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Camerati,
Questa
vostra assemblea si trova dinanzi a due fatti
compiuti il rapporto dei 92' prefetti del
Regno, molto importante, come vi dimostrerò
fra poco, e la nuova sistemazione del Governo,
la cui notevole portata vi illustrerò
in seguito, sebbene io pensi che sia già
dal vostro spirito chiaramente intuita.
Le
mie parole, come sempre da oramai un ventennio
di battaglie politiche, delle quali un
decennio di battaglie fasciste, vengono dopo i
fatti, i quali non traggono origine da
assemblee, né da preventivi consigli od
ispirazioni di individui, di gruppi o di
circoli: sono decisioni che io maturo da solo
e delle quali, come è giusto, nessuno
può essere a preventiva conoscenza:
nemmeno gli interessati che possono essere
gradevolmente sorpresi anche quando lasciano
il posto. Un uomo solo tempestivamente
è informato, il Capo dello Stato, la
Maestà del Re.
Per
quanto sembri, dopo una settennale esperienza,
quasi assolutamente superfluo, voglio ripetere
che ritengo questo riserbo assolutamente
necessario e comunque appartiene oramai a
quello che si è convenuto chiamare il
mio stile di Governo, al quale intendo di
restare naturalmente fedele. Da ciò
potete dedurre quale credito si debba
accordare ai cosiddetti «uffici voci»,
composti in massima parte di delusi, di
sfaccendati e di imbecilli.
Un
terzo ordine di fatti, che più da
vicino vi riguarda, voi apprenderete nel corso
stesso delle mie parole.
I
capi della provincia, dei quali almeno una
quarantina vengono più o meno
direttamente dalla vostra gerarchia, mi sono
apparsi, dopo gli esaurienti e spesso minuti
colloqui, sempre più all'altezza del
loro delicato compito, che abbraccia tutta la
vita di una provincia in tutte le sue
espressioni politiche, amministrative,
economiche, sociali, morali. Sono soddisfatto
in genere ed in particolare ,per aver
constatato che è stato raccolto il mio
monito concernente la verità che
bisogna sempre dirmi, in ogni caso,
soprattutto quando è spiacevole, poiché
tacendola si impedisce di correre in tempo ai
ripari. Gli argomenti sui quali io avevo
invitato i Prefetti a riferirmi in
particolare, mi permettono di tracciarvi il
panorama generale della Nazione in questa fine
dell'anno.
Andamento
della bonifica integrale: il piano di questa
bonifica è gigantesco. Si tratta di un
milione e seicento mila ettari di terreno, per
un importo di oltre due miliardi e trecento
milioni di lire. Dalla Valle del Po, con le
bonifiche di Cremona, Parmigiana-Moglia,
Burana, Bassano, Friuli, Ferrara e Ravenna, al
Consorzio di Piscinara, prima gloriosa tappa
nella marcia di redenzione delle paludi
Pontine, da Coltano in terra di Toscana a
Siguri in Calabria, alla Stornara Jonica, da
Lentini in Sicilia a Torralba in Sardegna,
dovunque si compie uno sforzo, che può
inorgoglire un popolo e creare un titolo
imperituro di gloria per il Regime fascista.
È la terra riscattata e, con la terra,
gli uomini, con gli uomini, la razza.
Ma
queste grandi opere, che danno quotidiano
lavoro oggi a diecine di migliaia di operai,
che lo daranno domani a centinaia di migliaia
di contadini, sono accompagnate dalla
esecuzione di altre opere, non meno
necessarie; quelle di irrigazione, per le
quali sono in corso lavori per l'importo di
374 milioni: bacini montani, canali derivatori
da fiumi e da laghi, sfruttamento di acque
sotterranee. Anche in questo campo si procede
innanzi e due provincie, quella di Piacenza e
quella di Alessandria, meritano di essere
messe all'ordine del giorno, perché sono
risolutamente all'avanguardia in fatto
d'impianti.
I
fatti, che nessuno può smentire e se
qualcuno vi fosse, io lo munirei di un
gratuito biglietto circolare, perché si
convincesse della loro verità, bastano
a gelare il sorrisetto ebete, che in questi
ultimi tempi i residui dell'antifascismo
straniero avevano sulle labbra. Come se la
bonifica si facesse nel volgere di una
giornata, come se la bonifica non richiedesse
lunga preparazione, molto denaro, moltissimi
strumenti e uomini e qualche volta il
sacrificio della vita.
Disoccupazione:
voi avete seguito la curva di questo fenomeno:
da 489.000 disoccupati e sussidiati, nei
febbraio dell'anno corrente, siamo discesi a
un minimo di 193.000 alla fine di giugno, per
risalire a 201.000 alla fine di luglio, 34.000
in meno che nel corrispondente mese del 1928.
Andiamo, quindi, verso il periodo della
ineluttabile disoccupazione stagionale.
Allo
scopo d'attenuarne le conseguenze, un
programma di lavori è stato concretato
per un importo di 130 milioni, interessanti
quaranta provincie, più 9 milioni
d'annualità, che corrispondono ad un
altro centinaio di milioni, più alcuni
tronchi dell'autostrada pedealpina, più
i lavori dell'Azienda della strada, che
occuperanno non meno di sessantamila operai, e
altri lavori in corso, come la direttissima
Bologna-Firenze.
A
proposito dell'Azienda della Strada affiora
qualche movimento d'insoddisfazione. Basterà
ricordare agli impazienti, i quali pretendono
il miracolo immediato, che l'Azienda della
Strada è nata il primo ottobre del 1928
e organizzò i suoi uffici nei tre mesi
successivi, fu sorpresa dai rigori eccezionali
dell'inverno, ha potuto por mano ai lavori
solo a primavera con ditte spesso ridicolmente
attrezzate: sei mesi, e i risultati sono
visibili a tutti e più si vedranno nel
1930. Il programma di sistemazione dei primi
6000 chilometri di strade nazionali in cinque
anni sarà pienamente realizzato. Tutti
sanno che io ho una specie di passione romana
per le strade, nelle quali scorgo uno degli
elementi fondamentali del benessere e
dell'unità del popolo.
Ma
un altro problema, sempre in materia di lavori
pubblici, mi rende particolarmente ansioso:
quello degli acquedotti civici e rurali.
Mentre l'acquedotto pugliese avvia a
compimento la sua colossale impresa, altri
acquedotti sono alle viste per essere attuati;
cito quelli che interessano decine e centinaia
di comuni, come l'acquedotto del Monferrato,
quello dell'Istria, quello di Schievenin nel
Veneto, quello del Ruzzo in provincia di
Teramo e non ricordo i minori in costruzione,
come quelli di Siena, di Sassari, di Ravenna.
Il Regime fascista ha qui un altro motivo
d'orgoglio e di gloria: ha dissetato milioni
d'Italiani, che attendevano l'acqua da decenni
e talvolta da secoli! Anche l'industria
meccanica e metallurgica avrà, fra
Marina da guerra e Ministero delle
Comunicazioni, lavori per circa un miliardo.
Gli
accordi lateranensi sono presi di mira dai
neri e dai verdi gli uni e gli altri sono
stati sconfitti, gli uni e gli altri anelano
ad una specie di rivincita e al momento in cui
potranno dire trionfalmente : l'avevamo detto
noi! Sconfitti sono stati i temporalisti, i
quali erano rimasti al 1849 e sognavano
impossibili restaurazioni di istituti,
travolti dal fatale volgere della storia, e si
accorciano molto «obtorto collo» a
uno stato ridotto a una città e questa
città ridotta ad una superficie di
pochi ettari; sconfitti sono i «verdi»
i quali avrebbero voluto incancrenire il
conflitto, eternizzarlo, non per il bene dello
Stato, ma per la mortificazione della Chiesa.
Queste due categorie di sconfitti, una volta
nemiche, sembrano quasi alleate.
La
voce diffusa all'estero che il Governo
fascista, dopo aver distrutte entrambe le
massonerie, vedrebbe di buon occhio il
ricostruirsi di una terza per fronteggiare il
clericalismo, è semplicemente puerile.
Non abbiamo bisogno di ricorrere a questa
specie di trucchi. Bastiamo noi a noi stessi.
E siamo d'altra parte troppo intelligenti per
non aver veduta la manovra e per non evitare i
due estremi che a vicenda si condizionano: il
clericalismo ed il suo avversario. Le
polemiche che si sono svolte al Parlamento e
nei giornali non devono essere drammatizzate
oltre misura. Le speranze di taluni circoli
d'oltre Alpe sono destinate a rimanere
speranze più o meno pietose, almeno per
quanto ci concerne. Si tratta di polemiche che
io vorrei chiamare «di assestamento»,
di precisazione di posizioni, e sono
perfettamente comprensibili, poiché mentre
nel campo fascista si è considerato
l'evento nelle sue imponenti ma reali
proporzioni e significazioni e limiti, alcune
voci nel campo cattolico, specialmente laico,
hanno rilevato sbandamenti ed illusioni che
era necessario di rettificare, il che è
stata fatto con tempestive sanzioni.
Ma
dal sequestro di qualche dozzina di oscuri
giornaletti dell'estremismo cattolico, con
venature popolaresche alla «Kultrukampf»
di Bismarck, alle lotte napoleoniche, corre
molto spazio e moltissimo tempo! È
quasi banale dichiarare che la lotta fra la
Chiesa e lo Stato nuoce allo Stato; ma non
giova nemmeno alla Chiesa. Può essere,
alle volte, una fatalità, non può
essere mai un programma od un ideale,
specialmente in uno Stato come il nostro, che
potrà in altri dominii mostrare la sua
unità e la sua forza.
Del
resto le posizioni in Italia sono nette così
come dovevano essere.
La
Chiesa conosce la dottrina fascista dello
Stato ed è del 1925 la mia formula:
«Tutto nello Stato, niente al di fuori
dello Stato, niente contro lo Stato».
Ora,
dai rapporti dei prefetti risulta che il clero
italiano è nello Stato italiano, cioè
ossequiente alle leggi dello Stato e spesso
entusiasta del Regime. Salvo alcune provincie
di confine e tre provincie dell'Alta Italia,
in tutto il resto, e soprattutto nelle
provincie del Mezzogiorno, il clero è
perfettamente a posto e non chiede che di
collaborare con le autorità costituite.
I
parroci sono figli del nostro popolo, gente
della nostra gente, che non vive nelle nuvole
sublimi dell'assoluto, ma nel relativo,
modesto e interessante, della vita di ogni
giorno.
Li
vedete in talune regioni inforcare la
bicicletta, e anche la motocicletta,
frequentare le fiere e i mercati, mescolarsi
alla profana umanità. Ora questa massa
di parroci non ha, nella sua enorme
maggioranza, che un desiderio: quello di
collaborare con le locali e centrali gerarchie
fasciste, non solo per un comprensibile
bisogno di tranquillità, ma perché i
parroci non dimenticano i tempi antichi e li
sanno intelligentemente confrontare con gli
odierni.
Del
resto migliaia di preti, come cappellani delle
nostre legioni anziane e giovanili, sono da
sette anni legati molto intimamente alla vita
del Regime. Del resto il Regime ha novemila
vedette in ogni angolo d'Italia, pronte a
segnalare eventuali sconfinamenti e un Governo
sensibile e vigile a Roma. Ha le sue forze, i
suoi ideali, il suo avvenire, garantito
dall'educazione fascista delle nuove
generazioni. Dato l'atteggiamento volonteroso
del clero maggiore e minore, non v'è
dubbio che il color optimus è destinato
a riapparire tanto più presto, quanto
più rapidamente si rinunzierà a
intentare processi a personalità e a
vicende del Risorgimento, sulle quali oramai
il nostro e il giudizio del popolo italiano
sono definitivi, quanto più presto si
rinunzierà a «forzature»
giornalistiche, organizzative, oratorie, che
non hanno uno scopo preciso in un Regime come
il nostro e non fanno che sollevare più
o meno legittimi motivi di divisione e di
sospetto; quanto più presto si smetterà
d'avanzare la tesi del «Potere indiretto»
della Chiesa, tesi che noi nella maniera più
categorica respingiamo, in quanto non ci
è dato conoscere dove questo potere
cominci e dove finisca e di quali mezzi si
giovi e per quali scopi. Questo quadro ha,
come dicevo, in talune provincie, specie di
confine, le sue ombre, che vanno però a
poco a poco disperdendosi.
Un
altro argomento all'ordine del giorno dei
colloqui coi prefetti è stato l'esame
della situazione che si determinerà con
la fine del vincolismo in materia di pigioni.
Il Governo fascista ha abituato gli Italiani
al mantenimento di quanto afferma: col 30
giugno 1930 è stata decisa la fine del
vincolismo, durata sedici anni: col giugno
questo inevitabilmente avverrà. Ma la
situazione è, nel complesso,
rassicurante. La certezza della fine della
politica vincolistica ha già provocato
una sicura ripresa dell'attività
edilizia.
Del
resto, solo in due città, Milano e
Roma, il problema ha carattere di gravità.
Ma tanto a Roma quanto a Milano si sta
costruendo una riserva imponente di locali da
gettare sul mercato allo scadere del vincolo,
per alloggiare gli sfrattati. Questa misura
gioverà anche a contenere gli eventuali
aumenti delle pigioni, offrendo una maggiore
disponibilità di case. Ma i proprietari
di case, che sono riuniti in una associazione
nazionale e hanno desiderato e ottenuto il
riconoscimento giuridico e l'alto privilegio
di chiamarsi fascisti, dovranno dimostrare coi
fatti che la loro libertà non si
tramuterà in licenza.
Nel
qual caso non si ripristineranno gli aboliti
vincoli, ma si farà ricorso ad altri
provvedimenti forse più duri ed
efficaci. Solo spezzando coraggiosamente e
antidemagogicamente la politica del vincolismo
ci saranno gradualmente le case per tutti. E,
nell'attesa, lavoro assicurato a centinaia di
migliaia di terrazzieri, muratori, manuali,
cementisti, falegnami fabbri, tappezzieri,
elettricisti, nonché all'industria
siderurgica, così legata all'edilizia
moderna. Mantenendo i vincoli, il nodo
diverrebbe inestricabile e condurrebbe ad un
immenso demanio edilizio dei Comuni e dello
Stato con una nuova ponderosa burocrazia, che
dovrebbe amministrarlo e che graverebbe
naturalmente sul costo delle pigioni.
Esperimenti del genere possono essere imposti
dalle necessità del tempo di guerra, ma
sono una pura follia in tempo di pace.
Dal
rapporto dei prefetti risulta ancora che i
contributi sindacali facoltativi sono stati
aboliti dovunque, e che il prossimo 28 ottobre
un complesso grandioso di opere rurali da
inaugurare imprimerà uno speciale
carattere alla celebrazione della nostra
Rivoluzione in armonia con le direttive
generali del Regime.
Dopo
il rapporto dei prefetti, di cui vi ho dato
gli estremi, l'altro fatto compiuto, che avete
dinanzi, è il mutamento nella compagine
del Governo. Mutamento non soltanto di uomini.
I caratteri di questo mutamento non sfuggono
alla vostra attenta riflessione. Prima di
tutto, una netta accentuazione fascista.
Come
siamo lontani dal primo Ministero di
coalizione e come si appalesa potente questa
nostra Rivoluzione che, al contrario di molte
altre, più procede e più si
colora del suo ideale! Nel Governo sono
presenti - come ministri - tre dei quadrumviri
della Marcia su Roma.
Si
diceva che i sottosegretari erano destinati a
rimanere tali per tutta la vita. Ed ecco che
ben nove di essi salgono, dopo
l'indispensabile periodo di tirocinio, al
primo posto nella responsabilità del
Governo. Io non dimentico coloro che se ne
vanno, - quando è l'ora, - senza darsi
l'aria di sbattere la porta.
Valendomi
dell'art. 4 della legge sul Primo Ministro, ho
trasformato il Ministero dell'Istruzione
Pubblica in Ministero dell'Educazione
Nazionale. Con questa decisione, che sembra
puramente nominale, ho inteso invece
riaffermare, nella forma più esplicita,
un principio; e cioè che lo Stato ha
non solo diritto, ma dovere di educare il
popolo, e non soltanto quello d'istruirlo, per
la qual cosa potrebbe bastare, alla fine,
anche un appalto e un'impresa privata.
È quindi di stretto rigore logico che
l'Opera Nazionale Balilla passi al Ministero
dell'Educazione Nazionale, tanto più
che l'O.N.B. ha assunto il compito
dell'educazione fisica in tutte le scuole e
sta, a tale scopo, egregiamente preparandosi.
Deve quindi entrare a far parte del Ministero
dell'Educazione Nazionale.
Un
altro Ministero che cambia non solo nome, ma
contenuto, è quello della Economia
Nazionale. Sta di fatto che questo Ministero
è andato, in questi ultimi tempi,
riducendosi a sempre più modeste
proporzioni. Toltigli la statistica, il
commercio estero e la direzione generale del
lavoro, della previdenza e del credito, che
sta più convenientemente domiciliata al
Ministero delle Corporazioni, il nucleo
essenziale del Ministero dell'Economia si
riduce all'agricoltura. Diamogli, dunque,
questo nome, anche a confermare l'indirizzo
fondamentale della nostra politica economica.
mentre al Ministero delle Corporazioni,
rinforzato, passano nuove funzioni.
L'Agricoltura ha ancora bisogno di un organo
propulsore centrale, cioè di un
Ministero. L'Industria no: i suoi interessi
stanno tra le corporazioni da un lato e le
finanze dall'altro. Solo un'agricoltura
sviluppata e ricca darà un progrediente
mercato interno all'industria nazionale.
È naturale che tutti i servizi aderenti
alla legge Mussolini siano concentrati nel
Ministero dell'Agricoltura, con apposito
sottosegretario.
*
* *
Il
carattere più saliente degli attuali
mutamenti è la mia rinuncia ai
Ministeri militari che ho tenuto per quattro
anni, durante i quali si è lavorato
moltissimo. Quello che si poteva fare dal
punto di vista della unificazione spirituale
tra tutte le Forze Armate, Milizia compresa,
è stato compiuto. Il Ministero della
Difesa nazionale avrebbe proporzioni troppo
grandiose per un uomo solo. Tutte le Forze
Armate, d'altro canto, hanno un supremo
dirigente nella persona del Capo di Stato
Maggiore Generale, il quale è alle
dirette dipendenze del Capo del Governo.
Provvedimenti in corso di elaborazione
porteranno alle mie dirette dipendenze, oltre
la Milizia V. S. N., il Consiglio di Stato, la
Corte dei Conti, l'Avvocatura erariale, la
Polizia. Quest'ultima è istituto troppo
importante e geloso perché non debba
dipendere direttamente dal Capo del Governo.
La
figura del Primo Ministro va così
prendendo solida consistenza e si realizza non
solo nella lettera, ma nello spirito
l'apposita legge, che è una tra le più
innovatrici e rivoluzionarie della nostra
legislazione. Qualcuno non cadrà
nell'errore, veramente imperdonabile, di
credere che la sistemazione del Governo
significhi una modificazione nelle sue
direttive. È un Governo con una
maggiore accentuazione di Fascismo: le
direttive non possono essere quindi che
accentuatamente fasciste. Solo dei rimbambiti
nostalgici o tepidamente convertiti o comunque
rimorchiati, possono vaneggiare o
pargoleggiare di «tempi» a
colorazione o scivolamento demo-liberale. Non
mai come in questo momento io ho misurato la
miserevole vanità e la patente menzogna
del demoliberalismo. Non mai come in questo
momento ho sentito tutta la viva attualità
della nostra dottrina dello Stato accentrato e
autoritario. Questa, che gli idolatri del
numero informe chiamano, con gesto di vana
esecrazione, «dittatura», noi la
riconosciamo: la dittatura è nei fatti,
cioè nella necessità del comando
unico, nella forza politica, morale,
intellettuale dell'uomo che la esercita, negli
scopi che si prefigge.
Ciò
significa forse chiusura ermetica di ogni
spiraglio dal quale possa filtrare il dissenso
o la critica?
Affatto.
Un conto sono le direttive fondamentali della
Rivoluzione, sulle quali non bisogna discutere
e, se necessario, discutere con una estrema
discrezione e in apposita sede, com'è
del resto accaduto sempre dall'ottobre 1922 in
poi, e un conto sono le gestioni
amministrative ed i servizi dello Stato. Non
cade il mondo e meno ancora il Regime se le
grandi amministrazioni centrali dello Stato e
quelle autocratiche periferiche potranno
essere, com'è già avvenuto,
oggetto di discussione e di critica da parte
dei componenti. Non cade il mondo, e meno
ancora il Regime, se d'ora innanzi, come da
istruzioni già impartite, i podestà
di Comuni con popolazione superiore a 100.000
abitanti dovranno convocare la Consulta una
volta al mese. Non cade il mondo, e meno
ancora il Regime, se la Camera fascista
svolgerà in tutta tranquillità e
utilità la sua funzione di controllo su
tutta l'amministrazione dello Stato. La
critica per la critica è insulsa, la
critica in malafede è antifascismo; ma
la critica fatta senza secondo fine e con un
solo fine - quello cioè di perfezionare
incessantemente lo Stato nella sua
amministrazione - è feconda e deve
essere accolta dagli uomini responsabili, e
non infallibili, non con acrimonia, ma con
soddisfazione. Il fatto di passare a controllo
severo, ma obiettivo, le amministrazioni
statali, avrà benefiche ripercussioni
anche nell'alta burocrazia.
Insomma
deve realizzarsi nell'ambito dell'attività
amministrativa e legislativa una viva,
continua, cameratesca collaborazione tra
Camera e Governo, fra fascisti della Camera e
fascisti del Governo, gli uni e gli altri di
una sola cosa ansiosi e pensosi: della vita,
dello sviluppo, della gloria, della potenza
della Rivoluzione e dello Stato fascista.
*
* *
Ricordo
il Dopolavoro, i Comitati intersindacali,
germe del Consiglio nazionale e dei futuri
Consigli provinciali delle Corporazioni, le
Milizie universitarie, la fascistizzazione
delle forze sportive, la riforma dello statuto
del P. N. F. secondo i dettami della nostra
dottrina, le opere assistenziali,
l'Associazione degli ufficiali in congedo.
Immense forze numeriche e morali, che erano
fuori del Regime, vi sono state introdotte.
*
* *
Taluni
articoli, buoni nella sostanza ma alquanto
ondivaghi nella forma, hanno provocato
interpretazioni estensive ed arbitrarie. Si
è parlato di una autosoppressione del
Partito Nazionale Fascista. Qui, meglio che
all'Aja, si può dire che la cosa
è veramente grottesca e ridicola.
Coloro
che hanno avanzato tale insensata ipotesi,
sono degli incoscienti, o dei traditori, o dei
vendicativi, che vorrebbero annullare il
Partito Nazionale Fascista, che ha fatto la
Rivoluzione, che vorrebbero togliere al Regime
una forza spirituale per lasciargli solo le
forze materiali. Di pleonastico non c'è
che la loro meschina perfidia o la loro palese
insufficienza mentale! Non si tratta di sapere
se il Partito debba esistere o meno, perché,
se il Partito non ci fosse, io lo inventerei e
lo inventerei così come è il
Partito Nazionale Fascista, numeroso,
disciplinato, ardente, a struttura rigidamente
gerarchica. Si tratta di «situare»
il Partito nello Stato. Ma questo è già
stato fatto, o immemori dell'antifascismo,
sino dal 1921, nelle dichiarazioni
programmatiche del Fascismo, come ha ricordato
Michele Bianchi alla Camera e sin dal 6
gennaio 1927, o ancora una volta smemorati,
nella mia circolare ai Prefetti, non
dimenticata né dimenticabile.
Sin
da allora io proclamavo che il Partito non
è che una forza civile e volontaria
agli ordini dello Stato, così come la
M.V.S.N. è una forza armata agli ordini
dello Stato. Il Partito è la
organizzazione capillare del Regime. La sua
importanza è fondamentale. Esso arriva
dovunque. Più che esercitare un'autorità,
esso esercita un apostolato e con la sola
presenza della sua massa inquadrata esso
rappresenta l'elemento definito,
caratterizzato, controllato, in mezzo al
popolo. È il Partito con la massa dei
suoi gregari che dà all'autorità
dello Stato il consenso volontario o l'apporto
incalcolabile di una fede. Ogni dualismo di
autorità e di gerarchia è
scomparso.
Il
Capo della Provincia ha ai suoi ordini tutte
le forze periferiche, nelle quali si esprimono
lo Stato ed il Regime: quindi anche il
Partito, quindi anche il Segretario federale,
il quale assume la sua funzione e la sua
precisa fisionomia di subordinato
collaboratore del Capo della Provincia, di
vero e proprio funzionario extra ruolo della
R. Prefettura. A nessuno di voi potrà
sembrare arida e umiliante questa definizione.
Io stesso non sono che un funzionario del
Regime e voi stessi sentite che la vostra
forza, la vostra dignità, il vostro
prestigio è in questa vostra
accettazione e dedizione. Quanto al lavoro, ce
n'è per il prefetto e per il segretario
federale!
D'ora
innanzi, quindi, il Segretario del P. N. F.
sarà nominato con decreto reale su mia
proposta. I segretari federali saranno
nominati con decreto del Capo del Governo su
proposta del Segretario del Partito Nazionale
Fascista.
In
questo procedimento, di una logicità
assoluta, sarà ancora una volta la
consapevole definitiva solenne subordinazione
del Partito allo Stato. Tutto ciò può
sembrare originale e nuovo a coloro i quali
per il fatto che si chiama ancora «Partito»
considerano il nostro organismo politico alla
stregua degli altri Partiti: ma i caratteri,
le attribuzioni, il funzionamento del Partito
Nazionale Fascista ne fanno nel totalitario
Stato fascista una istituzione assolutamente
diversa. Grande cammino si è fatto dal
1927 in poi, tanto che tutti i Prefetti mi
hanno fatto l'elogio dei Segretari Federali. E
questo elogio io rivolgo a voi che avete
dimostrato di essere all'altezza del vostro
compito. Del resto le posizioni sono chiare.
Se nel Fascismo tutto è nello Stato,
anche il Partito non può sfuggire a
tale inesorabile necessità, e deve
quindi collaborare subordinatamente cogli
organi dello Stato. Si opina che dopo il
plebiscito il Partito dovrebbe rinunziare alla
sua esistenza autonoma, distendersi, dilatarsi
fino a comprendere tutta la nazione, per
evitare la distinzione fra italiani fascisti e
italiani non fascisti o antifascisti. Vi
rimando su questo argomento al mio discorso
della «Sciesa» di Milano. Queste
distinzioni sono fatali e necessarie.
Fra
coloro che hanno fatto la Rivoluzione e tutti
gli altri che non l'hanno fatta, fra coloro
che hanno creduto e quelli che hanno irriso
alla fede, fra coloro che hanno sofferto e
quelli che hanno atteso e tradito, una
differenza si impone.
Ma
accade forse che la divisione fra fascisti e
non fascisti determini una permanente
situazione di privilegio per i primi? Affatto.
I fascisti fedeli alla nostra dottrina non
chiedono, non vogliono chiedere privilegi.
Essi si sentono cittadini privilegiati solo e
in quanto hanno l'impegno di essere i migliori
cittadini, i più dotati di senso di
responsabilità e di dovere, i primi
cittadini quando si tratta di lavoro, di
disciplina, di sacrificio.
Il
Partito non è una casta chiusa, poiché
ogni anno riceve un alimento quasi automatico
dall'affluire delle nuove generazioni. Casta
chiusa un organismo che alla data del 7
settembre dell'anno VII può mettere in
linea queste cifre: inscritti ai Fasci
maschili 1.020.000, ai Fasci femminili 93.495,
alle giovani italiane 85.949, alle piccole
italiane 560.251, alle alunne 53.600; ai
gruppi studenti universitari fascisti 25.440,
ai professori ed assistenti fascisti 2212!
Non
bisogna confondere il P. N. F., che è
forza politica primordiale del Regime, col
Regime che questa forza politica e tutte le
altre di varia natura convoglia, abbraccia,
armonizza. Il Regime non ha bisogno di
aspettare altri tempi per dilatarsi fino ai
confini della Nazione. Sta già
divenendo, e lo strumento di questa
dilatazione è il Partito con le sue
masse. Si vuole forse togliere il catenaccio
alle nuove iscrizioni per dare modo ai troppo
ritardatari di entrare magari con l'animo
degli ulissidi nascosti nel famoso cavallo?
Non è necessario e può essere
pericoloso. Come si può bizantineggiare
su ipotetici distacchi tra Fascismo e Nazione,
quando la realtà è che tra forze
controllate direttamente dal Partito Nazionale
Fascista e forze controllate direttamente da
altre istituzioni, il Regime raccoglie sotto i
suoi gagliardetti la enorme maggioranza degli
italiani che contano qualche cosa? Quando mai
in Italia si vide una unità morale più
profonda? Forse quando l'Italia era divisa fra
dieci rissanti partiti e alcune più o
meno internazionali massonerie? Quando mai, in
Italia, si vide un Regime così ansioso,
come il nostro, delle sorti del popolo? Io
vorrei invitarvi a diffidare di coloro che
parlano un linguaggio troppo involuto ed
ermetico, di coloro che hanno delle
sintomatiche «tolleranze» in
un'epoca di ferro come l'attuale, che hanno
l'aria di scoprire a ogni istante le più
lapalissiane verità. Non vorrei che si
trattasse di gente fascista per errore, stanca
di questa nostra Italia ordinata e severa, e
forse nostalgica dell'Italia gesticolatrice,
chiacchierona, superficiale, carnevalesca che
i nostri amici d'oltre Alpe, restati
all'Italia del 1914, sono «desolati»,
ohimè, di non trovar più.
Tornando
al Partito Nazionale Fascista, è
evidente tuttavia che il suo statuto ha
bisogno di qualche ritocco sostanziale e
formale, dopo tre anni di esperienza.
Più
importante è poi modificare la
composizione del Gran Consiglio. Cinquantadue
persone oggi, aumentabili domani, sono troppe
per un organismo che deve discutere e decidere
in segreto. È una assemblea di corpi,
invece di essere un'assemblea di capi.
È inutile che Governo, Partito,
Sindacati siano rappresentati al completo. Uno
Stato Maggiore deve essere ridotto al minimo
in fatto di componenti, se si vuole che sia
efficiente e realmente segreto.
In
questi ultimi tempi, generalizzando episodi
isolati, le forze dell'antifascismo hanno
tentato di inscenare una nuova questione
morale. Nel 1924 la «questione morale»
consisteva nel far apparire gli uomini del
Fascismo come dei criminali; oggi la questione
morale, tipo 1929, consiste nel far credere
che gli uomini del Fascismo, quelli che
coprono posti di responsabilità, siano
dei disonesti. Attraverso un caso si vorrebbe
colpire migliaia di autentici galantuomini per
infangare il Regime.
Davanti
a questo tentativo vile e miserabile, io trovo
gli accenti del 3 gennaio. La verità
vera e inconfutabile è che le gerarchie
del Regime fascista si compongono, nella loro
quasi totalità, di uomini onesti e
disinteressati, di uomini che meritano tutta
la stima del popolo. Non permetteremo che
questo infame tentativo generalizzatore sia
continuato. Non permetteremo che la bavosa
calunnia dei nemici - aperti ed occulti -
riesca ad avvelenare l'animo del popolo.
È
questa la vana speranza che oggi fa tripudiare
tutti i nemici del Regime. Abbiamo punito e
continueremo a punire il soldato che manca o
sgarra, ma puniremo anche coloro i quali
tentino, attraverso la defezione di un
singolo, bollare di ignominia tutto
l'esercito. I cosiddetti «scandali»
del Regime sono, per proporzione e numero,
infinitamente minori di quelli che avvengono
in tutti i regimi ed in tutti i tempi; e per
convincersene, senza disturbare la storia, ci
si può limitare alle cronache, da
quelle dell'Italia prefascista, che aveva
inventato i «carrozzoni» a quelle
recentissime, odierne dei paesi europei e
d'oltre Oceano!
È
su questi episodi, inseparabili da ogni grande
movimento rivoluzionario, che rinverdiscono le
grame speranze dell'antifascismo. Ma si tratta
di speranze di gente che spera sempre e che
finirà sperando, e non si accorge del
piramidale ridicolo che l'affoga. Anch'io ho
una innocente malinconia collezionista: io
colleziono diligentemente tutte le profezie
catastrofiche degli antifascisti. È
divertente: divertiamoci. In data 3 luglio
1927 un giornale fuoruscitista stampava:
«La situazione in Italia è così
seria che ci si aspetta, entro la fine
dell'anno, di assistere a gravi avvenimenti».
Il '27 è passato, è passato
anche il '28; sta per passare il '29. Nel
numero successivo del 7 luglio 1927: «I
giorni di vita del Fascismo sono contati»
. Tre giorni dopo rincalzava: «L'acqua
alla gola. Il Regime fascista pericola.
È lecito attendersi le conseguenze più
gravi ed impreviste». Il 14 luglio
aggiungeva: «Mai il Regime è
stato così debole come oggi. Bisogna
farsi sotto...».
*
* *
In
data 5 agosto, il Fascismo viene di nuovo
immerso «con l'acqua alla gola» .
Il 17 settembre si annuncia l'uccisione del
podestà di Mantova, vivo tuttora, ed
una sollevazione non mai avvenuta. Il 27
settembre dello stesso anno si parla «di
una primavera italica, che fiorirà
quando sfiorirà l'autunno». Due
giorni dopo, si giura che «la
rivoluzione antifascista si avvicina a grandi
passi». Un altro giornale parla di
«campane funebri». Questa
documentazione potrebbe continuare, con altri
giornali, fino a oggi 14 settembre. Sono sette
anni che dai cagoiardi dell'antifascismo viene
regolarmente annunciata la fine imminente del
Regime Fascista. Le scadenze passano; il
Regime dura; è anzi oggi più
solido di prima, perché, col passare dei
tempo, fa le ossa, si immedesima sempre più
nella Nazione, diventa granito, e questi
profeti scornati continuano a imbottire e a
imbottirsi reciprocamente i crani. Si può
essere più ridicoli di così? E
si dovrebbe concedere l'amnistia ad un branco
di pecore, affette da così mortificante
stupidità? A una manica di criminali,
capaci di compiere attentati come quello
recente di Nizza?
Non
solo il Regime dura, ma l'interesse del mondo
per la nostra Rivoluzione invece di diminuire
aumenta. Aumenta per una ragione profonda, e
cioè che noi anticipiamo di gran lunga
un sistema politico sociale perfettamente
intonato alle necessità moderne e che
dovrà fatalmente essere adottato da
altri paesi. Siamo i primi ad avere avvertito
l'inconsistenza della dottrina della lotta di
classe e la precarietà di tutta la
letteratura marxista, di fronte alle
caratteristiche del capitalismo moderno,
radicalmente cambiato da quello di un secolo
fa. Siamo i primi ad avere realizzato la
politica pura, non la politica dei partiti, la
quale è ovunque in decadenza e non
interessa più le masse, come forti
studiosi di sociologia hanno constatato.
Siamo
i primi ad avere affermato, di fronte
all'individualismo demoliberale, che
l'individuo non esiste, se non in quanto
è nello Stato e subordinato alle
necessità dello Stato, e che, man mano
che la civiltà assume forme sempre più
complesse, la libertà dell'individuo
sempre più si restringe.
La
libertà, di cui parlano le democrazie,
non è che una illusione verbale,
offerta intermittentemente agli ingenui. Già
si levano oltr'Alpe voci rinnegatrici del
famoso trinomio dell'89. Si lancia un trinomio
che in Regime fascista non è una
formula soltanto, ma una realtà:
autorità, ordine e giustizia. Questo
trinomio è il risultato fatale della
civiltà contemporanea, dominata dal
lavoro e dalla macchina.
Reazionari
noi? No: precursori, anticipatori,
realizzatori di quelle nuove forme di vita
politica e sociale che appaiono tentate
talvolta, sotto altre forme, anche nei paesi
che rappresentano gli ideali, ormai
sopraffatti, dello scorso secolo.
Il
Fascismo è l'unica cosa nuova che i
primi trent'anni di questo secolo abbiano
visto nel campo politico e sociale.
Ecco
perché agisce così intensamente
sull'animo dei giovani, modellandone il
carattere, facendoli osservatori tenaci e
disciplinati.
Gli
osservatori stranieri notano che il popolo
italiano parla poco, gestisce meno e sembra
dominato da una sola volontà: è
la politica del Fascismo, la quale insegna che
per divenire grandi secondo la massima della
filosofia del superuomo «bisogna avere
la gioia di obbedire a lungo e in una stessa
direzione ».
«Cosa
ho fatto?» si domandava Napoleone
tracciando il consuntivo della sua vita
straordinaria, e rispondeva: il bel bacino di
Anversa e quello di Flessinga, capaci di
contenere la squadra più numerosa; le
opere idrauliche di Dunkerque, di Havre, di
Nizza, le opere marittime di Cherbourg, le
strade da Anversa ad Amsterdam, da Magonza a
Metz, da Bordeaux a Bajona, i valichi del
Sempione, del Moncenisio, del Monginevra,
della Cornice che aprono le Alpi in quattro
direzioni e sorpassano in ardimento, grandezza
e sforzo tutti i lavori dei romani. Le strade
dai Pirenei alle Alpi, da Parma a Spezia, da
Savona al Piemonte, i ponti di Jena, di
Austerlitz, delle Arti, di Sèvres, di
Tours, di Roanne, di Lione, dell'Isère,
il canale che congiunge il Reno col Rodano, il
prosciugamento delle paludi di Bourgoin, di
Cotentin, di Rochefort.
Il
Codice civile, il museo napoleonico, il
ristabilimento della maggior parte delle
chiese demolite durante la rivoluzione; la
costruzione del Louvre, gli acquedotti di
Parigi... ecco un tesoro che durerà nei
secoli! Ecco dei documenti che faranno tacere
la calunnia!
Noi
ci guardiamo bene dallo stabilire confronti
che sarebbero assurdi; vogliamo soltanto dire
che sette anni appena di Regime fascista hanno
non meno vastamente e profondamente operato
nella realtà italiana. Il pensiero
trova oramai difficoltà ad abbracciare
l'immenso panorama delle trasformazioni
materiali e morali che abbiamo compiuto.
Coloro che abbandonarono per viltà o
antifascismo l'Italia avranno un giorno la
suprema vergogna di non più
riconoscerla nelle città, nelle
campagne, negli uomini!
Camerati!
Portate
a tutti i vostri gregari fino ai più
remoti villaggi questo orgoglio e questa
certezza! Fatene lo stimolo quotidiano del
vostro lavoro, il cemento della vostra
infrangibile disciplina, l'assillo della
vostra fede che deve essere - in ogni momento
- pura e diritta come un'arma levata nella
luce del sole!
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