Signori,
quello che io compio oggi, in
questa Aula, è un atto di
formale deferenza verso di voi e
per il quale non vi chiedo nessun
attestato di speciale
riconoscenza. Da molti, anzi da
troppi anni, le crisi di Governo
erano poste e risolte dalla Camera
attraverso più o meno
tortuose manovre ed agguati, tanto
che una crisi veniva regolarmente
qualificata come un assalto, ed il
Ministero rappresentato da una
traballante diligenza postale. Ora
è accaduto per la seconda
volta, nel volgere di un decennio,
che il popolo italiano - nella sua
parte migliore - ha scavalcato un
Ministero e si è dato un
Governo al di fuori, al disopra e
contro ogni designazione del
Parlamento. Il decennio di cui vi
parlo sta fra il maggio del 1915 e
l'ottobre del 1922. Lascio ai
melanconici zelatori del
supercostituzionalismo il compito
di dissertare più o meno
lamentosamente su ciò. Io
affermo che la rivoluzione ha i
suoi diritti. Aggiungo, perché
ognuno lo sappia, che io sono qui
per difendere e potenziare al
massimo grado la rivoluzione delle
«camicie nere», inserendola
intimamente come forza di
sviluppo, di progresso e di
equilibrio nella storia della
Nazione. Mi sono rifiutato di
stravincere, e potevo stravincere.
Mi sono imposto dei limiti. Mi
sono detto che la migliore
saggezza è quella che non
ci abbandona dopo la vittoria. Con
300 mila giovani armati di tutto
punto, decisi a tutto e quasi
misticamente pronti ad un mio
ordine, io potevo castigare tutti
coloro che hanno diffamato e
tentato di infangare il Fascismo.
Potevo fare di questa Aula sorda e
grigia un bivacco di manipoli:
potevo sprangare il Parlamento e
costituire un Governo
esclusivamente di fascisti.
Potevo: ma non ho, almeno in
questo primo tempo, voluto.
Gli
avversari sono rimasti nei loro
rifugi: ne sono tranquillamente
usciti, ed hanno ottenuto la
libera circolazione: del che
approfittano già per
risputare veleno e tendere agguati
come a Carate, a Bergamo, a Udine,
a Muggia. Ho costituito un Governo
di coalizione e non già
coll'intento di avere una
maggioranza parlamentare, della
quale posso oggi fare benissimo a
meno, ma per raccogliere in aiuto
della Nazione boccheggiante
quanti, al di sopra delle
sfumature dei partiti, la stessa
Nazione vogliono salvare.
Ringrazio dal profondo del cuore i
miei collaboratori, ministri e
sottosegretari: ringrazio i miei
colleghi di Governo, che hanno
voluto assumere con me le pesanti
responsabilità di questa
ora: e non posso non ricordare con
simpatia l'atteggiamento delle
masse lavoratrici italiane che
hanno confortato il moto fascista
colla loro attiva o passiva
solidarietà. Credo anche di
interpretare il pensiero di tutta
questa Assemblea e certamente
della maggioranza del popolo
italiano, tributando un caldo
omaggio al Sovrano, il quale si
è rifiutato ai tentativi
inutilmente reazionari dell'ultima
ora, ha evitato la guerra civile e
permesso di immettere nelle
stracche arterie dello Stato
parlamentare la nuova impetuosa
corrente fascista uscita dalla
guerra ed esaltata dalla vittoria.
Prima
di giungere a questo posto, da
ogni parte ci chiedevano un
programma. Non sono ahimè i
programmi che difettano in Italia:
sibbene gli nomini e la volontà
di applicare i programmi. Tutti i
problemi della vita italiana,
tutti dico, sono già stati
risolti sulla carta: ma è
mancata la volontà di
tradurli nei fatti. Il Governo
rappresenta, oggi, questa ferma e
decisa volontà.
La
politica estera è quella
che, specie in questo momento, più
particolarmente ci occupa e
preoccupa. Ne parlo subito, perché
credo, con quello che dirò,
di dissipare molte apprensioni.
Non tratterò tutti gli
argomenti, perché, anche in
questo campo, preferisco l'azione
alle parole. Gli orientamenti
fondamentali della nostra politica
estera sono i seguenti: i trattati
di pace, buoni o cattivi che
siano, una volta che sono stati
firmati e ratificati, vanno
eseguiti.
Per
ciò che riguarda
precisamente l'Italia noi
intendiamo di seguire una politica
di dignità e di utilità
nazionale.
Non
possiamo permetterci il lusso di
una politica di altruismo
insensato o di dedizione completa
ai disegni altrui. Do ut des.
L'Italia di oggi conta, e deve
adeguatamente contare. Lo si
incomincia a riconoscere anche
oltre i confini. Non abbiamo il
cattivo gusto di esagerare la
nostra potenza, ma non vogliamo
nemmeno, per eccessiva ed inutile
modestia, diminuirla. La mia
formula è semplice: niente
per niente. Chi vuole avere da noi
prove concrete di amicizia, tali
prove di concreta amicizia ci dia.
L'Italia fascista, come non
intende stracciare i trattati, così
per molte ragioni di ordine
politico, economico e morale non
intende abbandonare gli Alleati di
guerra. Roma sta in linea con
Parigi e Londra, ma l'Italia deve
imporsi e deve porre agli Alleati
quel coraggioso e severo esame di
coscienza che essi non hanno
affrontato dall'armistizio ad
oggi.
Si
tratta insomma di uscire dal
semplice terreno dell'espediente
diplomatico, che si rinnova e si
ripete ad ogni conferenza, per
entrare in quello dei fatti
storici, sul terreno cioè
in cui è possibile
determinare in un senso o
nell'altro un corso degli
avvenimenti. Una politica estera
come la nostra, una politica di
utilità nazionale, una
politica di rispetto ai trattati,
una politica di equa
chiarificazione della posizione
dell'Italia nell'Intesa, non può
essere gabellata come una politica
avventurosa o imperialista nel
senso volgare della parola. Noi
vogliamo seguire una politica di
pace: non però una politica
di suicidio.
Le
direttive di politica interna si
riassumono in queste parole
economia, lavoro, disciplina. Il
problema finanziario è
fondamentale: bisogna arrivare
colla maggiore celerità
possibile al pareggio del bilancio
statale. Regime della lesina:
utilizzazione intelligente delle
spese: aiuto a tutte le forze
produttive della Nazione.
Chi
dice lavoro, dice borghesia
produttiva e classi lavoratrici
delle città e dei campi.
Non privilegi alla prima, non
privilegi alle ultime, ma tutela
di tutti gli interessi che si
armonizzino con quelli della
produzione e della Nazione. Il
proletariato che lavora, e della
cui sorte ci preoccupiamo, ma
senza colpevoli demagogiche
indulgenze non ha nulla da temere
e nulla da perdere, ma certamente
tutto da guadagnare da una
politica finanziaria che salvi il
bilancio dello Stato ed eviti
quella bancarotta che si farebbe
sentire in disastroso modo
specialmente sulle classi più
umili della popolazione. La nostra
politica emigratoria deve
svincolarsi da un eccessivo
paternalismo, ma il cittadino
italiano che emigra sappia che sarà
saldamente tutelato dai
rappresentanti della Nazione
all'estero. L'aumento del
prestigio di una Nazione nel mondo
è proporzionato alla
disciplina di cui dà prova
all'interno. Non vi è
dubbio che la situazione
all'interno è migliorata,
ma non ancora come vorrei. Non
intendo cullarmi nei facili
ottimismi. Non amo Pangloss. Le
grandi città ed in genere
tutte le città sono
tranquille: gli episodi di
violenza sono sporadici e
periferici, ma dovranno finire. I
cittadini, a qualunque partito
siano iscritti, potranno
circolare: tutte le fedi religiose
saranno rispettate, con
particolare riguardo a quella
dominante che è il
Cattolicismo: le libertà
statutarie non saranno vulnerate:
la legge sarà fatta
rispettare a qualunque costo.
Lo
Stato è forte e dimostrerà
la sua forza contro tutti, anche
contro l'eventuale illegalismo
fascista, poiché sarebbe un
illegalismo incosciente ed impuro
che non avrebbe più alcuna
giustificazione. Debbo però
aggiungere che la quasi totalità
dei fascisti ha aderito
perfettamente al nuovo ordine di
cose. Lo Stato non intende
abdicare davanti a chicchessia.
Chiunque si erga contro lo Stato
sarà punito. Questo
esplicito richiamo va a tutti i
cittadini, ed io so che deve
suonare particolarmente gradito
alle orecchie dei fascisti, i
quali hanno lottato e vinto per
avere uno Stato che si imponga a
tutti, colla necessaria
inesorabile energia. Non bisogna
dimenticare che, al di fuori delle
minoranze che fanno della politica
militante, ci sono quaranta
milioni di ottimi italiani i quali
lavorano, si riproducono,
perpetuano gli strati profondi
della razza, chiedono ed hanno il
diritto di non essere gettati nel
disordine cronico, preludio sicuro
della generale rovina. Poichè
i sermoni - evidentemente - non
bastano, lo Stato provvederà
a selezionare e a perfezionate le
forze armate che lo presidiano: lo
Stato fascista costituirà
una polizia unica, perfettamente
attrezzata, di grande mobilità
e di elevato spirito morale;
mentre Esercito e Marina
gloriosissimi e cari ad ogni
italiano - sottratti alle
mutazioni della politica
parlamentare, riorganizzati e
potenziati, rappresentano la
riserva suprema della Nazione
all'interno ed all'estero.
Signori,
Da
ulteriori comunicazioni
apprenderete il programma
fascista, nei suoi dettagli e per
ogni singolo dicastero. Chiediamo
i pieni poteri perché vogliamo
assumere le piene responsabilità.
Senza i pieni poteri voi sapete
benissimo che non si farebbe una
lira - dico una lira - di
economia. Con ciò non
intendiamo escludere la possibilità
di volonterose collaborazioni che
accetteremo cordialmente, partano
esse da deputati, da senatori o da
singoli cittadini competenti.
Abbiamo ognuno di noi il senso
religioso del nostro difficile
compito. Il paese ci conforta ed
attende. Vogliamo fare una
politica estera di pace, ma nel
contempo di dignità e di
fermezza: e la faremo. Ci siamo
proposti di dare una disciplina
alla Nazione, e la daremo. Nessuno
degli avversari di ieri, di oggi,
di domani si illuda sulla brevità
del nostro passaggio al potere.
Illusione puerile e stolta come
quella di ieri. Il nostro Governo
ha basi formidabili nella
coscienza della Nazione ed
è sostenuto dalle migliori,
dalle più fresche
generazioni italiane. Non v'è
dubbio che in questi ultimi giorni
un passo gigantesco verso la
unificazione degli spiriti
è stato compiuto. La patria
italiana si è ritrovata
ancora una volta, dal nord al sud,
dal continente alle isole
generose, che non saranno più
dimenticate, dalle metropoli alle
colonie operose del Mediterraneo e
dell'Adriatico. Non gettate, o
signori, altre chiacchiere vane
alla Nazione. Cinquantadue
iscritti a parlare sulle mie
comunicazioni, sono troppi.
Lavoriamo piuttosto con cuore puro
e con mente alacre per assicurare
la prosperità e la
grandezza della Patria.