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Vi
confesso che non è senza qualche
esitazione, che io mi accingo a parlare in
questa circostanza, per questa cerimonia
inaugurale, che sembra portarmi assai lontano
da quella che è la mia quotidiana
fatica. Ieri
sera, dopo avere attentamente esaminata la
Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato
il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché
Voi
ne facciate oggetto di meditazioni necessarie.
Primo:
quale rapporto intercede tra la politica e
l'arte? Quale tra il
politico e l'artista? È possibile di
stabilire una gerarchia fra queste due
manifestazioni dello spirito umano? Che la
politica sia un'arte non v'è dubbio.
Non è, certo, una scienza. Nemmeno mero
empirismo. È quindi un'arte. Anche
perché nella politica c'è molto
intuito. La creazione «politica
» come quella artistica
è una elaborazione lenta e una
divinazione subitanea. A un certo momento
l'artista crea colla ispirazione, il politico
colla decisione. Entrambi lavorano la materia
e lo spirito. Entrambi inseguono un ideale che
li pungola e li trascende. Per dare savie
leggi a un popolo bisogna essere anche un poco
artisti. Fra il politico e l'artista vi
è qualche altro punto di contatto; ne
cito uno per tutti: il senso della
incontentabilità. La insoddisfazione
tremenda e pur salutare delle cose compiute,
che non sono mai come si credeva. La piatta
beatitudine dell'arrivato è ignota
tanto all'artista come al politico. Quanto
alla gerarchia,
è argomento che mi seduce e mi
porterebbe lontano. Forse non ho detto alcunché
di interessante, ma io voglio arrivare ad una
prima modesta conclusione: non v'è
incompatibilità fra un uomo politico e
l'arte del suo e di altri popoli; del suo e di
altri tempi.
Seconda
domanda. Perché «Mostra del '900»?
Qualcuno ha osservato che questa prima Mostra
non può avere la pretesa di ipotecare
un secolo che è appena incominciato da
sette anni, cioè dalla fine della
guerra mondiale, e che prima del fatidico 2000
altri 74 anni devono passare, durante i quali
le più straordinarie vicende, gli
eventi più impensati potranno
verificarsi, anche e,
vorrei quasi dire,
soprattutto nel dominio dell'arte. Ma è
evidente che il titolo di Mostra del '900 non
si riferisce a un dato di semplice cronologia.
Credo di essere nel giusto se affermo, che per
novecentisti non devono intendersi coloro che
sono nati in questo o nel secolo scorso o che
hanno cominciato a dipingere prima e dopo la
guerra, ma coloro che seguono un determinato
indirizzo artistico, e vogliono provocare una
determinata selezione. I novecentisti sono
artisti che non si rifiutano, non rifiutano e
non debbono rifiutare alcuna esperienza e
alcun tentativo; quasi tutti hanno infatti
vissuto l'esperienza futurista, ma intendono
di essere e di rappresentare qualche cosa per
se stessi; un di più, una conclusione
ed un inizio, creatori, non rifacitori o
copiatori: un «momento artistico»
insomma, che può essere abbastanza
lungo e importante da lasciare durevole
traccia nella storia dell'arte italiana di
questo secolo.
La
Prima Mostra del '900 è riuscita?
Rispondo esplicitamente in modo affermativo.
Bisogna considerare la natura speciale di
questa Mostra. È una Mostra qualitativa
non quantitativa. Non poteva quindi essere
aperta a tutti, e nemmeno a molti.
Organizzare
una Mostra artistica in genere e l'attuale in
ispecie è particolarmente delicato:
bisogna da una parte scegliere, e dall'altra
respingere. Bisogna scegliere accuratamente e
non meno accuratamente respingere quando si
vogliono raggiungere fini non soltanto
commerciali, ma si voglia valorizzare una
tendenza artistica, indirizzare e talvolta
correggere il gusto del pubblico. Non vi
è dubbio che, nella quasi totalità,
questa Mostra raccoglie opere di
incontestabile valore artistico. C'è in
molti di cotesti espositori che si avviano
alla ferma maturità, il segno creativo
di una forza che dispone ormai di mille
possibilità, vi sono gli ignoti —
scoperti per la prima volta — e tratti
dalla loro solitudine provinciale, e vi
è anche l'acerba e forse non fallace
promessa di coloro che varcano —
giovanetti — anch'essi per la prima
volta la soglia seducente di questi templi.
Mi
sono domandato se gli avvenimenti che ognuno
di noi ha vissuto — Guerra e Fascismo
— hanno lasciato tracce nelle opere qui
esposte. Il volgare direbbe di no, perché,
salvo il quadro «A Noi»,
futurista, non c'è nulla che ricordi o
— ohimè — fotografi gli
avvenimenti trascorsi o riproduca le scene
delle quali fummo in varia misura spettatori o
protagonisti.
Eppure
il segno degli eventi c'è. Basta
saperlo trovare. Questa pittura, questa
scultura, diversifica da quella immediatamente
antecedente in Italia. Ha un suo
inconfondibile sigillo. Si vede che è
il risultato di una severa disciplina
interiore. Si vede che non è il
prodotto di un mestiere facile e mercenario,
ma di uno sforzo assiduo talora angoscioso. Ci
sono i riverberi di questa Italia che ha fatto
due guerre, che è diventata sdegnosa
dei lunghi discorsi e di tutto ciò che
rappresenta lo sciattume democratico, che ha
in un venticinquennio camminato e quasi
raggiunto e talora sorpassato gli altri
popoli: la pittura e la scultura qui
rappresentate sono forti come l'Italia d'oggi
è forte nello spirito e nella sua
volontà.
Difatti
nelle opere qui esposte vi colpiscono questi
elementi caratteristici e comuni: la decisione
e la precisione: del segno, la nitidezza e la
ricchezza del colore, la solida plasticità
delle cose e delle figure. Guardate ad esempio
la testa magnificamente scolpita del mio
povero e fedele amico Bonservizi; non vi pare
di leggere nel cavo profondo delle sue
occhiaie la tragedia della sua fine
improvvisa? Osservate talune «nature
morte», taluni paesaggi, talune figure
di uomini e di donne. Io guardo e dico: questo
marmo, questo quadro mi piace. Perché mi
allieta gli occhi, perché mi dà il
senso dell'armonia, perché quella creazione
vive in me ed io mi sento vivo in lei,
attraverso il brivido che dà la
comunione e la conquista della bellezza. Credo
che molti di voi percorrendo le sale
comprenderanno questo mio giudizio e
troveranno che questa prima Mostra testimonia
ottimamente per il certo avvenire dell'arte
italiana.
Con
questo auspicio, mentre ringrazio
profondamente gli organizzatori e i promotori
di questa Mostra, la dichiaro aperta in nome
del Re.
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