quindi che corrisponde ad 8 volte e mezzo
circa. Tuttavia bisogna tener conto che nel
1913-1914 l'Italia contava 35-36 milioni di
abitanti ed oggi ne conta circa 43. Né
bisogna stupirsi che ci sia stato questo
aumento di bilancio, perché il fenomeno non
è nostro soltanto.
Trovo
sulla rivista del deputato Marin, che sarebbe
come il Presidente della Federazione
repubblicana, un articolo intitolato «La
situation budgétaire» dove si dice che
nel 1927 il bilancio dello Stato francese era
di 39 miliardi e 551 milioni; si aveva invece
nel '28 un aumento fino a 45 miliardi e nel
'30-'31 un aumento fino a 50 miliardi.
Escluso
quindi che si possano mettere nuove tasse o
inasprire le attuali, bisognava vedere
nell'interno del bilancio che cosa si potesse
fare. E allora, dovendo mettere delle truppe
in movimento, come ogni buon generale, ho
cominciato da quelle che avevo sottomano, da
quelle sulle quali potevo contare e la cui
disciplina era certamente sicura: parlo del
personale dello Stato e cioè degli
impiegati e dei funzionari delle diverse
categorie. Ma quanti sono questi dipendenti
dello Stato? Io credo che anche buona parte di
voi, onorevoli senatori, non lo sappia di
preciso. Certamente non lo sanno i frettolosi
lettori dei giornali.
Facciamo
una buona volta questo conto. Al 1° luglio
1930 il personale della magistratura e delle
cancellerie si componeva di 8680 funzionari,
più 660 avventizi: l'onorevole camerata
Rocco mi dice che questa cifra è
inferiore a quella del 1861. Gli insegnanti,
esclusi i maestri, ammontano a 12.303, più
1647 fuori ruolo. Gli impiegati civili, i veri
impiegati, sapete quanti sono? Per una Nazione
di 43 milioni di abitanti, sono 50.000, più
6983 fuori ruolo. Dovete ammettere che la
cifra non è grossa. Gli ufficiali di
tutte le armi sono 23.676, con 3693
richiamati; i sottufficiali sono 55.141, i
carabinieri e i militi sono 76.000; gli operai
militari 28.830, quelli delle aziende
industriali e delle altre amministrazioni
4481. Continuiamo pure: nell'amministrazione
dei monopoli dello Stato vi sono 2343
impiegati e 25.639 operai; l'azienda autonoma
della strada ha 234 impiegati, 278 avventizi e
5573 cantonieri. Quanti saranno i militi della
strada? Un giorno un grande industriale disse
di aver udito a Parigi che il Regime fascista
si permetteva il lusso di avere 6000 militi
della strada. I militi della strada sono 398,
e debbono curare un patrimonio stradale lungo
20 mila chilometri, che costa miliardi e al
quale abbiamo già dedicato parecchie
centinaia di milioni. Ognuno di voi potrà
constatare che sono stati eccellentemente
spesi.
Poste
e Telegrafi. Impiegati di ruolo 27.633, a
contratto 1266. Quanti saranno i militi in
questa Italia che, a sentire taluni sarebbe
irretita dalla milizia? Sono 342.
Azienda
di Stato per i servizi telefonici: abbiamo qui
una cifra bassissima per il fatto che si
è ceduto l'esercizio all'industria
privata. Il personale a contratto è
composto di 803 unità, gli avventizi
sono 99.
Ferrovie
dello Stato. Personale di ruolo 152.907,
avventizi 2705, militi 5244. Questi militi
hanno permesso alla amministrazione
ferroviaria di ridurre il pagamento per danni
e furti da 60 milioni a mezzo milione.
Continuiamo;
non è finito. C'è il personale
proveniente dal cessato regime
austro-ungarico: 4296 unità. Poi c'è
il personale in servizio in colonia, ivi
compreso il personale militare indigeno:
24.648.
Totale
generale: 527.769 unità che impongono
una spesa di lire 6.384.581.358, a cui bisogna
aggiungere: indennità varie, non
comprese nella detta situazione: L.
235.280.908; stipendi e indennità ai
maestri elementari: L. 840 milioni; assegni e
indennità per ufficiali in congedo
provvisorio, in aspettativa, riduzione di
quadri e in posizione ausiliaria: lire
72.215.857; ricevitori e procaccia postali e
porta lettere rurali: L. 173 milioni.
Complessivamente:
Spese per il personale in servizio lire
7.705.078.123.
Non
basta: pensioni, escluse quelle di guerra,
agli ex dipendenti statali, esclusi i
ferrovieri: L. 850 milioni; agli ex agenti
ferroviari: L. 440 milioni; ai maestri
elementari: L. 127 milioni. Spesa complessiva
per pensioni: 1 miliardo e 417 milioni.
Totale
generale: L. 9.122.078.123.
Queste
cifre dimostrano, io credo, ad oculos che
bisognava cominciare da questo settore, anche
perché vi è una ragione morale. Gli
impiegati dello Stato sono i primi ad essere
interessati all'andamento della
amministrazione dello Stato e non devono
considerarsi avulsi ed estranei alle sorti di
essa. Non esiste tra essi e l'amministrazione
dello Stato una specie di contratto privato.
Essi devono essere i primi a fare i necessari
sacrifici, tanto più che la loro
condizione resta anche oggi nel rapporto da
uno a quattro.
È
vero che gli impiegati degli enti locali non
avevano avuto aumento di stipendio e che
avrebbero potuto beneficiare della clausola di
salvaguardia per cui i dipendenti del gruppo C
non sono andati al di sotto dello stipendio
percepito nel luglio 1929, ma avremmo
complicate le cose: del resto, a questo mondo
nessuno può fare giustizia al cento per
cento. D'altra parte queste riduzioni di
stipendio ai dipendenti degli enti locali
hanno permesso a moltissimi comuni e
capoluoghi di provincia di diminuire quella
pressione fiscale che era particolarmente
pressante sulla classe agricola della Nazione.
C'erano altri settori dove sarebbe stato
possibile esercitare la decurtazione? No, non
ce n'erano.
Spero
che nessuno di voi penserà che si
sarebbe potuto tagliare sul totale della somma
destinata al pagamento degli interessi del
debito pubblico! Sarebbe stata una colpa che
non è nemmeno affiorata nei nostri
cervelli. Abbiamo già dato un grave
colpo ai portatori di titoli pubblici, cioè
a quei bravi cittadini che qualche volta
sarebbero indotti a pentirsi di aver avuto
fiducia nello Stato. Si capisce che all'atto
della stabilizzazione sia stato necessario
consolidare il debito pubblico perché
altrimenti la stabilizzazione stessa correva
il pericolo di non riuscire come non é
riuscita la prima, la stabilizzazione belga.
Ma, dal momento che abbiamo inflitto questo
danno ai portatori del debito pubblico, non
abbiamo pensato di infliggerne loro un
secondo, come quello della decurtazione dei
loro interessi. Grave misura quella del
consolidamento: il consolidamento è
quella cosa per cui, a chi possiede una
cambiale firmata dallo Stato, si dice che
quella cambiale lo Stato la pagherà
quando potrà e quando gli piacerà.
Questi portatori siano allora almeno sicuri
degli interessi: questo però significa
4 miliardi e 500 milioni, o Signori.
Si
poteva pensare di ridurre le pensioni di
guerra che pesano per 1200 milioni sul
bilancio dello Stato? Nemmeno.
È
un debito di riconoscenza che dobbiamo a
questi prodi.
Si
poteva pensare di ridurre le spese militari?
È
verissimo che le spese militari dai 650
milioni anteguerra sono salite a 5 miliardi
circa, e che dal '22 ad oggi sono aumentate di
oltre due miliardi; ma, a prescindere dal
fatto che questo è danaro che resta a
domicilio, c'è qualcuno fra di voi -
ch'io voglio rimirare in volto - c'è
qualcuno fra di voi che pensi che in questo
momento, nel quale tutti armano potentemente
pur belando di pace, dobbiamo essere proprio
noi a non pensare alle nostre elementari,
indispensabili difese, a correre questo
rischio mortale? Ciò vorrebbe dire che
la storia, anche la storia che noi abbiamo
vissuto, non insegna nulla agli uomini.
Ma
intanto io ero venuto a constatare, fino
dall'ottobre, alcuni elementi della situazione
economica che hanno un grande interesse, e cioè
l'andamento dei prezzi oro all'ingrosso. Presa
la base del 1913 a 100, noi constatiamo che
nella seconda settimana del mese di dicembre i
numeri indici dei prezzi oro in Italia,
rilevati dal Consiglio provinciale
dell'economia di Milano, sono: Italia 100,7;
Stati Uniti d'America, rilevati dal prof.
Irving Fischer, 120,7; Inghilterra, rilevati
dal «Financial Times», 100,2;
Germania (Statistisches Reichsamt), 118,3;
Francia (Statistique Générale), 102,6. Noi
siamo quindi nella situazione più
favorevole di fronte a questo quadro
statistico. Siamo cioè sulla base
dell'anteguerra.
I
due aspetti del fenomeno coincidono
perfettamente.
Ma
poi ero venuto ad un'altra constatazione, che
cioè l'agricoltura italiana, la parte
più importante dell'economia del Paese,
era già arrivata a quota 90; anche al
di là di quota 90. L'agricoltura
italiana è veramente e particolarmente
provata. Come è accaduto alle fanterie
rurali, è giunta per prima alla quota
ed ha lasciato lungo il cammino, morti,
feriti, dispersi.
Osservate
i prezzi del grano rilevati dal Bachi e nella
monografia «Frumento» del
Sindacato fascista tecnici agricoli: il grano,
nel gennaio del 1910, valeva lire 30,37 al
quintale, nel 1911, 27,12; nel '12 valeva
29.57; nel '13 valeva 39,20; nel '14 valeva
27,16. Nel luglio - abbiamo presi due mesi
tipici 27,20; 26,36; 29,62; 27,89; 26,62. Voi
vedete che la variazione non era di grande
rilievo. Ora siamo al disotto di queste cifre
moltiplicate per 4.
Prendiamo
il «Sole» di ieri; «Borsa
merci di Milano, sezione cereali».
Possiamo leggere così: frumento 103.25.
Notate che questo è il prezzo della
Borsa merci di Milano, ma in realtà in
talune piazze come ad Adria, nel Rovigino e
altrove, il frumento si vende a 100, a 95 ed
anche a 90. Il granoturco è a 48,15, il
riso a 86,50, il risone a un prezzo
svilitissimo, a 61-65 ed anche meno.
Anche
qui si poneva il problema del quid agendum.
Cioè io mi sono domandato: si possono
rialzare questi prezzi? e se sì, in
qual modo? e se sì, è
desiderabile vederli rialzati? Mi sono
convinto che non è possibile. Del resto
non c'è da inventare gran che: si
possono alzare ancora i già altissimi
bastioni doganali, ma si è già
visto che ad un certo momento questi sono
inefficienti. Accade per i dazi doganali come
per certe medicine, che oltre una certa dose
diventano veleni, come un veleno può
giocare da medicina presa sino a certe dosi:
tanto è vero che nel novembre 1929, con
il dazio doganale a 50 lire il quintale, il
grano costava 130; quest'anno con il dazio
doganale a 60, il grano costa 105. Tutto
questo dipende dal gran raccolto degli Stati
Uniti d'America che è ancora in gran
parte invenduto.
Escluso
quindi un ricorso ad un ulteriore rialzo delle
altissime barriere doganali, si poteva pensare
ad altre misure. Per esempio, negli Stati
Uniti d'America esiste il «Farmer Board»,
un ufficio rurale il quale dispone di un...
piccolo capitale di 500 milioni di dollari
pari a 9 miliardi e 500 milioni di lire
italiane. Questo «Farmer Board»
avrebbe il compito di tenere abbastanza
elevati i prezzi delle derrate agricole. Non
ci riesce, non ci è riuscito fino ad
oggi, e non solo non riesce ad aumentare i
prezzi, non solo non riesce a tenerli al
livello attuale, ma non riesce nemmeno a
impedire un'ulteriore discesa dei prezzi
medesimi.
Senza
pensare che per questa misura vera e propria
del monopolio del commercio occorre tutta una
organizzazione che non si improvvisa da un
giorno all'altro, e non si possono prendere
provvedimenti a spizzico. Ne abbiamo fatta
un'esperienza negativa in tempo di guerra; ma
allora si spiegava: oggi non è il caso
di ripeterla. Allora per rialzare le sorti
dell'agricoltura, alla quale è legata
anche la sorte dell'industria italiana, non vi
era che un mezzo: quello di comprimere i costi
di produzione. In fondo la situazione fino ad
un mese fa era la seguente. Avevamo una moneta
stabilizzata e deflazionata, ed una economia
in gran parte inflazionata nelle forme e anche
nello spirito degli uomini. Eravamo «sfasati»per
usare un termine di elettrotecnica. E ad un
certo punto o bisognava allungare il metro,
oppure ridurre gli altri elementi della
misura. Allungare il metro non si può!
Nessuno vi ha mai pensato; dopo tre anni
sarebbe una follia, ci metterebbe in un
disordine indescrivibile. D'altra parte, o
Signori, quando si parla di una rivalutazione
della lira che cosa s'intende dire? Ma
è un luogo comune! La lira non è
mai stata rivalutata. La lira il giorno 21
dicembre 1927 è stata irreparabilmente,
definitivamente, legislativamente svalutata
dei tre quarti del suo valore, perché la
lira, o Signori, prima della guerra valeva 100
centesimi oro, qualche volta faceva premio
sulle altre monete; oggi essa vale ventisei
centesimi. Ne ha perduti 74. È una
grande mutilata la lira italiana! Meriterebbe
la tessera ad honorem dell'associazione
apposita. Non le è rimasto che il cuore
che instancabilmente batte.
Ma
naturalmente non mancavano in Italia i
fanatici, gli illusi, gli ignoranti, i
criminali i quali volevano, desideravano,
pretendevano che la lira andasse a zero, che
86 miliardi di risparmio investiti nei debiti
pubblici si volatizzassero, che la lira
precipitasse verso l'abisso con la velocità
fantastica del marco, che perdeva 682 mila
unità al minuto secondo, quando
occorreva un miliardo per comprare un
francobollo e 4 miliardi e 200 milioni per
comprare un dollaro. Questo era l'abisso che
io ho evitato col discorso di Pesaro.
Allora,
per ridurre i costi, ho mandato altre
categorie al fuoco: gli operai delle
industrie, gli operai dell'agricoltura, quelli
dei trasporti aerei, terrestri, marittimi, gai
impiegati delle banche. E tutti hanno
marciato! E ho fatto marciare naturalmente
anche i proprietarii di case, anche i
commercianti.
Queste
due categorie di persone, debbo dire, non sono
proprio straordinariamente simpatiche alla
generalità dei cittadini; però
si esagera. I proprietarii di case sono mezzo
milione in Italia, di cui solo a Roma 35 mila.
I commercianti sono 700 mila. Quindi non c'è
da allarmarsi se, di quando in quando, si
legge che dieci o dodici individui hanno
dovuto chiudere il loro negozio: questa
è quella percentuale di disertori e di
imboscati che accompagna sempre tutti gli
eserciti, anche se fossero composti di eroi e
di leoni.
Né
bisogna d'altra parte esagerare in termini
troppo ditirambici il senso di disciplina
delle masse operaie, perché, se non ci fosse
tutta l'organizzazione corporativa dello Stato
italiano, le riduzioni sarebbero state
superiori all'8 per cento.
Quando
v'è una massa di disoccupati che preme,
il salario scende; il salario cresce quando
sono due padroni che cercano un operaio, cala
quando sono due operai che cercano padrone.
Comunque,
a un mese di distanza, bisogna riconoscere che
il popolo italiano in tutte le sue categorie
ha dato un bell'esempio di disciplina. Ma
questo che cosa significa? Ai fini
dell'alleggerimento dell'economia italiana si
può pensare che la riduzione dei salari
dei lavoratori agricoli, che va da un minimo
di dieci ad un massimo di 25 e lo supera
anche, purché non ne risulti un salario
inferiore ad 8 lire quotidiane, significa che
l'agricoltura italiana viene ad essere
alleggerita di un miliardo e 200 milioni;
l'industria viene alleggerita di un totale che
va da 800 mila ad un milione. Aggiungete i 720
milioni della decurtazione degli stipendi ai
dipendenti dello Stato, e i 300 milioni di
tutti gli altri dipendenti; aggiungete anche i
milioni di tutti gli altri operai e artigiani
per prestazioni diverse: avrete un totale di 3
maliardi e forse più. Il che significa
che noi abbiamo liberato tre miliardi di
circolante, significa che c'è bisogno
di tre miliardi di segni monetarii in meno per
il gioco normale dell'economia italiana.
E
che i prezzi al minuto siano diminuiti non vi
è dubbio. Anche qui bisogna guardarsi
dalla esagerazione: vi sono i pessimisti i
quali dicono che la roba costa più di
prima, vi sono gli incontentabili i quali
credono che d'ora innanzi si mangerà
senza pagare.
In
realtà una diminuzione di prezzi al
minuto si è verificata, soprattutto se
si considera il lungo periodo di tempo che va
dal 1926 al 1930. Vi cito alcuni dati, per
esempio. L'Ente autonomo di consumo di Bologna
dà queste cifre: il pane da 2,75 ad
1,80, ed oggi si è verificata una
ulteriore, diminuzione di 10 centesimi; la
pasta da 4,20 a 2,60; il riso da 3,30 a 2,50,
ma si trova anche a una lira e 90 centesimi;
l'ementhal nazionale da 19 a 11,50; il tonno
all'olio da 32 a 16,50; il sapone - oggetto di
indiscutibile utilità - da 5,60 a 3,25.
Ma
qualcuno dirà: «tutto questo non
sarà per avventura una fiammata? Domani
non sarà come prima o peggio di prima?».
Ebbene,
domani non sarà come prima. Per le
seguenti ragioni.
Prima
di tutto perché ci sono istituzioni
calmieratrici o ribassatrici: parlo della
Provvida, degli spacci Liverani, di grandi
organizzazioni cooperative, come l'«Alleanza
Cooperativa» di Torino e l'«Unione
Cooperativa» di Milano, e le aziende
comunali di consumo.
Poi
i commercianti hanno beneficiato del 10 per
cento di riduzione sugli affitti dei loro
negozi. Dal gennaio in poi avranno anche
minori prezzi di trasporto, e avranno anche
una minor spesa per il personale.
Quando
ci siamo occupati dei salari dei fornai,
abbiamo trovato cose interessanti. Prima di
tutto il «quintalato», orribile
parola che significa che, dopo 150 chilogrammi
di pane, il fornaio se ne andava a spasso.
Abbiamo poi la questione del lavoro notturno
che non ha più senso comune oggi, per
la modernizzazione dei forni e anche perché
milioni di operai ed impiegati lavorano di
notte. Questo lavoro notturno era rimunerato
con salari troppo elevati che, naturalmente,
noi abbiamo ridotto.
C'è
il ribasso dei prezzi all'ingrosso che accenna
a diminuire, e finalmente la minor quantità
di circolante in giro. Sommate tutte queste
condizioni e voi troverete che la mia profezia
non è assolutamente azzardata, cioè
che anche i prezzi al minuto resisteranno
sulla quota alla quale li abbiamo portati.
Qualcuno
di voi mi dirà a questo punto: «Ebbene,
tutto ciò a che cosa conduce?» .
E qui viene fuori il luogo comune che,
alzandosi tutti in punta di piedi, non cambia
la diversità delle singole stature.
Ebbene, tuttociò conduce a una cosa
importantissima, o Signori. Conduce a questo:
che oggi dopo aver stabilizzato la lira, si
addiviene alla stabilizzazione economica che
tutta si aggirerà definitivamente
intorno al livello della moneta. Non ci
saranno più i grandi scarti, non ci
saranno i grandi guadagni, i grandi stipendi.
Si lavorerà su margini che saranno
ampliati negli anni di fortuna, saranno
ristretti negli anni grami.
Signori
Senatori, vi è una notizia odierna che
merita un istante della vostra attenzione. La
Germania ha rimesso in circolazione il
centesimo, che noi avevamo ignorato, da quando
gli uomini avevano preso a misura di grandezza
per lo meno il miliardo.
È
quindi un'opera di risanamento morale che va
di conserva con quest'opera di risanamento
economico.
Ora
vengo ad esaminare la crisi economica nei suoi
aspetti internazionali. Comincio dall'Italia.
I dati che vi leggo sono attendibili. Di essi
è responsabile l'onorevole Jung, che
è il Presidente dell'Istituto Nazionale
di Esportazione. Ecco le variazioni
percentuali del 1930 rispetto al 1929, nei
maggiori paesi d'Europa: Italia 18,7 per cento
in meno; Francia 12,7 per cento in meno;
Belgio 15,6 per cento in meno; Germania 9,5
per cento in meno; Stati Uniti 22,5 per cento
in meno; Svizzera 14,9; Cecoslovacchia 11,4;
Olanda 12,3; Gran Bretagna 19,8 per cento in
meno.
L'aspetto
più saliente della crisi quindi
è la contrazione delle esportazioni e
delle importazioni.
Altro
aspetto impressionante è la
disoccupazione, la quale assomma da 5 a 6
milioni negli Stati Uniti; in Germania si
aggira sui 4 milioni; in Inghilterra 2 milioni
e mezzo; in Austria 400 mila; in Polonia 400
mila; in Italia 533.000. Però credo che
aumenterà. Non bisogna stupirsi se, tra
la fine di gennaio e la fine di febbraio,
dovremo mettere nel calcolo un altro centinaio
di migliaia di disoccupati in più.
Naturalmente
questa disoccupazione impone dei gravi
problemi ai governanti. In Inghilterra, per
esempio, la spesa per i disoccupati ascende a
lire italiane 9 miliardi e 250-milioni; i
disoccupati inglesi costano 70 milioni di lire
alla settimana.
Altro
elemento indicatore della crisi è il
deficit nei bilanci degli Stati.
L'Inghilterra
prevede un deficit di 45 milioni di sterline,
qualcosa come 4 miliardi di lire italiane. Gli
Stati Uniti prevedono ed annunciano un deficit
di alcune centinaia di milioni di dollari, che
è notevole. La Germania ha un deficit
fortissimo che il Cancelliere Bruning cerca di
sanare con mezzi eroici. La stessa Svizzera ha
un deficit nel suo bilancio.
La
navigazione è difficile in tutti i
paesi del mondo. La crisi è universale.
Il mondo contemporaneo è profondamente
malato, e di parecchie malattie.
Naturalmente
i grandi medici, i grandi economisti, i grandi
filosofi e sociologi si chinano su questo
malato, l'ascoltano per vedere che cosa sta
per succedere.
Quali
sono le, cause?
L'ultima
in ordine di tempo è il «dumping»
russo. Si dice che la manovra economica russa,
o che dir si voglia sovietica, ha turbato, ha
gettato un altro elemento di turbamento
nell'economia mondiale. Questo «dumping»
russo è una cosa abbastanza importante.
Sta di fatto, per esempio, che, su 9 milioni
di quintali di grano importati in Italia dal 1°
di luglio a tutta la prima decade del mese di
dicembre, un milione e 800.000 quintali sono
giunti dalla Russia.
Altra
causa del disagio taluni la ricercano nelle
barriere doganali. Visto un po' dall'alto
tutto il mondo appare un gigantesco medio evo,
per lo meno dal punta di vista doganale.
Taluni
vi aggiungono le spese per gli armamenti.
Paradosso di quest'epoca è che più
si parla di pace, e più ci si prepara
alla guerra.
Altro
elemento: l'insicurezza politica. Non vi
è dubbio che i trattati di pace, così
come sono venuti fuori negli anni passionali
del 1919 e del '20, non rispondono più
alle profonde esigenze della coscienza
contemporanea. Alcuni accusano lo svilimento
dell'argento, ch'era la moneta corrente di
tutta l'Asia. Taluni altri aggiungono: rivolte
dell'America latina, caos indiano, caos
cinese. Mi ricordo che un giorno un signore
entusiasta dei metodi economici degli Stati
Uniti mi disse: «Pensate che la Cina ha
400 milioni di abitanti e che ci sarebbe posto
per 20 milioni di automobili». Gli
risposi: «Perfetto. Però, prima
di portare 20 milioni di automobili in Cina,
bisognerebbe creare 20 milioni di cinesi che
si possano passare il lusso di avere
un'automobile» . Cinque milioni di
automobili si fanno in sei od otto anni; ci
vuole un secolo per modificare lo standard di
20 milioni di cinesi.
Altro
elemento di disordine: la congestione dell'oro
in due soli Stati: Stati Uniti e Francia. Non
vi è dubbio che la congestione o
indigestione, come l'anemia, può dare
luogo a seri disturbi. Finalmente siamo alla
ragione madre, cioè allo squilibrio che
si è determinato tra la produzione ed
il consumo.
Qui
ci avviciniamo a mio avviso alla verità
attuale. La parola d'ordine degli americani
era questa: produzione in massa, consumo in
massa. Questa formula era sbagliata: lo
riconoscono essi stessi. Sbagliata perché la
produzione è fatta dalle macchine, il
consumo è fatto dagli uomini. La
formula era logica, da un punto di vista
meramente meccanico, ma è bastato un
piccolo intoppo per farla crollare. La
prosperità americana era legata alla
previsione che la produzione ed il consumo
marciassero di conserva. II consumo dava segni
di stanchezza? Ecco che i guidatori, come
accade nelle piste, eccitavano il cavallo
consumo, In che modo? Con gli alti salari. Ma
poi siccome gli alti salari non bastavano, con
la vendita a rate, con la produzione
razionalizzata fino agli estremi e,
finalmente, con una pubblicità
fantastica che creava nello spirito elementi
di inflazione morbosa.
Ad
un certo punto il consumo ha dato segni di
stanchezza, e la crisi è scoppiata in
pieno. Ciò m'induce a riflettere e a
pensare se per avventura non dovessimo
considerare il caso che fu già
prospettato altra volta da maestri
dell'economia politica, se cioè il modo
della produzione attuale non abbia scatenato
delle forze che non è più in
grado di controllare, se cioè
l'economia, dopo essere stata razionalizzata
nelle officine, non debba essere ugualmente
razionalizzata nell'interno degli Stati e
nelle federazioni di Stati.
Sono
piccole anticipazioni sulle quali non insisto
perché non hanno ancora un valore rigidamente
scientifico e probativo.
I
rimedi. Ora che abbiamo elencato tutte le
possibili cause della crisi mondiale, passiamo
ai rimedi. Rimedi eroici non ce ne sono. Non
c'è che da sorvegliare ed eccitare le
forze della natura con intelligenza e
tempestività.
Si
fanno delle proposte, si lanciano delle idee,
si propone una conferenza che dovrebbe
discutere questi problemi, ma in genere tutte
le conferenze che si sono tenute fino ad oggi,
sia le conferenze parziali che quelle generali
neri hanno dato dei risultati soddisfacenti.
Non è problema che deve essere risolto
da tecnici; o è risolto in sede
politica, o non è risolto.
Tuttavia
non mancano nell'orizzonte ancora oscuro
taluni segni di ripresa. Non ripresa
confrontata all'anno precedente, ma ripresa
confrontata ai mesi precedenti. Così
parte dell'idustria tessile e serica, l'
energia elettrica e l'industria edilizia negli
Stati Uniti d'America hanno segnato una
notevole ripresa in ottobre, in confronto del
settembre e dell'agosto precedenti.
È
mia convinzione tuttavia che tanto più
è stata profonda la crisi, tanto più
rapida e violenta sarà la ripresa, non
solo per il mondo in generale, ma anche per
l'Italia in particolare. Noi abbiamo una
nostra capacità di resistenza; questa
capacità di resistenza è dovuta
- sembra un paradosso - al nostro non ancora
successivamente sviluppato sistema economico
moderno. Fortunatamente il popolo italiano non
è ancora abituato a mangiare molte
volte al giorno e, avendo un livello di vita
modesto, sente di meno la deficienza e la
sofferenza. Solo le classi superiori sono
tremendamente egoiste e, quando invece di
avere tre automobili ne hanno soltanto due,
gridano che il mondo sta per cadere.
Poi
accanto a questo fatto che chiamerò
negativo, ma tuttavia importante, perché
agente, ci sono gli elementi positivi, cioè
lo Stato fascista, l'organizzazione tutta
degli interessi, l'inquadratura di tutti gli
elementi nazionali in determinate categorie ed
un Governo che interviene, cioè un
Governo che non si lascia sorprendere dagli
avvenimenti. Qui non è il caso di
entrare in discussione se il Governo debba
intervenire o non debba intervenire. Sarebbe
una discussione di lana caprina. Quando
l'impresa privata varca certi limiti, non
è più un'impresa privata, ma
è un'impresa pubblica. Sarà
privata l'impresa dell'artigiano, ma quando
un'industria, un istituto di credito, un
commercio, una banca controlla miliardi e dà
lavoro a diecine di migliaia di persone, come
è possibile pensare che la sua fortuna
o la sua sfortuna sia un affare personale del
direttore dell'azienda o degli azionisti di
quell'industria?
Essa
interessa ormai tutta la Nazione; e lo Stato,
espressione politica, giuridica, morale,
volitiva della Nazione, non può
straniarsene: seminerebbe delle rovine.
Né
a rendere difficile la nostra ripresa varranno
le manovre deplorevoli alle quali assistiamo e
che io qualifico ancora atti di vera e propria
guerra contro l'Italia. Il procedimento
è noto. Un oscuro giornale viennese, di
secondo o quarto ordine, dà la notizia
che un violento dissidio è scoppiato
tra il Governo ed un grande istituto bancario
italiano. Questa notizia ignorata a Vienna
viene ripresa a Varsavia da dove viene
proiettata a Parigi. La stampa a catena si
impadronisce di una autentica e triplice
menzogna.
Altra
manovra disfattista: il proposito attribuito
al Governo di voler svalutare la lira per
ridurla al livello del franco. Qui c'è
un fatto curioso. Con la lira a 92 ed il
franco a 125 abbiamo la bilancia commerciale
piuttosto favorevole nei confronti della
Francia. Finalmente vi è la voce dei
prestiti altrettanto falsa. Tutto ciò
per rendere più difficile la nostra
ripresa. Impresa stolta e vana. L'Italia, o
Signori, supererà questa crisi, come ha
superate le altre non meno gravi ed in tempi
più difficili e con uomini di diversa
natura.
Il
nostro popolo è saldamente
disciplinato. Dopo una crisi gravissima come
quella che seguì la battaglia di
Custoza, dopo una crisi non meno grave come
quella che attraversò l'Italia dal '94
al '900, dopo un'altra crisi seria e cioè
quella che seguì il 1917, dopo la crisi
economica, politica, spirituale non meno grave
che si ebbe nel 1919-20, il popolo italiano si
è sempre rialzato, onorevoli Senatori,
per le sue virtù profonde, per le virtù
di questo vecchio e sempre giovane popolo
italiano!...
Onde
è che nel mio spirito fiammeggia una
certezza come un raggio di sole nel pieno
meriggio di una giornata estiva: il popolo
italiano, se rimane fedele a queste sue virtù,
se rimane laborioso, probo, fecondo, è
signore del suo avvenire, è arbitro del
suo destino!
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