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L'applauso
col quale ieri sera avete accolto la lettura
della mia dichiarazione mi ha fatto domandare
stamane se valeva la pena di fare un discorso
per illustrare un documento che è
andato direttamente alle vostre intelligenze,
ha interpretato le vostre convinzioni ed ha
toccato la vostra sensibilità
rivoluzionaria.
Tuttavia
può interessare di sapere attraverso
quale ordine di meditazione, di pensiero, io
sia giunto alla formulazione della
dichiarazione di ieri sera.
Ma
prima di tutto voglio fare un elogio di questa
Assemblea e compiacermi delle discussioni che
si sono svolte.
Solo
dei deficienti possono stupirsi che si siano
determinate delle divergenze e che siano
apparse delle sfumature. Tutto questo è
inevitabile: vorrei dire necessario.
Armonia
è armonia, la cacofonia è
un'altra cosa.
D'altra
parte discutendosi di un problema così
delicato come è l'attuale, è
perfettamente logico ed inevitabile che ognuno
porti non soltanto la sua preparazione
dottrinale, non soltanto il suo stato d'animo,
ma anche il suo temperamento personale.
Il
più astratto dei filosofi, il più
trascendente dei metafisici non può del
tutto ignorare né prescindere da quello che
è il suo temperamento personale.
Ricorderete
che il 16 ottobre dell'Anno X, innanzi alle
migliaia di Gerarchi venuti a Roma per il
Decennale, a Piazza Venezia, io domandai:
questa crisi che ci attanaglia da quattro anni
- adesso siamo entrati nel quinto da un mese -
è una crisi «nel» sistema o
«del» sistema?
Domanda
grave, domanda alla quale non si poteva
rispondere immediatamente.
Per
rispondere è necessario riflettere,
riflettere lungamente e documentarsi.
Oggi
rispondo: la crisi è penetrata così
profondamente nel sistema che è
diventata una crisi del sistema.
Non
è più un trauma, è una
malattia costituzionale.
Oggi
possiamo affermare che il modo di produzione
capitalistica è superato e con esso la
teoria del liberalismo economico che l'ha
illustrato ed apologizzato.
Io
voglio tracciarvi a grandi linee quella che
è stata la storia del capitalismo nel
secolo scorso, che potrebbe essere definito il
secolo del capitalismo. Ma prima di tutto, che
cosa è il capitalismo? Non bisogna fare
una confusione tra capitalismo e borghesia. La
borghesia è un'altra cosa. La borghesia
è come un modo di essere che può
essere grande e piccolo, eroico e filisteo.
Il
capitalismo viceversa è un modo di
produzione specifico, è un modo di
produzione industriale.
Giunto
alla sua più perfetta espressione, il
capitalismo è un modo di produzione di
massa per un consumo di massa, finanziato in
massa attraverso l'emissione del capitale
anonimo nazionale e internazionale. Il
capitalismo è quindi industriale, e non
ha avuto nel campo agricolo manifestazioni di
grande portata.
Io
distinguerei nella storia del capitalismo tre
periodi: il periodo dinamico, il periodo
statico, il periodo della decadenza.
Il
periodo dinamico è quello che va dal
1830 al 1870. Coincide con la introduzione del
telaio meccanico e con l'apparire della
locomotiva. Sorge la fabbrica. La fabbrica
è la tipica manifestazione del
capitalismo industriale, è l'epoca dei
grandi margini, e quindi la legge della libera
concorrenza e la lotta di tutti contro tutti
può giocare in pieno. Ci sono dei
caduti e dei morti che poi la Croce Rossa
raccoglierà. Anche in questo periodo ci
sono delle crisi, ma sono crisi cicliche, non
lunghe, non universali.
Il
capitalismo ha ancora tale vitalità e
tale forza di ricupero che le può
superare brillantemente. È l'epoca
nella quale Luigi Filippo grida: «arricchitevi!».
L'urbanesimo si sviluppa. Berlino che faceva
100.000 abitanti all'inizio del secolo
raggiunge il milione; Parigi da 560.000
all'epoca della rivoluzione francese va anche
essa verso il milione. Così dicasi di
Londra e delle città d'oltre Atlantico.
La
selezione in questo primo periodo di vita del
capitalismo è veramente operante. Ci
sono anche delle guerre. Queste guerre non
possono essere paragonate alla guerra mondiale
che noi abbiamo vissuta. Sono guerre brevi.
Quella italiana del 1848-49 dura 4 mesi, il
primo anno, 4 giorni il secondo; quella del
1859 dura poche settimane. Altrettanto dicasi
di quella del 1866. Né più lunghe sono
le guerre prussiane. Quella del 1864 contro i
Ducati di Danimarca dura pochi giorni, quella
del 1866 contro l'Austria, che è la
conseguenza della prima, dura pochi giorni e
si conclude a Sadowa. Anche quella del 1870,
che ha le tragiche giornate di Sedan, non dura
più di due stagioni.
Queste
guerre, oserei dire, eccitano in un certo
senso l'economia delle Nazioni, tanto è
vero che appena otto anni dopo, nel 1878, la
Francia è già nuovamente in
piedi e può organizzare l'Esposizione
universale, avvenimento che fece riflettere
Bismarck.
Quello
che accadde in America, non lo chiameremo
eroico. Questa è parola che dobbiamo
riservare alle vicende di ordine
esclusivamente militare; ma è certo che
la conquista del Far West è dura e
fascinosa ed ha avuto i suoi rischi ed i suoi
caduti, come una grande conquista. Questo
periodo dinamico del capitalismo dovrebbe
essere compresa fra l'apparire della macchina
a vapore e il taglio dell'istmo di Suez.
Sono
quarant'anni. Durante questi quarant'anni lo
Stato osserva, è assente e i teorici
del liberalismo dicono: voi, Stato, avete un
solo dovere, di far sì che la vostra
esistenza non sia nemmeno avvertita nel
settore dell'economia. Meglio governerete,
quanto meno vi occuperete dei problemi di
ordine economico.
L'economia
quindi in tutte le sue manifestazioni è
delimitata solo dal Codice Penale e dal Codice
di Commercio.
Ma
dopo il 1870 questo periodo cambia. Non più
la lotta per la vita, la libera concorrenza,
la selezione del più forte. Si
avvertono i primi sintomi della stanchezza e
della deviazione del mondo capitalistico.
S'inizia
l'era dei cartelli, dei sindacati, dei
consorzi, del trust. Certamente io non mi
indugerò perché voi possiate avvertire
la differenza che passa fra questi quattro
istituti.
Le
differenze non sono rilevanti, o quasi.
Sono
le differenze che passano fra le imposte e le
tasse. Gli economisti non le hanno ancora
definite. Ma il contribuente che va allo
sportello trova che è completamente
inutile discutere, perché o tassa o imposta
egli deve pagare. Non è vero, come ha
detto un economista italiano dell'economia
liberale, che l'economia trustizzata,
cartellata, sindacata, sia il risultato della
guerra. No, perché il primo cartello
carbonifero in Germania, sorto a Dortmund,
è del 1879.
Nel
1905, dieci anni prima che la guerra mondiale
scoppiasse, in Germania si contavano 62
cartelli metallurgici.
C'era
un cartello della potassa nel 1904, un
cartello dello zucchero nel 1903, dieci
cartelli c'erano nell'industria vetraria. Nel
complesso, in quell'epoca, dai 500 ai 700
cartelli si dividevano in Germania il governo
dell'industria e del commercio.
In
Francia nel 1877 si costituisce l' Ufficio
Industriale di Longwy, che si occupava della
metallurgia, nel 1888 quello del petrolio, nel
1881 tutte le Compagnie di Assicurazione si
erano già coalizzate. Il cartello del
ferro, in Austria, è del 1873; accanto
ai cartelli nazionali si sviluppano quelli
internazionali. Il sindacato delle fabbriche
di bottiglie è del 1907. Quello delle
fabbriche di vetri e specchi, che raccoglie
francesi, inglesi, austriaci e italiani,
è del 1909.
I
fabbricanti di rotaie ferroviarie si erano
internazionalmente incartellati nel 1904. II
sindacato dello zinco nasce nel 1899. Vi
risparmio una lettura noiosa di tutti i
sindacati chimici, tessili, di navigazione ed
altri che si sono formati in questo periodo
storico.
Il
cartello del nitrato tra inglesi e cileni
è del 1901. Qui ho tutto l'elenco dei
trusts nazionali ed internazionali, che vi
risparmio. Si può dire che non c'è
settore della vita economica dei Paesi
d'Europa e d'America dove queste forze che
caratterizzano il capitalismo non si siano
forniate.
Ma
quale è la conseguenza? La fine della
libera concorrenza.
Essendosi
ristretti i margini, l'impresa capitalistica
trova che piuttosto che lottare è
meglio accordarsi, allearsi, fondersi per
dividersi i mercati, e ripartirsi i profitti.
La
stessa legge della domanda e dell'offerta non
è più un dogma perché
attraverso i cartelli ed i trusts si può
agire sulla domanda e sull'offerta; finalmente
questa economia capitalistica coalizzata,
trustizzata, si rivolge allo Stato. Che cosa
gli chiede? La protezione doganale.
Il
liberismo, che non è che un aspetto più
vasto della dottrina del liberalismo
economico, il liberismo viene colpito a morte.
Difatti la Nazione che per prima ha elevato
delle barriere quasi insormontabili, è
stata l'America. Oggi l'Inghilterra stessa, da
alcuni anni a questa parte, ha rinnegato tutto
quello che ormai sembrava tradizionale nella
sua vita politica, economica e morale: e si
è data ad un protezionismo sempre più
forte.
Viene
la guerra. Dopo la guerra e in conseguenza
della guerra, l'impresa capitalistica si
inflaziona. L'ordine di grandezza dell'impresa
passa dal milione al miliardo. Le cosiddette
costruzioni verticali, a vederle da lontano,
danno l'idea del mostruoso e del babelico.
Le
stesse dimensioni dell'impresa superano la
possibilità dell'uomo. Prima era lo
spirito che aveva dominato la materia, ora
è la materia che piega e soggioga lo
spirito.
Quello
che era fisiologia diventa patologia, tutto
diventa abnorme. Due personaggi - poiché in
tutte le vicende umane balzano all'orizzonte
gli uomini rappresentativi - due personaggi
possono essere identificati come i
rappresentanti di questa situazione: Kreuger,
il fiammiferaio svedese, e Insull, l'affarista
americano. Con quella verità brutale
che è nel nostro costume di fascisti,
aggiungiamo che anche in Italia ci sono state
manifestazioni del genere: però, nel
complesso, non sono arrivate a quelle cime.
Giunto
a questa fase il supercapitalismo trae la sua
ispirazione e la sua giustificazione da questa
utopia: l'utopia dei consumi illimitati.
L'ideale del supercapitalismo sarebbe la
standardizzazione del genere umano dalla culla
alla bara.
Il
supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini
nascessero della stessa lunghezza, in modo che
si potessero fare delle culle standardizzate;
vorrebbe che i bambini desiderassero gli
stessi giocattoli, che gli uomini andassero
vestiti della stessa divisa, che leggessero
tutti lo stesso libro, che fossero tutti degli
stessi gusti al cinematografo, che tutti
infine desiderassero una cosiddetta macchina
utilitaria.
Questo
non è un capriccio, ma è nella
logica delle cose, perché solo in questo modo
il supercapitalismo può fare i suoi
piani.
Quando
è che l'impresa capitalistica cessa di
essere un fatto economico? Quando le sue
dimensioni la conducono ad essere un fatto
sociale. È questo il momento preciso
nel quale l'impresa capitalistica quando si
trova in difficoltà si getta di piombo
nelle braccia dello Stato.
È
questo il momento in cui nasce e si rende
sempre più necessario l'intervento
dello Stato.
E
coloro che lo ignoravano lo ricercano
affannosamente.
Siamo
a questo punto: che se in tutte le Nazioni
d'Europa lo Stato si addormentasse per 24 ore,
basterebbe tale parentesi per determinare un
disastro.
Ormai
non c'è campo economico dove lo Stato
non debba intervenire.
Se
noi volessimo cedere per pura ipotesi a questo
capitalismo dell'ultima ora, noi arriveremmo
de piano al capitalismo di Stato, che non
è altro che il socialismo di Stato
rovesciato! Arriveremmo in un modo o
nell'altro alla funzionarizzazione della
economia nazionale!
Questa
è la crisi del sistema capitalistico
preso nel suo significato universale.
Ma
per noi vi è una crisi specifica che ci
riguarda particolarmente nella nostra qualità
di italiani e di europei. C'è una crisi
europea, tipicamente europea.
L'Europa
non è più il continente che
dirige la civiltà umana. Questa
è la constatazione drammatica che gli
uomini che hanno il dovere di pensare debbono
fare a se stessi e agli altri. C'è
stato un tempo in cui l'Europa dominava
politicamente, spiritualmente, economicamente
il mondo.
Lo
dominava politicamente attraverso le sue
istituzioni politiche. Spiritualmente
attraverso tutto ciò che l'Europa ha
prodotto col suo spirito attraverso i secoli.
Economicamente, perché era l'unico continente
fortemente industrializzato. Ma oltre
Atlantico si è sviluppata la grande
impresa industriale e capitalistica.
Nell'Estremo Oriente è il Giappone che
dopo aver preso contatto coll'Europa
attraverso la guerra del 1905, avanza a grandi
tappe verso l'Occidente.
Qui
il problema è politico.
Parliamo
di politica; perché anche questa assemblea
è squisitamente politica. L'Europa può
ancora tentare di riprendere il timone della
civiltà universale, se trova un minimum
di unità politica.
Occorre
seguire quelle che sono state le nostre
costanti direttive. Questa intesa politica
dell'Europa non può avvenire se prima
non si sono riparate delle grandi ingiustizie.
Siamo
giunti ad un punto estremamente grave di
questa situazione; la Società delle
Nazioni ha perduto tutto quello che le poteva
dare un significato politico ed una portata
storica.
Intanto
quello stesso che l'aveva inventata non c'è
entrato.
Sono
assenti la Russia, gli Stati Uniti, il
Giappone e la Germania.
Questa
Società delle Nazioni è partita
da uno di quei principi che, enunciati, sono
bellissimi: ma considerati poi, anatomizzati,
sezionati, si rivelano assurdi.
Quali
altri atti diplomatici esistono che possano
rimettere in contatto gli Stati?
Locarno?
Locarno è un'altra cosa. Locarno non ha
niente a che vedere con il disarmo; di lì
non si può passare.
Si
è fatto in questi ultimi tempi un
grande silenzio intorno al Patto a quattro.
Nessuno ne parla, ma tutti ci pensano.
È
appunto per questo che noi non intendiamo di
riprendere iniziative o di precipitare i tempi
di una situazione che dovrà logicamente
e fatalmente maturare.
Domandiamoci
ora: l'Italia è una Nazione
capitalistica?
Vi
siete mai posta questa domanda? Se per
capitalismo si intende quell'insieme di usi,
di costumi, di progressi tecnici ormai comuni
a tutte le Nazioni, si può dire che
anche l'Italia è capitalista.
Ma
se noi andiamo più addentro alle cose
ed esaminiamo la situazione da un punto di
vista statistico, cioè della massa
delle diverse categorie economiche delle
popolazioni, noi abbiamo allora i dati del
problema che ci permettono di dire che
l'Italia non è una Nazione capitalista
nel senso ormai corrente di questa parola.
Gli
agricoltori conducenti terreno proprio alla
data del 21 aprile 1931 sono 2.943.000, gli
affittuari sono 858.000.
I
mezzadri e i coloni sono 1.631.000, gli altri
agricoltori salariati, braccianti, giornalieri
di campagna, sono 2.475.000. Totale della
popolazione che è legata direttamente e
immediatamente all'agricoltura 7.900.000.
Gli
industriali sono 523.000, i commercianti
841.000, gli artigiani dipendenti e padroni
724.000, gli operai salariati 4.283.000, il
personale di servizio e di fatica 849.000, le
Forze Armate dello Stato 541.000, ivi
comprese, naturalmente, anche le forze di
Polizia, gli appartenenti alle professioni e
arti libere 553.000, gli impiegati pubblici e
privati 905.000. Totale di questo gruppo con
l'altro 17.000.000.
I
possidenti e benestanti non sono molti in
Italia, sono 201.000, gli studenti sono
1.945.000, le donne attendenti a casa
11.244.000. C'è poi una cifra che si
riferisce ad altre condizioni non
professionali: 1.295.000, cifra che può
essere interpretata in varie maniere.
Voi
vedete subito da questo quadro come l'economia
della Nazione italiana sia varia, sia
complessa, e non possa essere definita
attraverso un solo tipo, anche perché gli
industriali che figurano con la cifra
imponente di 523.000 sono quasi tutti
industriali che hanno aziende di piccola e
media grandezza. La piccola azienda va da un
minimo di 50 operai ad un massimo di 500. Dai
500 ai 5000 o 6000 vi è la media
industria; al di sopra si va alla grande
industria, e qualche volta si sbocca nel
supercapitalismo. Questo specchietto vi
dimostra anche come avesse torto Carlo Marx il
quale, seguendo i suoi schemi apocalittici,
pretendeva che la società umana si
potesse dividere in due classi nettamente
distinte fra loro ed eternamente
irriconciliabili.
L'Italia
a mio avviso deve rimanere una Nazione ad
economia mista, con una forte agricoltura che
è la base di tutto, tanto è vero
che quel piccolo risveglio delle industrie che
si è verificato in questi ultimi tempi
è dovuto, come è opinione
unanime di coloro che se ne intendono, ai
raccolti discreti dell'agricoltura in questi
ultimi anni; una piccola e media industria
sana, una banca che non faccia delle
speculazioni, un commercio che adempia al suo
insostituibile compito che è quello di
portare rapidamente e razionalmente le merci
ai consumatori.
Nella
dichiarazione che io ho presentata ieri sera,
era definita la Corporazione così come
noi la intendiamo e la vogliamo creare, e sono
definiti anche gli obbiettivi. Vi è
detto che la Corporazione è fatta in
vista dello sviluppo della ricchezza, della
potenza politica e del benessere del popolo
italiano. Questi tre elementi sono
condizionati fra di loro.
La
forza politica crea la ricchezza, e la
ricchezza ingagliardisce a sua volta l'azione
politica.
Vorrei
richiamare la vostra attenzione su quanto
è detto come obbiettivo: il benessere
del popolo italiano. È necessario che a
un certo momento questi istituti che noi
abbiamo creati siano sentiti e avvertiti
direttamente dalle masse come strumenti
attraverso i quali queste masse migliorano il
loro livello di vita.
Bisogna
che ad un certo momento l'operaio, il
lavoratore della terra possa dire a se stesso
e dire ai suoi: se io oggi sto effettivamente
meglio, lo si deve agli istituti che la
Rivoluzione fascista ha creati.
In
tutte le società nazionali c'è
la miseria inevitabile.
C'è
una aliquota di gente che vive ai margini
della società; di essa si occupano
speciali istituzioni. Viceversa quello che
deve angustiare il nostro spirito è la
miseria degli uomini sani e validi che cercano
affannosamente e invano il lavoro.
Ma
noi dobbiamo volere che gli operai italiani, i
quali ci interessano nella loro qualità
di italiani, di operaie di fascisti, sentano
che noi non creiamo degli istituti soltanto
per dare forma ai nostri schemi dottrinarii,
ma creiamo degli istituti che devono dare a un
certo momento dei risultati positivi,
concreti, pratici e tangibili.
Non
mi soffermo sui compiti conciliativi che la
Corporazione può svolgere, e non vedo
nessun inconveniente alla pratica dei compiti
consultivi. Già adesso accade che tutte
le volte che il Governo deve prendere dei
provvedimenti di una certa importanza, chiama
gli interessati.
Se
domani ciò diventa obbligatorio per
determinate questioni, io non ci vedo alcun
che di male, perché tutto ciò che
accosta il cittadino allo Stato, tutto ciò
che fa entrare il cittadino dentro
l'ingranaggio dello Stato, è utile ai
fini sociali e nazionali del Fascismo.
Il
nostro Stato non è uno Stato assoluto,
e meno ancora assolutista, lontano dagli
uomini ed armato soltanto di leggi
inflessibili come le leggi devono essere.
Il
nostro Stato è uno Stato organico,
umano, che vuole aderire alla realtà
della vita.
La
stessa burocrazia non è oggi, e meno
ancora domani vuol essere un diaframma fra
quella che è l'opera dello Stato e
quelli che sono gli interessi e i bisogni
effettivi e concreti del popolo italiano.
Io
sono certissimo che la burocrazia italiana,
che è ammirevole, la burocrazia
italiana, così come ha fatto fin qui,
domani lavorerà con le Corporazioni
tutte le volte che sarà necessario per
la più feconda soluzione dei problemi.
Ma
il punto che più ha appassionato questa
assemblea è quello che intende dare al
Consiglio Nazionale delle Corporazioni dei
poteri legislativi.
Taluno,
precorrendo i tempi, ha già parlato
della fine dell'attuale Camera dei Deputati.
Spieghiamoci.
L'attuale
Camera dei Deputati, essendo ormai terminata
la legislatura, deve essere sciolta.
Secondo,
non essendovi il tempo sufficiente in questi
mesi per creare i nuovi istituti corporativi,
la nuova Camera sarà scelta con lo
stesso metodo del 1929.
Ma
la Camera a un certo punto dovrà
decidere il suo proprio destino. Ci sono dei
fascisti in giro che vorranno piangere dinanzi
a questa ipotesi?
Comunque,
sappiano che noi non asciugheremo le loro
lagrime.
È
perfettamente concepibile che un Consiglio
nazionale delle Corporazioni sostituisca in
toto la attuale Camera dei Deputati: la Camera
dei Deputati non mi è mai piaciuta. In
fondo questa Camera dei Deputati è
oramai anacronistica anche nel suo stesso
titolo: è un istituto che noi abbiamo
trovato e che è estraneo alla nostra
mentalità, alla nostra passione di
fascisti.
La
Camera presuppone un mondo che noi abbiamo
demolito; presuppone pluralità dei
partiti, e spesso e volentieri l'attacco alla
diligenza. Dal giorno in cui noi abbiamo
annullato questa pluralità, la Camera
dei Deputati ha perduto il motivo essenziale
per cui sorse.
Nella
loro quasi totalità i deputati fascisti
sono stati all'altezza della loro fede e
bisogna pensare che il loro sangue fosse
sanissimo perché non si è intristito
in quegli ambienti dove tutto respira il
passato.
Tutto
ciò avverrà prossimamente perché
non abbiamo precipitazioni. Importante
è di stabilire il principio perché dal
principio si traggono le conseguenze fatali.
Quando
nel giorno 13 gennaio 1923 si creò il
Gran Consiglio, i superficiali avrebbero
potuto pensare: si è creato un
istituto. No quel giorno fu sepolto il
liberalismo politico.
Quando
con la Milizia, presidio armato del Partito e
della Rivoluzione, quando con la costituzione
del Gran Consiglio, organo supremo della
Rivoluzione, si diè di colpo a tutto
quello che era la teoria e la pratica del
liberalismo, si imboccò definitivamente
la strada della Rivoluzione.
Oggi
noi seppelliamo il liberalismo economico.
La
Corporazione giuoca sul terreno economico come
il Gran Consiglio e la Milizia giuocarono sul
terreno politico
Il
corporativismo è l'economia
disciplinata, e quindi anche controllata,
perché non si può pensare a una
disciplina che non abbia un controllo.
Il
corporativismo supera il socialismo e supera
il liberalismo, crea una nuova sintesi.
È
sintomatico un fatto: un fatto sul quale forse
non si è sufficientemente riflettuto;
che il decadere del capitalismo coincide col
decadere del socialismo!
Tutti
i partiti socialisti d'Europa sono in
frantumi!
Non
parlo dell'Italia e della Germania, ma anche
di altri Paesi.
Evidentemente
i due fenomeni, non dirò che fossero
condizionati, da un punto di vista
strettamente logico; c'era però, fra
essi, una simultaneità di ordine
storico.
Ecco
perché l'economia corporativa sorge nel
momento storico determinato, quando cioè
i due fenomeni concomitanti, capitalismo e
socialismo, hanno già dato tutto quello
che potevano dare.
Dall'uno
e dall'altro ereditiamo quello che essi
avevano di vitale.
Noi
abbiamo respinto la teoria dell'uomo
economico, la teoria liberale, e ci siamo
inalberati tutte le volte che abbiamo sentito
dire che il lavoro è una merce.
L'uomo
economico non esiste, esiste l'uomo integrale
che è politico, che è economico,
che è religioso, che è santo,
che è guerriero.
Oggi
noi facciamo nuovamente un passo deciso sulla
via della Rivoluzione.
Giustamente
ha detto il camerata Tassinari che una
rivoluzione per essere grande, per dare una
impronta profonda nella vita di un popolo
nella storia, deve essere sociale.
Se
ficcate il viso nel profondo, voi vedete che
la Rivoluzione francese fu eminentemente
sociale, perché demolì tutto quello
che era rimasto del Medioevo dai pedaggi alle
corvées, sociale perché provocò il
vasto rivolgimento di tutto quello che era la
distribuzione terriera della Francia e creò
quei milioni di proprietari che sono stati e
sono ancora una delle forze solide e sane di
quel Paese.
Altrimenti
tutti crederanno di aver fatto una
rivoluzione. La rivoluzione è una cosa
seria, non è una congiura di palazzo e
non è nemmeno un mutamento di ministeri
o l'ascesa di un partito che soppianti un
altro partito.
È
da ridere quando si legge che nel 1876
l'arrivo della sinistra al potere fu definito
una rivoluzione.
Facciamoci
da ultimo questa domanda: il corporativismo può
essere applicato in altri Paesi? Bisogna farsi
questa domanda, perché se la fanno in tutti
gli altri Paesi, dovunque si studia e ci si
affatica a comprendere.
Non
vi è dubbio che, data la crisi generale
del capitalismo, delle soluzioni corporative
si imporranno dovunque, ma per fare il
corporativismo pieno, completo, integrale,
rivoluzionario, occorrono tre condizioni.
Un
partito unico, per cui accanto alla disciplina
economica entri in azione anche la disciplina
politica, e ci sia al di sopra dei
contrastanti interessi un vincolo che tutti
unisce, in fede comune.
Non
basta. Occorre, dopo il partito unico, lo
Stato totalitario, cioè lo Stato che
assorba in sé, per trasformarla e
potenziarla, tutta l'energia, tutti gli
interessi, tutta la speranza di un popolo.
Non
basta ancora. Terza ed ultima e più
importante condizione: occorre vivere un
periodo di altissima tensione ideale.
Noi
viviamo in questo periodo di alta tensione
ideale.
Ecco
perché noi, grado a grado, daremo forza e
consistenza a tutte le nostre realizzazioni,
tradurremo nel fatto tutta la nostra dottrina.
Come
negare che questo nostro, fascista, sia un
periodo di alta tensione ideale? Nessuno può
negarlo. Questo è il tempo nel quale le
armi furono coronate da vittoria. Si rinnovano
gli istituti, si redime la terra, si fondano
le città.
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