Camerati,
cari camerati milanesi!
Rinuncio
ad ogni preambolo ed entro subito nel vivo
della materia del mio discorso.
A
sedici mesi di distanza dalla tremenda data
della resa a discrezione imposta ed
accettata secondo la democratica e criminale
formula di Casablanca, la valutazione degli
avvenimenti ci pone, ancora una volta,
queste domande: Chi ha tradito? Chi ha
subito e subisce le conseguenze del
tradimento? Non si tratta, intendiamoci
bene, di un giudizio in sede di revisione
storica, e, meno che mai, in qualsiasi
guisa, giustificativa.
È
stato tentato da qualche foglio neutrale, ma
noi lo respingiamo nella maniera più
categorica e per la sostanza e in secondo
luogo per la stessa fonte dalla quale
proviene. Dunque chi ha tradito? La resa a
discrezione annunciata l'8 settembre
è stata voluta dalla monarchia, dai
circoli di corte, dalle correnti
plutocratiche della borghesia italiana, da
talune forze clericali, congiunte per
l'occasione a quelle massoniche, dagli Stati
Maggiori, che non credevano più alla
vittoria e facevano capo a Badoglio. Sino
dal maggio, e precisamente il 15 maggio,
l'ex-re nota in un suo diario, venuto
recentemente in nostro possesso, che bisogna
ormai «sganciarsi» dall'alleanza
con la Germania. Ordinatore della resa,
senza l'ombra di un dubbio, l'ex-re;
esecutore Badoglio. Ma per arrivare all'8
settembre, bisognava effettuare il 25
luglio, cioè realizzare il colpo di
Stato e il trapasso di regime.
La
giustificazione della resa, e cioè la
impossibilità di più oltre
continuare la guerra, veniva smentita
quaranta giorni dopo, il 13 ottobre, con la
dichiarazione di guerra alla Germania,
dichiarazione non soltanto simbolica, perché
da allora comincia una collaborazione, sia
pure di retrovie e di lavoro, fra l'Italia
badogliana e gli Alleati; mentre la flotta,
costruita tutta dal fascismo, passata al
completo al nemico, operava immediatamente
con le flotte nemiche. Non pace, dunque, ma,
attraverso la cosiddetta cobelligeranza,
prosecuzione della guerra; non pace, ma il
territorio tutto della nazione convertito in
un immenso campo di battaglia, il che
significa in un immenso campo di rovine; non
pace, ma prevista partecipazione di navi e
truppe italiane alla guerra contro il
Giappone.
Ne
consegue che chi ha subito le conseguenze
del tradimento è soprattutto il
popolo italiano. Si può affermare che
nei confronti dell'alleato germanico il
popolo italiano non ha tradito. Salvo casi
sporadici, i reparti dell'Esercito si
sciolsero senza fare alcuna resistenza di
fronte all'ordine di disarmo impartito dai
comandi tedeschi. Molti reparti dello stesso
Esercito, dislocati fuori del territorio
metropolitano, e dell'Aviazione, si
schierarono immediatamente a lato delle
forze tedesche, e si tratta di decine di
migliaia di uomini; tutte le formazioni
della Milizia, meno un battaglione in
Corsica, passarono sino all'ultimo uomo coi
tedeschi.
Il
piano cosiddetto «P. 44», del
quale si parlerà nell'imminente
processo dei generali e che prevedeva
l'immediato rovesciamento del fronte come il
re e Badoglio avevano preordinato, non trovò
alcuna applicazione da parte dei comandanti
e ciò è provato dal processo
che nell'Italia di Bonomi viene intentato a
un gruppo di generali che agli ordini
contenuti in tale piano non obbedirono. Lo
stesso fecero i comandanti delle Armate
schierate oltre frontiera.
Tuttavia,
se tali comandanti evitarono il peggio, cioè
l'estrema infamia, che sarebbe consistita
nell'attaccare a tergo gli alleati di tre
anni, la loro condotta dal punto di vista
nazionale è stata nefasta. Essi
dovevano, ascoltando la voce della coscienza
e dell'onore, schierarsi armi e bagaglio
dalla parte dell'alleato: avrebbero
mantenuto le nostre posizioni territoriali e
politiche; la nostra bandiera non sarebbe
stata ammainata in terre dove tanto sangue
italiano era stato sparso; le Armate
avrebbero conservato la loro organica
costituzione; si sarebbe evitato
l'internamento coatto di centinaia di
migliaia di soldati e le loro grandi
sofferenze di natura soprattutto morale; non
si sarebbe imposto all'alleato un
sovraccarico di nuovi, impreveduti compiti
militari, con conseguenze che influenzavano
tutta la condotta strategica della guerra.
Queste sono responsabilità specifiche
nei confronti, soprattutto, del popolo
italiano.
Si
deve tuttavia riconoscere che i tradimenti
dell'estate 1944 ebbero aspetti ancora più
obbrobriosi, poiché romeni, bulgari e
finnici, dopo avere anch'essi
ignominiosamente capitolato, e uno di essi,
il bulgaro, senza avere sparato un solo
colpo di fucile, hanno nelle ventiquattro
ore rovesciato il fronte ed hanno attaccato
con tutte le forze mobilitate le unità
tedesche, rendendone difficile e sanguinosa
la ritirata.
Qui
il tradimento è stato perfezionato
nella più ripugnante significazione
del termine.
Il
popolo italiano è, quindi, quello
che, nel confronto, ha tradito in misura
minore e sofferto in misura che non esito a
dire sovrumana. Non basta. Bisogna
aggiungere che mentre una parte del popolo
italiano ha accettato, per incoscienza o
stanchezza, la resa, un'altra parte si
è immediatamente schierata a fianco
della Germania.
Sarà
tempo di dire agli italiani, ai camerati
tedeschi e ai camerati giapponesi che
l'apporto dato dall'Italia repubblicana alla
causa comune dal settembre del 1943 in poi,
malgrado la temporanea riduzione del
territorio della Repubblica, è di
gran lunga superiore a quanto comunemente si
crede.
Non
posso, per evidenti ragioni, scendere a
dettagliare le cifre nelle quali si
compendia l'apporto complessivo, dal settore
economico a quello militare, dato
dall'Italia. La nostra collaborazione col
Reich in soldati e operai è
rappresentata da questo numero: si tratta,
alla data del 30 settembre, di ben
settecentottantaseimila uomini. Tale dato
è incontrovertibile perché di fonte
germanica. Bisogna aggiungervi gli
ex-internati militari: cioè parecchie
centinaia di migliaia di uomini immessi nel
processo produttivo tedesco, e molte altre
decine di migliaia di italiani che già
erano nel Reich, ove andarono negli anni
scorsi dall'Italia come liberi lavoratori
nelle officine e nei campi. Davanti a questa
documentazione, gli italiani che vivono nel
territorio della Repubblica Sociale hanno il
diritto, finalmente, di alzare la fronte e
di esigere che il loro sforzo sia equamente
e cameratescamente valutato da tutti i
componenti del Tripartito.
Sono
di ieri le dichiarazioni di Eden sulle
perdite che la Gran Bretagna ha subito per
difendere la Grecia. Durante tre anni
l'Italia ha inflitto colpi severissimi agli
inglesi ed ha, a sua volta, sopportato
sacrifici imponenti di beni e di sangue. Non
basta. Nel 1945 la partecipazione
dell'Italia alla guerra avrà maggiori
sviluppi, attraverso il progressivo
rafforzamento delle nostre organizzazioni
militari, affidate alla sicura fede e alla
provata esperienza di quel prode soldato che
risponde al nome del maresciallo d'Italia
Rodolfo Graziani.
Nel
periodo tumultuoso di transizione
dell'autunno e inverno 1943 sorsero
complessi militari più o meno
autonomi attorno a uomini che seppero, col
loro passato e il loro fascino di animatori,
raccogliere i primi nuclei di combattenti.
Ci furono gli arruolamenti a carattere
individuale. Arruolamenti di battaglioni, di
reggimenti, di specialità Erano i
vecchi comandanti che suonavano la diana. E
fu ottima iniziativa, soprattutto morale. Ma
la guerra moderna impone l'unità.
Verso l'unità si cammina.
Oso
credere che gli italiani di qualsiasi
opinione saranno felici il giorno in cui
tutte le Forze Armate della Repubblica
saranno raccolte in un solo organismo e ci
sarà una sola Polizia, l'uno e
l'altra con articolazioni secondo le
funzioni, entrambi intimamente viventi nel
clima e nello spirito del fascismo e della
Repubblica, poiché in una guerra come
l'attuale, che ha assunto un carattere di
guerra «politica», la politicità
è una parola vuota di senso ed in
ogni caso superata.
Un
conto è la «politica»,
cioè l'adesione convinta e fanatica
all'idea per cui si scende in campo, e un
conto è un'attività politica,
che il soldato ligio al suo dovere e alla
consegna non ha nemmeno il tempo di
esplicare, poiché la sua politica deve
essere la preparazione al combattimento e
l'esempio ai suoi gregari in ogni evento di
pace e di guerra.
Il
giorno 15 settembre il Partito Nazionale
Fascista diventava il Partito Fascista
Repubblicano. Non mancarono allora elementi
malati di opportunismo o forse in stato di
confusione mentale, che si domandarono se
non sarebbe stato più furbesco
eliminare la parola «fascismo»,
per mettere esclusivamente l'accento sulla
parola «Repubblica». Respinsi
allora, come respingerei oggi, questo
suggerimento inutile e vile.
Sarebbe
stato errore e viltà ammainare la
nostra bandiera, consacrata da tanto sangue,
e fare passare quasi di contrabbando quelle
idee che costituiscono oggi la parola
d'ordine nella battaglia dei continenti.
Trattandosi di un espediente, ne avrebbe
avuto i tratti e ci avrebbe squalificato di
fronte agli avversari e soprattutto di
fronte a noi stessi.
Chiamandoci
ancora e sempre fascisti, e consacrandoci
alla causa del fascismo, come dal 1919 ad
oggi abbiamo fatto e continueremo anche
domani a fare, abbiamo dopo gli avvenimenti
impresso un nuovo indirizzo all'azione e nel
campo particolarmente politico e in quello
sociale. Veramente più che di un
nuovo indirizzo, bisognerebbe con maggiore
esattezza dire: ritorno alle posizioni
originarie. È documentato nella
storia che il fascismo fu sino al 1927
tendenzialmente repubblicano e sono stati
illustrati i motivi per cui l'insurrezione
del 1922 risparmiò la monarchia.
Dal
punto di vista sociale, il programma del
fascismo repubblicano non è che la
logica continuazione del programma del 1919:
delle realizzazioni degli anni splendidi che
vanno dalla Carta del lavoro alla conquista
dell'impero. La natura non fa dei salti, e
nemmeno l'economia.
Bisognava
porre le basi con le leggi sindacali e gli
organismi corporativi per compiere il passo,
ulteriore della socializzazione. Sin dalla
prima seduta del Consiglio dei ministri del
27 settembre 1943 veniva da me dichiarato
che «la Repubblica sarebbe stata
unitaria nel campo politico e decentrata in
quello amministrativo e che avrebbe avuto un
pronunciatissimo contenuto sociale, tale da
risolvere la questione sociale almeno nei
suoi aspetti più stridenti, tale cioè
da stabilire il posto, la funzione, la
responsabilità del lavoro in una
società nazionale veramente moderna».
In
quella stessa seduta, io compii il primo
gesto teso a realizzare la più vasta
possibile concordia nazionale, annunciando
che il Governo escludeva misure di rigore
contro gli elementi dell'antifascismo.
Nel
mese di ottobre fu da me elaborato e
riveduto quello che nella storia politica
italiana è il «manifesto di
Verona», che fissava in alcuni punti
abbastanza determinati il programma non
tanto del Partito, quanto della Repubblica.
Ciò accadeva esattamente il 15
novembre, due mesi dopo la ricostituzione
del Partito Fascista Repubblicano.
Il
manifesto dell'assemblea nazionale del
Partito Fascista Repubblicano, dopo un
saluto ai caduti per la causa fascista e
riaffermando come esigenza suprema la
continuazione della lotta a fianco delle
potenze del Tripartito e la ricostituzione
delle Forze Armate, fissava i suoi diciotto
punti programmatici.
Vediamo
ora ciò che è stato fatto, ciò
che non è stato fatto e soprattutto
perché non è stato fatto.
Il
manifesto cominciava con l'esigere la
convocazione della Costituente e ne fissava
anche la composizione, in modo che, come si
disse, «la Costituente fosse la
sintesi di tutti i valori della nazione».
Ora
la Costituente non è stata convocata.
Questo postulato non è stato sin qui
realizzato e si può dire che sarà
realizzato soltanto a guerra conclusa. Vi
dico con la massima schiettezza che ho
trovato superfluo convocare una Costituente
quando il territorio della Repubblica, dato
lo sviluppo delle operazioni militari, non
poteva in alcun modo considerarsi
definitivo. Mi sembrava prematuro creare un
vero e proprio Stato di diritto nella
pienezza di tutti i suoi istituti, quando
non c'erano Forze Armate che lo
sostenessero. Uno Stato che non dispone di
Forze Armate è tutto, fuorché uno
Stato.
Fu
detto nel manifesto che nessun cittadino può
essere trattenuto oltre i sette giorni senza
un ordine dell'Autorità giudiziaria.
Ciò non è sempre accaduto. Le
ragioni sono da ricercarsi nella pluralità
degli organi di Polizia nostri e alleati e
nell'azione dei fuori legge, che hanno fatto
scivolare questi problemi sul piano della
guerra civile a base di rappresaglie e
contro-rappresaglie. Su taluni episodi si
è scatenata la speculazione
dell'antifascismo, calcando le tinte e
facendo le solite generalizzazioni. Debbo
dichiarare nel modo più esplicito che
taluni metodi mi ripugnano profondamente,
anche se episodici. Lo Stato, in quanto
tale, non può adottare metodi che lo
degradano. Da secoli si parla della legge
del taglione. Ebbene, è una legge,
non un arbitrio più o meno personale.
Mazzini,
l'inflessibile apostolo dell'idea
repubblicana, mandò agli albori della
Repubblica romana nel 1849 un commissario ad
Ancona per insegnare ai giacobini che era
lecito combattere i papalini, ma non
ucciderli extra-legge, o prelevare, come si
direbbe oggi, le argenterie dalle loro case.
Chiunque lo faccia, specie se per avventura
avesse la tessera del Partito, merita doppia
condanna.
Nessuna
severità è in tal caso
eccessiva, se si vuole che il Partito, come
si legge nel «manifesto di Verona»,
sia veramente «un ordine di
combattenti e di credenti, un organismo di
assoluta purezza politica, degno di essere
il custode dell'idea rivoluzionaria».
Alta
personificazione di questo tipo di fascista
fu il camerata Resega, che ricordo oggi e
ricordiamo tutti con profonda emozione, nel
primo anniversario della sua fine, dovuta a
mano nemica.
Poiché
attraverso la costituzione delle brigate
nere il Partito sta diventando un «ordine
di combattenti», il postulato di
Verona ha il carattere di un impegno
dogmatico e sacro. Nello stesso articolo 5,
stabilendo che per nessun impiego o incarico
viene richiesta la tessera del Partito, si
dava soluzione al problema che chiamerò
di collaborazione di altri elementi sul
piano della Repubblica. Nel mio telegramma
in data 10 marzo XXII ai capi delle
provincie, tale formula veniva ripresa e
meglio precisata. Con ciò ogni
discussione sul problema della pluralità
dei partiti appare del tutto inattuale.
In
sede storica, nelle varie forme in cui la
Repubblica come istituto politico trova
presso i differenti popoli la sua
estrinsecazione, vi sono molte repubbliche
di tipo totalitario, quindi con un solo
partito. Non citerò la più
totalitaria di esse, quella dei sovieti, ma
ricorderò una che gode le simpatie
dei sommi bonzi del vangelo democratico: la
Repubblica turca, che poggia su un solo
partito, quello del popolo, e su una sola
organizzazione giovanile, quella dei «focolari
del popolo».
A
un dato momento della evoluzione storica
italiana può essere feconda di
risultati, accanto al Partito unico e cioè
responsabile della direzione globale dello
Stato, la presenza di altri gruppi, che,
come dice all'articolo tre il «manifesto
di Verona», esercitino il diritto di
controllo e di responsabile critica sugli
atti della pubblica amministrazione. Gruppi
che, partendo dall'accettazione leale,
integrale e senza riserve del trinomio
Italia, Repubblica, socializzazione, abbiano
la responsabilità di esaminare i
provvedimenti del Governo e degli enti
locali, di controllare i metodi di
applicazione dei provvedimenti stessi e le
persone che sono investite di cariche
pubbliche e che devono rispondere al
cittadino, nella sua qualità di
soldato-lavoratore contribuente, del loro
operato.
L'assemblea
di Verona fissava al numero otto i suoi
postulati di politica estera. Veniva
solennemente dichiarato che il fine
essenziale della politica estera della
Repubblica è «l'unità,
l'indipendenza, l'integrità
territoriale della patria nei termini
marittimi e alpini segnati dalla natura, dal
sacrificio di sangue e dalla storia».
Quanto
all'unità territoriale, io mi
rifiuto, conoscendo la Sicilia e i fratelli
siciliani, di prendere sul serio i
cosiddetti conati separatistici di
spregevoli mercenari del nemico. Può
darsi che questo separatismo abbia un altro
motivo: che i fratelli siciliani vogliano
separarsi dall'Italia di Bonomi per
ricongiungersi con l'Italia repubblicana.
È
mia profonda convinzione che, al di là
di tutte le lotte e liquidato il criminoso
fenomeno dei fuorilegge, l'unità
morale degli italiani di domani sarà
infinitamente più forte di quella di
ieri, perché cementata da eccezionali
sofferenze, che non hanno risparmiato una
sola famiglia. E quando attraverso l'unità
morale l'anima di un popolo è salva,
è salva anche la sua integrità
territoriale e la sua indipendenza politica.
A
questo punto occorre dire una parola
sull'Europa e relativo concetto. Non mi
attardo a domandarmi che cosa è
questa Europa, dove comincia e dove finisce
dal punto di vista geografico, storico,
morale, economico; né mi chiedo se oggi un
tentativo di unificazione abbia migliore
successo dei precedenti. Ciò mi
porterebbe troppo lontano. Mi limito a dire
che la costituzione di una comunità
europea è auspicabile e forse anche
possibile, ma tengo a dichiarare in forma
esplicita che noi non ci sentiamo italiani
in quanto europei, ma ci sentiamo europei in
quanto italiani. La distinzione non è
sottile, ma fondamentale.
Come
la nazione è la risultante di milioni
di famiglie che hanno una fisionomia
propria, anche se posseggono il comune
denominatore nazionale, così nella
comunità europea ogni nazione
dovrebbe entrare come un'entità ben
definita, onde evitare che la comunità
stessa naufraghi nell'internazionalismo di
marca socialista o vegeti nel generico ed
equivoco cosmopolitismo di marca giudaica e
massonica.
Mentre
taluni punti del programma di Verona sono
stati scavalcati dalla successione degli
eventi militari, realizzazioni più
concrete sono state attuate nel campo
economico-sociale.
Qui
la innovazione ha aspetti radicali. I punti
undici, dodici e tredici sono fondamentali.
Precisati nella «premessa alla nuova
struttura economica della nazione»,
essi hanno trovato nella legge sulla
socializzazione la loro pratica
applicazione. L'interesse suscitato nel
mondo è stato veramente grande e
oggi, dovunque, anche nell'Italia dominata e
torturata dagli anglo-americani, ogni
programma politico contiene il postulato
della socializzazione.
Gli
operai, dapprima alquanto scettici, ne hanno
poi compreso l'importanza. La sua effettiva
realizzazione è in corso. Il ritmo di
ciò sarebbe stato più rapido
in altri tempi. Ma il seme è gettato.
Qualunque cosa accada, questo seme è
destinato a germogliare. È il
principio che inaugura quello che otto anni
or sono, qui a Milano, di fronte a
cinquecentomila persone acclamanti,
vaticinai «secolo del lavoro»,
nel quale il lavoratore esce dalla
condizione economico-morale di salariato per
assumere quella di produttore, direttamente
interessato agli sviluppi dell'economia e al
benessere della nazione.
La
socializzazione fascista è la
soluzione logica e razionale che evita da un
lato la burocratizzazione dell'economia
attraverso il totalitarismo di Stato e
supera l'individualismo dell'economia
liberale, che fu un efficace strumento di
progresso agli esordi dell'economia
capitalistica, ma oggi è da
considerarsi non più in fase con le
nuove esigenze di carattere «sociale»
delle comunità nazionali.
Attraverso
la socializzazione i migliori elementi
tratti dalle categorie lavoratrici faranno
le loro prove. Io sono deciso a proseguire
in questa direzione.
Due
settori ho affidato alle categorie operaie:
quello delle amministrazioni locali e quello
alimentare. Tali settori, importantissimi
specie nelle circostanze attuali, sono ormai
completamente nelle mani degli operai. Essi
devono mostrare, e spero mostreranno, la
loro preparazione specifica e la loro
coscienza civica.
Come
vedete, qualche cosa si è fatto
durante questi dodici mesi, in mezzo a
difficoltà incredibili e crescenti,
dovute alle circostanze obiettive della
guerra e alla opposizione sorda degli
elementi venduti al nemico e all'abulia
morale che gli avvenimenti hanno provocato
in molti strati del popolo.
In
questi ultimissimi tempi la situazione
è migliorata. Gli attendisti, coloro
cioè che aspettavano gli
anglo-americani, sono in diminuzione. Ciò
che accade nell'Italia di Bonomi li ha
delusi. Tutto ciò che gli
anglo-americani promisero, si è
appalesato un miserabile espediente
propagandistico.
Credo
di essere nel vero se affermo che le
popolazioni della valle del Po non solo non
desiderano, ma deprecano l'arrivo degli
anglosassoni, e non vogliono saperne di un
governo, che, pur avendo alla vicepresidenza
un Togliatti, riporterebbe a nord le forze
reazionarie, plutocratiche e dinastiche,
queste ultime oramai palesemente protette
dall'Inghilterra.
Quanto
ridicoli quei repubblicani che non vogliono
la Repubblica perché proclamata da
Mussolini e potrebbero soggiacere alla
monarchia voluta da Churchill. Il che
dimostra in maniera irrefutabile che la
monarchia dei Savoia serve la politica della
Gran Bretagna, non quella dell'Italia!
Non
c'è dubbio che la caduta di Roma
è una data culminante nella storia
della guerra. II generale Alexander stesso
ha dichiarato che era necessaria alla
vigilia dello sbarco in Francia una vittoria
che fosse legata ad un grande nome, e non vi
è nome più grande e universale
di Roma; che fosse creata, quindi, una
incoraggiante atmosfera.
Difatti,
gli anglo-americani entrano in Roma il 5
giugno; all'indomani, 6, i primi reparti
alleati sbarcano sulla costa di Normandia,
tra i fiumi Vire e Orne. I mesi successivi
sono stati veramente duri, su tutti i fronti
dove i soldati del Reich erano e sono
impegnati.
La
Germania ha chiamato in linea tutte le
riserve umane, con la mobilitazione totale
affidata a Goebbels, e con la creazione
della «Volkssturm». Solo un
popolo come il germanico, schierato unanime
attorno al Führer, poteva reggere a tale
enorme pressione; solo un Esercito come
quello nazionalsocialista poteva rapidamente
superare la crisi del 20 luglio e continuare
a battersi ai quattro punti cardinali con
eccezionale tenacia e valore, secondo le
stesse testimonianze del nemico.
Vi
è stato un periodo in cui la
conquista di Parigi e Bruxelles, la resa a
discrezione della Romania, della Finlandia,
della Bulgaria hanno dato motivo a un
movimento euforico tale che, secondo
corrispondenze giornalistiche, si riteneva
che il prossimo Natale la guerra sarebbe
stata praticamente finita, con l'entrata
trionfale degli Alleati a Berlino.
Nel
periodo di tale euforia venivano svalutate e
dileggiate le nuove armi tedesche,
impropriamente chiamate «segrete».
Molti hanno creduto che grazie all'impiego
di tali armi, a un certo punto, premendo un
bottone, la guerra sarebbe finita di colpo.
Questo miracolismo è ingenuo quando
non sia doloso. Non si tratta di armi
segrete, ma di «armi nuove»,
che, è lapalissiano il dirlo, sono
segrete sino a quando non vengono impiegate
in combattimento. Che tali armi esistano, lo
sanno per amara constatazione gli inglesi;
che le prime saranno seguite da altre, lo
posso con cognizione di causa affermare; che
esse siano tali da ristabilire l'equilibrio
e successivamente la ripresa della
iniziativa in mani germaniche, è nel
limite delle umane previsioni quasi sicuro e
anche non lontano.
Niente
di più comprensibile delle
impazienze, dopo cinque anni di guerra, ma
si tratta di ordigni nei quali scienza,
tecnica, esperienza, addestramento di
singoli e di reparti devono procedere di
conserva. Certo è che la serie delle
sorprese non è finita; e che migliaia
di scienziati germanici lavorano giorno e
notte per aumentare il potenziale bellico
della Germania.
Nel
frattempo la resistenza tedesca diventa
sempre più forte e molte illusioni
coltivate dalla propaganda nemica sono
cadute. Nessuna incrinatura nel morale del
popolo tedesco, pienamente consapevole che
è in gioco la sua esistenza fisica e
il suo futuro come razza; nessun accenno di
rivolta e nemmeno di agitazione fra i
milioni e milioni di lavoratori stranieri,
malgrado gli insistenti appelli e proclami
del generalissimo americano. E indice
eloquentissimo dello spirito della nazione
è la percentuale dei volontari
dell'ultima leva, che raggiunge la quasi
totalità della classe. La Germania
è in grado di resistere e di
determinare il fallimento dei piani nemici.
Minimizzare
la perdita di territori, conquistati e
tenuti a prezzo di sangue, non è una
tattica intelligente, ma lo scopo della
guerra non è la conquista o la
conservazione dei territori, bensì la
distruzione delle forze nemiche, cioè
la resa e quindi la cessazione delle ostilità.
Ora
le Forze Armate tedesche non solo non sono
distrutte, ma sono in una fase di crescente
sviluppo e potenza.
Se
si prende in esame la situazione dal punto
di vista politico, sono maturati, in questo
ultimo periodo del 1944, eventi e stati
d'animo interessanti.
Pur
non esagerando, si può osservare che
la situazione politica non è oggi
favorevole agli Alleati.
Prima
di tutto in America, come in Inghilterra, vi
sono correnti contrarie alla richiesta di
resa a discrezione. La formula di Casablanca
significa la morte di milioni di giovani,
poiché prolunga indefinitamente la guerra;
popoli come il tedesco e il giapponese non
si consegneranno mai mani e piedi legati al
nemico, il quale non nasconde i suoi piani
di totale annientamento dei paesi del
Tripartito.
Ecco
perché Churchill ha dovuto sottoporre a
doccia fredda i suoi connazionali
surriscaldati e prorogare la fine del
conflitto all'estate del 1945 per l'Europa e
al 1947 per il Giappone.
Un
giorno un ambasciatore sovietico a Roma,
Potemkin, mi disse: «La prima guerra
mondiale bolscevizzò la Russia, la
seconda bolscevizzerà l'Europa».
Questa profezia non si avvererà, ma
se ciò accadesse, anche questa
responsabilità ricadrebbe in primo
luogo sulla Gran Bretagna.
Politicamente
Albione è già sconfitta. Gli
eserciti russi sono sulla Vistola e sul
Danubio, cioè a metà
dell'Europa. I partiti comunisti, cioè
i partiti che agiscono al soldo e secondo
gli ordini del maresciallo Stalin, sono
parzialmente al potere nei paesi
dell'occidente.
Che
cosa significhi la «liberazione»
nel Belgio, in Italia, in Grecia, lo dicono
le cronache odierne. Miseria, disperazione,
guerra civile. I «liberati»greci
che sparano sui «liberatori»
inglesi non sono che i comunisti russi che
sparano sui conservatori britannici.
Davanti
a questo panorama, la politica inglese
è corsa ai ripari. In primo luogo,
liquidando in maniera drastica o sanguinosa,
come ad Atene, i movimenti partigiani, i
quali sono l'ala marciante e combattente
delle sinistre estreme, cioè del
bolscevismo; in secondo luogo, appoggiando
le forze democratiche, anche accentuate, ma
rifuggenti dal totalitarismo, che trova la
sua eccelsa espressione nella Russia dei
sovieti.
Churchill
ha inalberato il vessillo anticomunista in
termini categorici nel suo ultimo discorso
alla Camera dei Comuni, ma questo non può
fare piacere a Stalin. La Gran Bretagna
vuole riservarsi come zone d'influenza della
democrazia l'Europa occidentale, che non
dovrebbe essere contaminata, in alcun caso,
dal comunismo.
Ma
questa «fronda» di Churchill non
può andare oltre ad un certo segno,
altrimenti il grande maresciallo del
Cremlino potrebbe adombrarsi. Churchill
voleva che la zona d'influenza riservata
alla democrazia nell'Occidente europeo fosse
sussidiata da un patto tra Francia,
Inghilterra, Belgio, Olanda, Norvegia, in
funzione antitedesca prima, eventualmente in
funzione antirussa poi.
Gli
accordi Stalin-De Gaulle hanno soffocato nel
germe questa idea, che era stata avanzata,
su istruzioni di Londra, dal belga Spaak. Il
gioco è fallito e Churchill deve, per
dirla all'inglese, mangiarsi il cappello e,
pensando all'entrata dei Russi nel
Mediterraneo e alla pressione russa
nell'Iran, deve domandarsi se la politica di
Casablanca non sia stata veramente per la
«vecchia povera Inghilterra» una
politica fallimentare.
Premuta
dai due colossi militari dell'Occidente e
dell'Oriente, dagli insolenti insaziabili
cugini di oltre Oceano e dagli inesauribili
euroasiatici, la Gran Bretagna vede in gioco
e in pericolo il suo avvenire imperiale; cioè
il suo destino. Che i rapporti «politici»
tra gli Alleati non siano dei migliori, lo
dimostra la faticosa preparazione del nuovo
convegno a tre.
Parliamo
ora del lontano e vicino Giappone. Più
che certo, è dogmatico che l'impero
del Sole Levante non piegherà mai e
si batterà sino alla vittoria. In
questi ultimi mesi le armi nipponiche sono
state coronate da grandi successi. Le unità
dello strombazzatissimo sbarco nell'isola di
Leyte, una delle molte centinaia di isole
che formano l'arcipelago delle Filippine,
sbarco fatto a semplice scopo elettorale,
sono, dopo due mesi, quasi al punto di
prima.
Che
cosa sia la volontà e l'anima del
Giappone è dimostrato dai volontari
della morte. Non sono decine, sono decine di
migliaia di giovani che hanno come consegna
questa: «Ogni apparecchio una nave
nemica». E lo provano. Davanti a
questa sovrumanamente eroica decisione, si
comprende l'atteggiamento di taluni circoli
americani, che si domandano se non sarebbe
stato meglio per gli statunitensi che
Roosevelt avesse tenuto fede alla promessa
da lui fatta alle madri americane che nessun
soldato sarebbe andato a combattere e a
morire oltremare. Egli ha mentito, come
è nel costume di tutte le democrazie.
È
per noi, italiani della Repubblica, motivo
di orgoglio avere a fianco come camerati
fedeli e comprensivi i soldati, i marinai,
gli aviatori del Tenno, che colle loro gesta
s'impongono all'ammirazione del mondo.
Ora
io vi domando: la buona semente degli
italiani, degli italiani sani, i migliori,
che considerano la morte per la patria come
l'eternità della vita, sarebbe dunque
spenta? (La folla grida: «No! No!»).
Ebbene, nella guerra scorsa non vi fu un
aviatore che non riuscendo ad abbattere con
le armi l'aeroplano nemico, vi si precipitò
contro, cadendo insieme con lui? Non
ricordate voi questo nome? Era un umile
sergente: Dall'Oro.
Nel
1935,
quando l'Inghilterra voleva soffocarci
nel nostro mare e io raccolsi il suo guanto
di sfida (la
folla si leva in piedi con un grido unanime
di esaltazione: «Duce! Duce! Duce!»)
e feci passare ben quattrocentomila
legionari sotto le navi di Sua Maestà
britannica, ancorate nei porti del
Mediterraneo, allora si costituirono in
Italia, a Roma, le squadriglie della morte.
Vi devo dire, per la verità, che il
primo della lista era il comandante delle
forze aeree. Ebbene, se domani fosse
necessario ricostituire queste squadriglie,
se fosse necessario mostrare che nelle
nostre vene circola ancora il sangue dei
legionari di Roma, il mio appello alla
nazione cadrebbe forse nel vuoto? (La folla
risponde: «No!»).
Noi
vogliamo difendere, con le unghie e coi
denti, la valle del Po (grida:
«Sì!»); noi vogliamo
che la valle del Po resti repubblicana in
attesa che tutta l'Italia sia repubblicana. (Grida
entusiastiche: «Si! Tutta!»).
Il giorno in cui tutta la valle del Po fosse
contaminata dal nemico, il destino
dell'intera nazione sarebbe compromesso; ma
io sento, io vedo, che domani sorgerebbe una
forma di organizzazione irresistibile ed
armata, che renderebbe praticamente la vita
impossibile agli invasori. Faremmo una sola
Atene di tutta la valle del Po. (La
folla prorompe in grida unanimi di consenso.
Si grida: «Si! Sì!»).
Da
quanto vi ho detto, balza evidente che non
solo la coalizione nemica non ha vinto, ma
che non vincerà. La mostruosa
alleanza fra plutocrazia e bolscevismo ha
potuto perpetrare la sua guerra barbarica
come la esecuzione di un enorme delitto, che
ha colpito folle di innocenti e distrutto ciò
che la civiltà europea aveva creato
in venti secoli. Ma non riuscirà ad
annientare con la sua tenebra lo spirito
eterno che tali monumenti innalzò.
La
nostra fede assoluta nella vittoria non
poggia su motivi di carattere soggettivo o
sentimentale, ma su elementi positivi e
determinanti. Se dubitassimo della nostra
vittoria, dovremmo dubitare dell'esistenza
di Colui che regola, secondo giustizia, le
sorti degli uomini.
Quando
noi come soldati della Repubblica
riprenderemo contatto con gli italiani di
oltre Appennino, avremo la grata sorpresa di
trovare più fascismo di quanto ne
abbiamo lasciato. La delusione, la miseria,
l'abbiezione politica e morale esplode non
solo nella vecchia frase «si stava
meglio», con quel che segue, ma nella
rivolta che da Palermo a Catania, a Otranto,
a Roma stessa serpeggia in ogni parte
dell'Italia «liberata».
Il
popolo italiano al sud dell'Appennino ha
l'animo pieno di cocenti nostalgie.
L'oppressione nemica da una parte e la
persecuzione bestiale del Governo dall'altra
non fanno che dare alimento al movimento del
fascismo. L'impresa di cancellarne i simboli
esteriori fu facile; quella di sopprimerne
l'idea, impossibile. (La
folla grida: «Mai!»).
I
sei partiti antifascisti si affannano a
proclamare che il fascismo è morto,
perché lo sentono vivo. Milioni di italiani
confrontano ieri e oggi; ieri, quando la
bandiera della patria sventolava dalle Alpi
all'equatore somalo e l'italiano era uno dei
popoli più rispettati della terra.
Non
v'è italiano che non senta balzare il
cuore nel petto nell'udire un nome africano,
il suono di un inno che accompagnò le
legioni dal Mediterraneo al Mar Rosso, alla
vista di un casco coloniale. Sono milioni di
italiani che dal 1919
al 1939
hanno vissuto quella che si può
definire l'epopea della patria. Questi
italiani esistono ancora, soffrono e credono
ancora e sono disposti a serrare i ranghi
per riprendere a marciare, onde
riconquistare quanto fu perduto ed è
oggi presidiato fra le dune libiche e le
ambe etiopiche da migliaia e migliaia di
caduti, il fiore di innumerevoli famiglie
italiane, che non hanno dimenticato, né
possono dimenticare.
Già
si notano i segni annunciatori della
ripresa, qui, soprattutto in questa Milano
antesignana e condottiera, che il nemico ha
selvaggiamente colpito, ma non ha
minimamente piegato.
Camerati,
cari camerati milanesi!
È
Milano che deve dare e darà gli
uomini, le armi, la volontà e il
segnale della riscossa!
(Interrotto sovente da applausi, lo storico
discorso viene salutato alla fine da una
manifestazione non meno appassionata di
quella voltasi all'ingresso di Mussolini nel
teatro. Una, due, sei volte il Duce è
costretto
a risalire sul podio dall'affettuosa
insistenza della folla, che non si stanca
di acclamarlo e d'invocare un suo prossimo
ritorno).