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Mi
rammarico di non aver potuto ascoltare tutti i
discorsi; però li ho letti nei testi
stenografici e saranno tutti raccolti a mia
cura e pubblicati dalla Libreria del Littorio.
La Nazione italiana deve sapere che la
discussione s'è svolta con grande
dottrina, con fervida passione e che è
stata degna del temperamento politico di
questa Assemblea. Dico politico, poiché tale
è la parola che definisce quest'Assemblea.
Il giorno in cui questa parola non avesse più
senso, la sorte dell'Assemblea sarebbe
segnata.
Tuttavia
mi sia concesso di riprendere la formula
«Chiesa libera e sovrana: Stato libero e
sovrano». Possiamo trovarci di fronte a
un equivoco: è urgente quindi chiarire
le idee. Questa formula potrebbe far credere
che ci sia la coesistenza di due sovranità.
Un conto è la Città del
Vaticano, un conto è il Regno d'Italia,
che è lo Stato italiano. Bisogna
persuadersi che tra lo Stato italiano e la
Città del Vaticano c'è una
distanza che si può valutare a migliaia
di chilometri, anche se per avventura bastano
cinque minuti per andare a vedere questo Stato
e dieci per percorrerne i confini.
Vi
sono quindi due sovranità ben distinte,
ben differenziate, perfettamente e
reciprocamente riconosciute. Ma, nello Stato,
la Chiesa non è sovrana e non è
nemmeno libera. Non è sovrana «per
la contraddizion che nol consente»: non
è nemmeno libera, perché nelle sue
istituzioni e nei suoi uomini è
sottoposta alle leggi generali dello Stato ed
è anche sottoposta alle clausole
speciali del Concordato. Ragion per cui la
situazione può essere così
definita: Stato sovrano nel Regno d'Italia,
Chiesa Cattolica con certe preminenze
lealmente e volontariamente riconosciute;
libera ammissione degli altri culti. Ciò
precisato - ed io ritengo che questa
precisazione non vi sia dispiaciuta - passo
innanzi nel mio preambolo.
*
* *
Il
giorno stesso in cui si firmavano gli accordi
del Laterano, qualcuno, nella sua trionfante e
obesa stupidità, con sicumera quasi
dogmatica, diceva che egli non credeva alla
possibilità di questo evento.
Viceversa, l'evento era già compiuto,
realizzato. Sorpresa, giubilo, commozione,
campane, fanfare, bandiere. A tre mesi di
distanza questi ardori si sono naturalmente
attenuati. Io vi farò quindi il
discorso meno lirico possibile, il più
freddo possibile; e sono sicuro che non vi
stupirete se qua e là vedrete spuntare
gli artigli della polemica.
Giova
premettere ancora che non v'è stata
nessuna improvvisazione, nessuna
precipitazione, nessun miracolo. Vi è
stato il logico risultato di determinate
premesse storiche, morali e politiche. Io ho
continuato la strada che molti avevano
percorsa fino ad un certo punto: essi non
arrivarono in fondo, il Fascismo v'è
arrivato! Ma tutto, nella storia, si tiene, e
se la natura non fa dei salti nel mondo
fisico, non ne fa nemmeno nella storia degli
uomini.
Prima
constatazione: l'Italia ha il privilegio
singolare, di cui dobbiamo andare orgogliosi,
di essere l'unica Nazione europea che è
sede di una religione universale. Questa
religione è nata nella Palestina, ma
è diventata cattolica a Roma.
Altra
constatazione: nei primi otto secoli del
cristianesimo non vi è traccia di
principato civile nella storia della Chiesa:
ci sono soltanto, specialmente durante e dopo
Costantino, alcune proprietà più
o meno vaste che formano il nucleo primigenio
del Patrimonio di San Pietro.
*
* *
E
solo attraverso le negoziazioni e gli atti tra
Carlo Magno e Leone III si costituisce il
principato civile dei Pontefici romani. Questo
dura dieci secoli. Ma intanto, qual è
la situazione ?
Roma
non è più la capitale
dell'impero, e nemmeno la capitale politica
d'Italia; è la capitale religiosa di
tutti gli Italiani, di tutti i cattolici del
mondo, ed è la capitale politica di
quel piccolo Stato che è lo Stato
Pontificio. Dieci secoli di guerre, di paci,
di disordini, di tumulti, di grandi eventi, di
grandi miserie: tre fatti dominano questo
lungo percorso storico: la Riforma, il
Concilio di Trento e la captività
avignonese. Alla fine del decimottavo secolo,
dopo la Rivoluzione francese, due Stati, in
Italia, si trovavano dolenti per consunzione
dei loro tessuti organici: la Repubblica di
Venezia e lo Stato Pontificio. La Rivoluzione
francese doveva urtare, dopo aver fatto tabula
rasa di tutte le istituzioni religiose di
Francia, contro lo Stato Pontificio: e ciò
accadde nel 1796.
*
* *
In
un primo momento Napoleone lo rispetta, non
occupa Roma, si ferma a Tolentino; malgrado le
sollecitazione atee e anticlericali del
Direttorio, egli non spinge la sua azione fino
in fondo.
*
* *
Ma
poi, siccome quello del Pontefice era un
principato civile con territori, con porti,
con una neutralità che era più o
meno rispettata, ma sulla quale Napoleone, ad
ogni modo, vigilava attentissimo, siccome
tutto poteva nuocere o giovare a Napoleone
nello svolgimento delle sue interminabili
guerre, entriamo nella fase della rottura:
piena, clamorosa, completa.
*
* *
Era
insensato da parte di Napoleone il pretendere
di fare del Santo Padre un Vescovo francese.
Che cosa sarebbe diventato allora il
cattolicismo di tutti i paesi che non facevano
parte dell'Impero francese?
Del
resto, lo stesso Napoleone, nelle istruzioni
al Re di Roma, così giudicava la sua
politica: «Le idee religiose hanno
ancora molto impero, più di quanto non
si creda da taluni filosofi. Esse possono
rendere grandi servizi all'umanità».
«Essendo d'accordo col Papa - egli
diceva - si domina ancora oggi la coscienza di
cento milioni di uomini».
Caduta
di Napoleone. Congresso della Santa Alleanza.
Ristabilimento del potere temporale dei Papi.
Ma questo potere aveva già del piombo
nell'ala; esso era già condannato dalla
Rivoluzione italiana, che continua, che ha i
suoi episodi gloriosi del '20, del '21, e del
'31. La repressione molto severa delle Romagne
non basta a fermare il moto. È nel '43
che Gioberti stampa, a Bruxelles, il suo
famoso libro: Del Primato civile e morale
degli Italiani.
*
* *
Nel
'44 escono il libro di Balbo: Le speranze
d'Italia, e quello di D'Azeglio: Sugli ultimi
casi di Romagna. Nel '46 sale alla tiara Pio
IX.
Voi
tutti conoscete l'entusiasmo immenso che i
primi atti di questo Pontefice suscitarono nel
mondo italiano e cattolico e le delusioni che
ne seguirono, quando il Papa, nell'inverno del
1848, dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi,
se ne andò a Gaeta.
Ma,
intanto, la Repubblica Romana, dopo aver
organizzato il Governo, si trovò ancora
di fronte alle difficoltà della
coesistenza di due poteri nella stessa sede.
*
* *
Voi
vedete che Napoleone, nel primo urto, e la
Repubblica Romana nel secondo, hanno sempre
dinanzi questo problema, come far sì
che il Papa non sia suddito di alcun potere,
perchè - come dice De Maistre - il Papa
nasce sovrano. Anche i pochi mesi della
Repubblica Romana aggiunsero altro piombo
nelle ali del principato civile dei Papi.
*
* *
Nel
'60, la spedizione dei Mille e i plebisciti.
Perdute le Marche e l'Umbria, il potere
temporale dei Papi è ormai ridotto al
Lazio. Nell'ottobre del '60 si può dire
che l'unità della nazione sia compiuta.
Appunto
perché sul finire del '60 mancavano soltanto
la Venezia e il Lazio all'unità della
Patria, il problema di Roma diventava sempre
più spasimoso e urgente. I progetti
fiorivano. I liberali toscani, per esempio,
guidati dal Salvagnoli, se ne andarono a
Parigi per proporre a Napoleone di lasciare
Roma al Pontefice, più una striscia
sino al mare. Nel febbraio-marzo 1860 Vittorio
Emanuele II, a mezzo dell'abate Stellardi,
elemosiniere di Corte, avendo come obiettivo
il riordinamento dello Stato Pontificio,
proponeva che «il Re di Sardegna
esercitasse nella Romagna, nell'Umbria e nelle
Marche il potere esecutivo sotto l'alto
dominio del Pontefice, la cui suprema autorità
avrebbe formalmente riconosciuta e rispettata».
L'11
ottobre 1860 Cavour pronunzia un discorso e
dice: «durante gli ultimi 12 anni la
stella polare di Vittorio Emanuele fu
l'aspirazione all'indipendenza nazionale.
Quale sarà questa stella riguardo a
Roma? La nostra stella, o signori, ve lo
dichiaro apertamente, è di fare che la
Città eterna, nella quale venticinque
secoli hanno accumulato ogni genere di gloria,
diventi la splendida capitale del Regno
italiano. Affermai e ripeto che il problema di
Roma non può, a mio avviso, essere
sciolto con la sola spada».
Gli
avvenimenti precipitano. Nel dicembre 1860 si
scioglie la Camera; il 27 gennaio 1861 ci sono
i comizi elettorali in tutta la penisola,
esclusi il Lazio e la Venezia Euganea il 19
febbraio 1861 si apre l'ottava legislatura, la
prima del Parlamento italiano; il 2 febbraio
1861 si approva, al Senato, con due voti
contrari un disegno di legge per la
proclamazione di Vittorio Emanuele Il Re
d'Italia. Il 15 marzo 1861 lo stesso progetto
di legge viene approvato ad unanimità
dalla Camera. II Cardinale Antonelli in nome
del Pontefice manda in data 15 aprile una
protesta agli Stati. Ma intanto Cavour, come
sarà più ampiamente documentato
nei volumi che sono in corso di stampa, aveva
veramente l'angoscia di giungere a una
conclusione nelle trattative col Sommo
Pontefice.
Tra
il 2 e il 3 febbraio del 1861 Cavour proponeva
al Cardinale Antonelli, per mezzo di Omero
Bozini di Vercelli, quanto segue:
«a)
che la Corte Romana riconoscesse e consacrasse
Vittorio Emanuele Re d'Italia;
«b)
che il Papa conservasse il diritto di alta
sovranità sopra il patrimonio di San
Pietro, il quale però sarebbe governato
da Vittorio Emanuele e suoi successori quali
vicari del Sommo Pontefice ».
Ad
altre trattative più importanti
parteciparono, come ognuno di voi sa, il padre
Passaglia, Diomede Pantaleoni, Antonino Isaia.
Queste trattative falliscono. Il 18 marzo 1861
Pio IX dichiara solennemente nel Concistoro di
respingere qualsiasi conciliazione. Il moto si
accelera ancora di più. Il 25 marzo
1861 Cavour si fa interpellare dal deputato
Audinot, e in quella e in una successiva
seduta pronuncia due discorsi che lo pongono
nell'empireo degli uomini politici di tutti i
tempi e di tutte le nazioni. Questo freddo
piemontese trova accenti così solenni,
così passionali, così ferrei per
rivendicare il diritto dell'Italia su Roma,
che ancora oggi, a distanza di sessant'anni,
non si possono leggere quelle pagine senza
essere pervasi da una intima, intensa,
profonda commozione. Tuttavia egli non
disperava di concludere. Sino all'ultimo
momento, quando stava per morire, egli diceva
al frate che lo confessava «Frate,
frate, libera Chiesa in libero Stato» .
*
* *
Prima
di tutto Cavour era un cattolico, credente e
praticante. La sua tesi era questa: non si
poteva andare a Roma con la violenza, la
violenza doveva essere la extrema ratio,
bisognava andarvi d'accordo con la Francia
poiché è difficile scindere la
politica cavouriana dalla alleanza con la
Francia. Bisognava lasciare al Pontefice un
tanto di territorio sul quale egli fosse
sovrano, che la sua sovranità, cioè,
fosse ancorata in un territorio, la Città
leonina, per intenderci. Poi, finalmente, la
formula «libera Chiesa in libero Stato».
Ho
molto riflettuto su questa formula; ma io
credo che lo stesso Cavour non si rendesse
conto che cosa, in realtà, questa
formula potesse significare. Libera Chiesa in
libero Stato! Ma è possibile? Nelle
nazioni cattoliche, no. Le nazioni protestanti
hanno risolto il problema, facendo in modo che
il Capo dello Stato sia anche il Capo della
loro religione, e hanno costituito la Chiesa
nazionale. V'è un solo paese fra quelli
di razza bianca, dove la formula cavouriana
sembra aver trovato la sua applicazione: gli
Stati Uniti. Là veramente lo Stato
è libero e sovrano, e le Chiese sono
libere, ma perché? Perché, come ha detto uno
studioso di questi problemi, negli Stati Uniti
c'è un polverio di religioni per cui lo
Stato non ne può scegliere nessuna, né
proteggerne alcuna. Io credo, invece, che
Cavour volesse intendere che lo Stato dovesse
essere libero completamente e sovrano in
quelle che sono le proprie attribuzioni, non
soltanto però di ordine materiale
pratico, come si vorrebbe dare ad intendere -
e su ciò torneremo tra poco -, e che la
Chiesa dovesse essere libera per il suo
magistero e per la sua missione pastorale e
spirituale.
Non
si può pensare una separazione
nettissima tra questi due enti, perché il
cittadino è cattolico e il cattolico
è cittadino. Bisogna dunque determinare
i confini tra quelle che sono le materie
miste. D'altra parte la lotta tra la Chiesa e
lo Stato è millenaria: o è
l'Imperatore che domina il Papa o è il
Papa che domina l'Imperatore. Negli Stati
moderni, negli Stati a solida organizzazione
costituzionale moderna, dato lo sviluppo dei
tempi, si preferisce vivere in regime di
Concordato. Io credo che Cavour volesse
appunto pensare a una siffatta soluzione del
problema dei rapporti tra la Chiesa e lo
Stato.
Siamo
all'ultimo decennio, quello che va dal 1860 al
1870. Tentativo disperato di Aspromonte. Due
anni dopo, le convenzione di settembre e
conseguente dissidio tra gli uomini che
guidavano la Rivoluzione italiana e che fu
fortissimo.
Intanto
che cosa erano le convenzioni di settembre? Un
patto firmato a Saint Cloud il 15 settembre
1864 tra il Governo italiano e la Francia, che
conteneva queste tre clausole:
1.
- L'Italia si impegnava a non attaccare il
territorio rimasto dopo il 1860 al Papa e ad
impedire, anche con la forza, ogni attacco
esteriore a questo territorio;
2.
- La Francia ritirava le sue truppe nel
termine di tre anni, man mano che veniva
riorganizzato l'esercito pontificio;
3.
- Il Governo Italiano consentiva la
costituzione di questo esercito composto di
stranieri.
Parve
in quel momento che il Governo italiano, il
quale stava per trasportare la sua capitale a
Firenze, avesse rinunziato alla conquista di
Roma.
*
* *
Tuttavia,
nel 1867, vi è il tentativo di Mentana,
nel 1870 siamo alla conclusione, alla prima
conclusione.
In
che modo?
Il
2 agosto la Francia ritira le sue truppe,
quelle che aveva mandato prima e dopo Mentana.
Roma è presidiata da un esercito di
stranieri - pochissimi gli italiani - guidati
da un generale straniero, il Kanzler. L'8
settembre c'è la missione di Ponza di
San Martino, che va a Roma per portare una
lettera al Santo Padre.
*
* *
S.
M. il Re Vittorio Emanuele II nella sua
lettera al Sommo Pontefice parlava del «Capo
della Cattolicità, circondato dalla
devozione del popolo italiano, che doveva
conservare sulle sponde del Tevere una sede
gloriosa e indipendente da ogni umana sovranità»
.
La
capitolazione della Città leonina
veniva esclusa. In data 29 agosto del 1870 il
Ministro degli esteri Visconti Venosta mandava
una Circolare agli Ambasciatori e Ministri
d'Italia, da comunicare ai Governi, nella
quale così si esprimeva:
«Il
Sovrano Pontefice conserva la dignità,
l'inviolabilità e tutte le altre
prerogative della Sovranità e inoltre
le preminenze verso il Re e gli altri Sovrani
che sono stabilite per consuetudine. Il titolo
di Principe e gli onori relativi sono
riconosciuti ai Cardinali della Chiesa Romana.
La Città leonina resta sotto la piena
giurisdizione e sovranità del
Pontefice. Si sa che il Tevere divide la città
in due parti, di cui l'una situata sulla riva
destra del fiume, portò un tempo il
nome di Città Santa. La Città
leonina contiene oggi una popolazione di 15
mila anime e sarebbe suscettibile di
contenerne di più. Possiede una grande
quantità di Chiese e Palazzi. La Chiesa
di San Pietro, il Vaticano e le sue vaste
dipendenze, le tombe degli Apostoli e dei Papi
più illustri, i numerosi monumenti
religiosi ed artistici fanno della città
leonina una città rimarchevole ed una
splendida residenza per il Capo sovrano della
Cattolicità».
Quando
a Villa Albani, nella mattinata del 20
settembre 1870, fu firmata la capitolazione
per la resa della piazza di Roma tra il
Comandante generale delle truppe di S. M. il
Re d'Italia e il Comandante generale delle
truppe pontificie, veniva stabilito: «la
Città di Roma, tranne la parte che
è limitata a sud dai bastioni di Santo
Spirito e che comprende il Monte Vaticano,
Castel Sant'Angelo e gli edifizi costituenti
la Città leonina, il suo armamento
completo, bandiere, armi, magazzini di
polvere, ecc., saranno consegnati alle truppe
di S. M. il Re d'Italia. Tutta la guarnigione
del Palazzo uscirà con l'onore delle
armi, con bandiere, armi e bagagli, tutte le
truppe straniere saranno sciolte e subito
rimpatriate per cura del Governo italiano. Le
truppe indigene saranno costituite in
deposito, senz'armi, e nella giornata di
domani saranno mandate a Civitavecchia. Sarà
nominata, da ambo le parti, una Commissione
composta da un ufficiale d'artiglieria, ecc.».
Per l'esercito italiano firmavano il Capo
dello Stato Maggiore, generale Domenico
Primerano, e il Luogotenente generale
comandante il IV Corpo d'Esercito Conte
Raffaele Cadorna; per l'altra parte: il
generale comandante le armi a Roma, Kanzler.
Voi
vedete che, anche quando le truppe di Cadorna
entrarono a Roma, non varcarono il Tevere, non
si spinsero sulla riva destra del Tevere e
anche quando, essendosi determinati disordini
nella Città leonina, furono chiesti
rinforzi al Generale Cadorna, questi, in una
lettera al Cardinale Giovanni Antonelli,
rispose che «avrebbe mandato truppe per
sedare i tumulti, ma non vi sarebbero rimaste».
Quando
fu convocato il Plebiscito, furono esclusi
dalla convocazione gli abitanti della Città
leonina, i quali però, il 2 ottobre,
votarono lo stesso, e la sera si recarono in
Campidoglio, dove furono ricevuti dal padre
del nostro camerata Blanc, il quale fece
passare i trasteverini, col loro plebiscito,
colle bandiere e le fiaccole, e il plebiscito
fu accolto. Sette giorni dopo, una Commissione
si recava da S. M. il Re, a Firenze, per
portare il risultato del plebiscito romano.
*
* *
Ecco
che cosa disse S. M. il Re, ricevendola
«Io,
come Re e come Cattolico, nel proclamare
l'unità d'Italia, rimango fermo nel
proposito di assicurare la libertà
della Chiesa e l'indipendenza del Sovrano
Pontefice. E con queste dichiarazioni solenni,
io accetto dalle vostre mani, egregi signori,
il plebiscito di Roma e lo presento agli
Italiani, augurando che essi sappiano
mostrarsi pari alla gloria dei nostri antichi
e degni delle presenti fortune».
Magnifiche
parole, degne di un gran Re.
Nello
stesso giorno veniva emanato un decreto Reale
da Firenze, importantissimo. Questo decreto
dice:
«Art.
1. - Roma e la provincia romana fanno parte
integrante del Regno d'Italia.
«Art.
2. - Il Sommo Pontefice conserva la dignità,
l'inviolabilità e tutte le prerogative
personali e sovrane.
«Art.
3. - Con apposita legge verranno sancite le
condizioni atte a garantire, anche con la
franchigia territoriale, l'indipendenza del
Sommo Pontefice e il libero esercizio
dell'autorità spirituale della Santa
Sede. Il presente decreto sarà
presentato al Parlamento per essere convertito
in legge ».
Infatti
fu presentato al Parlamento e suscitò
una grande discussione. Durante questa
discussione, in data 20 dicembre, il Ministro
degli esteri dei tempo, Visconti Venosta,
affermava:
«Si
potrà dire, o signori, che questo
progetto della Città leonina, di cui
l'Europa non fu chiamata a prendere atto, ma
che abbiamo invece proposto al Pontefice, non
è logico dal punto di vista
dell'abolizione del potere temporale, ma io
credo che il Paese non ci avrebbe condannato,
ma ci avrebbe approvato, se in cambio di
questa concessione noi ci fossimo presentati
ad esso con la Questione Romana risoluta».
«Era
risoluto così il più arduo, il
più terribile problema della nostra
esistenza nazionale, e sgombrato l'avvenire da
ogni incertezza e da ogni difficoltà».
Dovevano
passare ancora cinquant'anni perché questo
punto di vista del ministro degli esteri del
tempo fosse realizzato.
Si
parlava, dunque, di franchigie territoriali. A
questo punto voi mi direte: « Ma perché
questa lezione storica?». Perché voglio
dimostrarvi i precedenti, perché voglio
dimostrarvi che io sono conseguente, e che non
solo noi non rinneghiamo il Risorgimento
italiano, ma lo completiamo.
Ci
furono in quel torno di tempo, a Firenze, dove
era il Parlamento, tre discussioni
interessantissime. La prima fu provocata dal
progetto di legge per il «trasporto»
della Capitale a Roma. Uomini eminentissimi
non volevano, all'ultimo momento, procedere a
questo «trasporto». Brutta parola.
Non ve n'è un'altra . . .
*
* *
I
mesi che vanno dal settembre al dicembre 1870
furono penosissimi. Proteste, perché si
diceva che il segreto epistolare non venisse
più osservato; proteste, perché si era
dovuto sospendere il Concilio ecumenico;
proteste per certe violenze di cui si
sarebbero resi colpevoli i soldati
dell'Esercito italiano; proteste, infine, per
l'occupazione del Quirinale. E Visconti
Venosta, Ministro degli esteri del tempo,
dovette mandare una lunga circolare a tutti i
nostri rappresentanti all’estero per
spiegare come qualmente il Re d'Italia aveva
il diritto di entrare al Quirinale. I
cattolici di tutto il mondo, e di tutta Europa
specialmente, protestavano . . .
*
* *
Fu
gran ventura che, l'Esercito Italiano
rimanesse sulla riva sinistra del Tevere. Se
il Papa fosse stato espulso dall'ultimo angolo
di territorio, dal suo palazzo insomma o se ne
fosse andato, gravi problemi si sarebbero
affacciati davanti al Governo italiano. Per
fortuna, gli avvenimenti erano propizi. Chi
poteva commuoversi in quegli anni? Non la
Francia, la quale era stata fiaccata dalla
Prussia: aveva bisogno di rifarsi, doveva
pagare una ingente indennità, ingente
allora, adesso sarebbe uno scherzo. Non la
Francia, che aveva perduto due provincie di
grandissimo pregio, che aveva ritirato le sue
truppe da Roma, già da tempo, e che
tuttavia aveva lasciato a Civitavecchia, quasi
come un biglietto da visita, un bastimento che
si chiamava l'Orénoque, e che vi restò
fino al 1874. La Germania era l'astro che
saliva prepotentemente all'orizzonte in quel
periodo di tempo, dopo tre guerre vittoriose:
quella del '64 per lo Schleswig-Holstein,
quella del '66, che fiaccò l'Austria a
Sadowa, e quella del '70: ma la Prussia era
protestante. Bismarck non solo non pensava ad
aiutare il Papa, ma stava per ingaggiare
quella lotta della KuIturkampf dalla quale,
bisogna dirlo, egli uscì battuto.
L'Austria
aveva nelle ossa tutti i dolori delle guerre
del Risorgimento, ed era all'indomani di
Sadowa, e soprattutto si trovava di fronte al
problema per cui è morta, non avendolo
risolto il problema delle sue molteplici
razze, le quali avevano allora l'esempio di
due popoli che nel corso del secolo XIX erano
assurti alla dignità e all'indipendenza
di Nazione: il popolo germanico e il popolo
italiano. Queste grandi Potenze mandavano,
come mandarono in seguito, dei messaggi
patetici; ma non sempre con questi messaggi si
modifica il corso delle cose o si cambia la
storia degli Stati.
Venne
così in discussione, in quel torno di
tempo, la legge sulle guarentigie in
conseguenza del decreto Reale del 9 ottobre,
divenuto poi legge. Vi parteciparono, tanto al
Senato quanto alla Camera, degli uomini
notevoli e taluno di alta rinomanza:
Toscanelli, Coppino, Boncompagni, Berti,
Bonghi, Crispi, Mancini e, naturalmente, i
Ministri. Così al Senato: Cambray-Digny,
Menabrea, Capponi, Michele Amari, storico
eminentissimo. Infine, la discussione pose di
fronte tre tendenze: la Sinistra diceva:
«voi date troppo al Papa». Un
oratore della Sinistra giunse ad affermare:
«se voi date al Sommo Pontefice tanto di
terra quanto basta perché egli vi possa
posare sopra la sua sacra pantofola, voi
restituite il potere temporale al Papa».
Precisamente l'on. Salvatore Morelli, nella
seduta del 24 gennaio 1871 così si
esprimeva: «Quando voi trovate nella
legge queste condizioni: inviolabilità,
immunità dei luoghi dove siede
d'ufficio il Pontefice, senza controllo dello
Stato, sudditanza dei poteri politici ed
amministrativi dei Regno ai servizi della
Curia, lista civile, onori di Re dovuti al
Pontefice, internazionalità dei suoi
atti e legazie, dominio illimitato di esso sul
basso clero, esenzione dei Vescovi dal
giuramento: quando voi avete queste
condizioni, come potete mettere in dubbio che
il potere temporale sia restaurato meglio e più
forte di quanto non lo era prima della sua
caduta?». Questa era la tesi dell'on.
Salvatore Morelli. Viceversa la tesi dell'on.
Toscanelli era esattamente agli antipodi:
«il Papa non deve sembrare a nessun
popolo come soggetto a subire le influenze di
qualsiasi Stato: il giorno in cui ciò
fosse palese, egli avrebbe perduto il suo
carattere di Pastore universale». Quindi
Roma, quindi la riva del Tevere, quindi la
solita striscia al mare. In mezzo, l'opinione
media del Governo di allora che, in realtà,
con questa legge delle guarentigie ha creato
una sovranità.
Il
Papa non era più un suddito, era un
sovrano. Usando la terminologia di moda
importata dall'americanismo, potremo dire che
questa sovranità era al cento per
cento? No, non era al cento per cento: mancava
qualche cosa, mancava il territorio. C'è
la frase tipica: «continua a godere»;
ma in realtà era un tacito
riconoscimento di una sovranità
territoriale; tant'è vero che negli
anni che seguirono, giammai ci fu un atto
dello Stato italiano che rivendicasse, anche
lontanamente, una qualsiasi sovranità
nella cinta del Vaticano. A ciò si
ridussero le «franchigie territoriali»
previste dal già ricordato decreto
Reale dell'ottobre 1870.
La
legge non fu accettata. Alla fine del 1871
l'Italia e Roma erano in questa singolare
posizione: il Re usurpatore, il Papa
prigioniero. Il Papa, che non riconosceva
l'unità della Patria, che non
riconosceva la conquista di Roma e che
protestava violentemente in tutti i suoi atti
pubblici e diplomatici contro la conquista di
Roma, realizzata dalla Rivoluzione italiana.
Tempi duri, quelli! Tempi foschi! È
solo nel 1874 che appare uno spiraglio di
luce; e questo spiraglio di luce è
legato al nome del vescovo Bonomelli. Bisogna
ricordare con molta simpatia, anche noi
Fascisti, quella bella, degnissima figura di
patriota e di sacerdote!. . .
*
* *
Nel
1878 muore il gran Re. V'è nel clero un
moto di riaccostamento alla Nazione, malgrado
i veti delle supreme gerarchie della Chiesa.
In molte città d'Italia, specialmente
della Lombardia, specialmente della Provincia
di Cremona, Vescovi e Parroci celebrano grandi
funerali alla memoria del Re.
Ma
il periodo più interessante nella
storia della Conciliazione è quello che
va dall'80 al '90, e che comincia nel 1881,
col discorso tenuto da Mons. Geremia Bonomelli,
nel Duomo di Milano, presenti 16 Vescovi, e
centinaia di sacerdoti, nel quale discorso il
Vescovo affermava che la pace doveva farsi e
che oramai la conquista di Roma doveva essere
ritenuta un fatto compiuto e irrevocabile. In
quel periodo di tempo, gli alti e i bassi
della Conciliazione furono infiniti. Quando il
Re Umberto si recò a Firenze ad
inaugurare la nuova facciata di Santa Maria
del Fiore e fu ricevuto dal Vescovo, tutti
credettero che la conciliazione fosse
imminente. Quando, di lì a qualche
tempo, il Re si recò a Terni, e vi fu
ricevuto dal Vescovo di Terni, con tutti gli
onori dovuti a un sovrano, l'emozione fu
grandissima, perché Terni apparteneva agli ex
Stati pontifici. Tutti si occupavano di
conciliazione. Se ne occupavano i Vescovi e i
garibaldini. Stefano Türr, per esempio, sentì
il bisogno di stampare un opuscolo a Parigi
per raccomandare ed esaltare la Conciliazione.
Non
meno interessante fu l'atteggiamento tenuto in
quell'epoca dal garibaldino Achille Fazzari,
il quale era un valoroso, aveva combattuto ad
Aspromonte e a Mentana ed era stato ferito a
Monte Libretti. Giuseppe Garibaldi
dedicandogli un sonetto lo chiamava «Mio
caro figlio». Questo energico calabrese
stampò nel principio del 1886 una
lettera ai suoi elettori di Catanzaro, che
cominciava con queste parole: «bisogna
fare la Conciliazione». Questa tesi egli
sostenne in lunghe vivaci polemiche superanti
anche le frontiere . . .
*
* *
È
di questo decennio singolarissimo l'episodio
Tosti, «quel buon matto di Tosti»,
come lo chiamava Pio IX. Quando usci il suo
opuscolo, il clamore fu infinito, ma
l'Osservatore Romano lo bollava con queste
parole: «è uscito il monumento
ciclopico della ingenuità cassinese».
Era il momento in cui non si mollava.
Leone
XIII, visto che Bismarck non marciava,
malgrado la démarche Galimberti, e visto che
anche Francesco Giuseppe si limitava a
generiche assicurazioni, manifestava il
desiderio che fosse tolto di mezzo il funesto
dissidio; però l'Osservatore Romano del
28 maggio 1887 aggiungeva: «la giustizia
è una sola e inflessibile. Essa importa
la restituzione di quanto fu tolto e la
riparazione dei diritti della Santa Sede
violati dalle congiure delle sètte;
importa il ristabilimento del potere
temporale, specialmente sulla Città di
Roma».
Nel
1887 eravamo dunque in pieno temporalismo. La
città di Roma era il minimo delle
pretese . . . . .
Padre
Tosti aveva scritto un opuscolo, il cui
protagonista si chiamava «Don Pacifico».
Era un ottimo personaggio, questo frate, ma
apparteneva al genere di quegli uomini che
sono espansivi al sommo grado e panglossiani
altresì, che credono che certe
questioni grossissime possano essere risolte
con una parola, con un gesto, con un sorriso.
Egli pensava che un incontro tra Umberto e il
Papa avrebbe condotto alla pace, che tutto
consistesse nel combinare questo incontro. Non
era quindi un problema politico; era più
un problema di procedura, oserei dire di
protocollo. Don Davide Albertario, il
tempestoso Don Albertario, il nemico di
Geremia Bonomelli, scrisse subito un
contropuscolo, e se il protagonista
dell'opuscolo del Tosti fu «Don Pacifico»,
il protagonista del contropuscolo dell'Albertario
si chiamava «Don Belligero», e
aveva inalberato quest'insegna: «restituzione
o dannazione».
È
singolare che il libro di Mons. Geremia
Bonomelli, stampato nel 1889, dopo essere
stato pubblicato come articolo sulla Rassegna
Nazionale, pur essendo giunto alla quinta
edizione allora, oggi sia quasi introvabile.
Ho dato ordine che sia ristampato.
*
* *
Ma
che cosa proponeva Mons. Bonomelli? Citiamo
testualmente dal suo opuscolo:
«Dunque
diasi al Papa almeno la riva destra di Roma,
con una striscia fino al mare, con una zona di
qualche chilometro dietro al Vaticano, dove si
potrebbe a poco a poco fabbricare una città
nuova; essa sarebbe un Principato di Monaco,
una piccola repubblica di San Marino, o delle
Andorre, alcun che di simile. Qui non vi
sarebbe alcun bisogno di pubblici uffici, né
di guarnigioni, per la sua piccolezza non
potrebbe suscitare timori e gelosie nel
Governo Italiano, né in altri Governi.
Sarebbe un Vaticano allargato con una
popolazione di una diecina di migliaia di
anime o poco più. Pel Governo non
creerebbe alcun imbarazzo e lo libererebbe da
molti e tosto. Sarebbe una miniatura di Stato,
senza noie, senza cura, senza pericoli pel
Papa, un ornamento per la Roma regia, una
singolarità per l'Europa. Tutti gli
uffici ecclesiastici trasportati nella nuova
Sion, con le sue poste e telegrafi, con un
tronco di ferrovia e tutti gli ambasciatori
accreditati presso la Santa Sede alloggiati
intorno al Vaticano, quasi testimoni e
sentinelle veglianti alla sua sicurezza.
«La
nuova cittadella sarebbe una terra di Gessen,
un'oasi felice, un santuario nel cuore
d'Italia, un asilo di pace, il porto sicuro e
tranquillo, il punto che irraggi lume su tutta
la terra e «al qual si traggon d'ogni
parte i pesi», il centro del mondo
cattolico, la novella Sion, donde partirebbero
gli oracoli e le parole di vita. Quale
spettacolo! Qual gloria per l'Italia nostra!
Da una parte, sul Quirinale, il Re d'Italia;
dall'altra, la forza morale, la prima forza
morale d'Italia e del mondo dall'una parte la
spada, dall'altra il pastorale; dall'una parte
il Pontefice che prega e benedice; dall'altra
il Re, che impera: dall'una parte l'uomo della
pace, dall'altra l'uomo della guerra; dall'una
parte gl'interessi del cielo e delle anime,
dall'altra gli interessi della terra e dei
corpi; dall'una parte muovono le schiere dei
pacifici conquistatori, che portano la civiltà
del Vangelo alle terre più lontane,
dall'altra, muovono gli eserciti che difendono
le frontiere della Patria e si regolano le
flotte che solcano i mari: da una parte si
curano i bisogni del tempo, dall'altra si
provvede a quelli della eternità. I
mille e mille pellegrini, laici e religiosi,
missionarii, suore, Vescovi, uomini d'arti, di
scienze, di lettere e d'armi che accorrono a
Roma, dopo aver visitato la Roma antica dei
Cesari, la nuova Roma d'Italia, varcando il
Tevere deporrebbero a' piedi del Pontefice i
loro omaggi, ammirerebbero la grandezza e le
glorie di Roma cristiana cattolica. La destra
e la sinistra del Tevere, il Quirinale e il
Vaticano, il Papa ed il Re, la religione e la
patria, riunirebbero a vicenda i riflessi del
loro splendore, i raggi della loro gloria, e
il grido di giubilo di tutta Italia pacificata
saluterebbe il Maestro infallibile della Fede
e il difensore della Patria. La destra e la
sinistra dei Tevere, sarebbero i due fuochi
della ellissi italiana, come scriveva Vincenzo
Gioberti. L'Italia sarebbe ancora la terra
privilegiata, faro del mondo e segno di
invidia ai popoli. I nostri occhi verserebbero
lacrime di gioia inesprimibile; i nostri cuori
balzerebbero concitati, colmi, riboccanti di
giubilo in quel dì, che il Re e
l'amabile Regina col giovane Principe,
accompagnati dalla Corte salissero le scale
del Vaticano, e il candido Vegliardo, che vi
risiede, muovesse loro incontro e si
abbracciassero, e i due grandi e supremi amori
della Religione e della Patria si
confondessero in un solo e santo amore. Quel
giorno, nel quale il Vegliardo del Vaticano
uscisse e si volgesse al Quirinale, tutta Roma
si precipiterebbe su i suoi passi, cadrebbe
ginocchioni, leverebbe le mani a lui,
acclamando e benedicendo: festa simile a
quella l'Italia non l'avrebbe mai vista. La
bocca della empietà sarebbe chiusa, la
Religione tornerebbe regina, e il suo trionfo
sarebbe assicurato. Io domando al cielo di
poter veder quel giorno avventurato, e poi
morire.
«Ma
dove sono? Ho io sognato? Sì, ma
talvolta i sogni sono profetici, e chi sa che
Iddio pietoso, che amò l'Italia sopra
tutte le nazioni, che la sostituì al
popolo eletto, che la fè centro del
mondo cattolico, alle altre innumerevoli prove
dell'amor suo aggiunga anche questa!».
E
più oltre:
«Ma
perché questa miniatura di Stato
indipendente, neutralizzato, sulla destra del
Tevere, sia possibile e durevole, che cosa si
esige? Che sia creata, non da forza straniera,
né materiale, né morale, ma dagli italiani
stessi. Questa nuova creazione deve erompere
dalla persuasione intima, spontanea della
nazione, la quale sa di far cosa utile e
necessaria a se stessa, che lungi
dall'affievolirla la rafforza, lungi dal
dividerla la unisce, lungi dall'umiliarla
l'onora altamente in faccia al mondo. Onora e
afforza altresì la S. Sede, perché
assicura la sua indipendenza e dignità,
perché disarma un partito potente, che la
combatte, perché mostra al mondo il suo amore
per la pace, per l'unità d'Italia,
perché l'opera del Clero sarà più
libera e fruttuosa e avrà nel
Parlamento e nel Senato voci eloquenti che
difenderanno gli interessi morali e religiosi
senza timore di sentirsi dire in faccia: Voi
siete nemico della Patria! Questa sovranità
in miniatura scioglie la Santa Sede dalle cure
secolaresche, che in passato le recarono non
piccolo danno, la libera delle noie e lotte
diplomatiche, perché la piccolezza sua
sarebbe una quantità minima negli
affari politici d'Europa, e, sia pace, sia
guerra, il Papa non avrebbe di che temere. Su
quell'Eden fortunato e tranquillo sarebbe
perpetuo il sorriso del cielo, sempre pura e
limpida la luce del sole. Questa Conciliazione
e questa creazione d'una sovranità vera
in sé, ma nominale quanto all'importanza
materiale, potrebbe ricevere la sanzione delle
Potenze e avere unitamente alla legge delle
guarentigie, opportunamente modificata, una
saldezza maggiore, quella saldezza che
è possibile nelle cose umane, giacché
una saldezza assoluta non c'era nell'antico
Potere temporale, né è delle cose
nostre sulla terra».
Intanto
il decennio 1880-1890 che fu tumultuoso ed
agitato per la Conciliazione, per le polemiche
che ad essa si riattaccavano, per i vani
tentativi di Crispi, cominciava nel 1881 con
le scene veramente scandalose che si svolsero
a Roma, quando vi fu il trasporto notturno
della Salma di Pio IX, dal Vaticano a San
Lorenzo, e si concludeva nel 1889 con
l'inaugurazione del monumento a Giordano
Bruno. La tensione tra le due potestà
in quel periodo di tempo fu acutissima.
Veniamo
all'ultimo decennio. Nel 1892 c'è un
avvenimento che ha la sua importanza nella
storia politica italiana. A Genova, nella sala
Sivori, il Partito socialista si stacca dal
complesso degli anarchici e anarcoidi. Nel
1895 nuova tensione fra lo Stato e la Santa
Sede, quando un deputato, Vischi, propone,
sostenuto dall'on. Pilade Mazza e da altri,
che il 20 settembre fosse proclamato festa
nazionale. Ma intanto negli anni 1893-94,
l'Italia, dalla Sicilia alla Lunigiana, fu
scossa da un moto di carattere sociale. Nuove
masse stavano per entrare nella vita della
nazione con diversi bisogni e diversi ideali.
C'era
qualche cosa che maturava nel sottosuolo.
Pochi anni dopo il Pontefice Pio X sale al
fastigio supremo; ma la situazione non cambia.
Questo Papa che debella il modernismo, questo
Papa, che per la prima volta toglie il veto,
il non expedit agli emigrati all'interno, come
erano chiamati i cattolici dopo il 1870,
questo Papa che immette tutte le forze
cattoliche nella vita della Nazione, è
tuttavia il Papa che mantiene la sua univoca
protesta e la mantiene in un modo
clamorosissimo, signori, rompendo le relazioni
diplomatiche con la Francia che aveva mandato
Loubet a visitare il Re d'Italia nella
Capitale. Ma intanto, che cosa era accaduto?
Dal 1880 al 1905 tutto il tessuto della vita
sociale italiana si era trasformato.
Se
negli anni dal 1839 al 1842 apparvero le prime
timide ferrovie tra Napoli e Portici, Milano e
Monza, dal 1875 al 1905, in quei trenta anni,
il tessuto sociale, economico della nazione
italiana, si trasforma profondamente, nasce
una borghesia - uso questa parola
anacronistica per intenderci meglio - . . .
È
vero che il Papa Pio X tende a rafforzare il
carattere universalistico del papato, ma sa
che per mantenere questo carattere
universalistico, il Papa deve in qualche parte
del globo terracqueo essere sovrano, e questa
sovranità non gli può essere
riconosciuta che nelle forme con le quali il
Fascismo gliel'ha data.
Siamo
alla Guerra mondiale. C'è una
dichiarazione importantissima, del 20 giugno
1915 e di cui bisogna tener conto. Notate -
sia detto per incidenza - che alcuni mesi dopo
la dichiarazione di guerra, il Re di Spagna
era disposto a cedere al Papa il palazzo dell'Escuriale,
e i Vescovi spagnoli, con pubblica lettera, ne
fecero offerta formale a Benedetto XV. Nel
pieno della guerra mondiale, quando già
l'Italia era intervenuta da un mese, il
Cardinale Gasparri dichiarava che la Santa
Sede aspettava la sistemazione della sua
situazione in Italia, non dalle armi
straniere, ma dal senso di giustizia del
popolo italiano, nel suo verace interesse.
Questa ripulsa di qualsiasi intervento
straniero schiariva l'orizzonte e facilitava
enormemente la soluzione della questione.
Nel
1919 ci furono degli approcci tra la Santa
Sede e il Presidente del Consiglio di allora,
on. Orlando. È una pagina di storia
inedita che io vi leggo e che è molto
interessante. Nel maggio 1919 il prelato
americano Mons. Kelley, ora vescovo di
Oklanoma, negli Stati Uniti, si trovava a
Parigi per sostenere presso la Conferenza
della Pace la causa dei vescovi messicani,
allora in esilio negli Stati Uniti per la
rivoluzione di Carranza. Dal Cardinale Mercier
egli fu invitato a sondare il terreno presso
le persone influenti intorno alla Conferenza
per vedere se fosse possibile trattare della
soluzione della Questione Romana. Il 17 maggio
egli incontrò il Signor Brambilla,
consigliere della Delegazione Italiana alla
Conferenza della Pace, che egli già
conosceva, e il discorso venne sulla Questione
Romana. Il Brambilla lo invitò per
l'indomani a recarsi presso di lui all'Hôtel
Ritz, dove lo avrebbe fatto incontrare con
«un importante personaggio».
L'importante personaggio era l'on. Orlando,
che in quel colloquio trattò a fondo
della Questione Romana, esaminando le
convenienze e le possibilità pratiche
di una sua soluzione.
Quantunque
Monsignor Kelley dichiarasse di non avere
nessuna autorità a trattare e di agire
soltanto per propria personale iniziativa, la
discussione volse anche intorno ai punti
sostanziali dell'eventuale soluzione. Si parlò
di un territorio che cominciasse da Ponte
Sant'Angelo, includendovi il Castello, di uno
sbocco al mare e di una garanzia delle altre
nazioni, da ottenersi attraverso la Lega delle
Nazioni.
Monsignor
Kelley doveva partire all'indomani per
l'America, ma avendo il piroscafo ritardato di
due giorni la partenza, tra il 18 e il 20
maggio, Brambilla ben cinque volte, a nome di
Orlando, insistette presso il Prelato perché
invece di tornare in America, andasse a Roma,
a riferire al Cardinale Segretario di Stato.
Monsignor Kelley alla fine acconsentì,
e arrivò a Roma il 22 maggio, lo stesso
giorno andò in Vaticano da Mons.
Cerretti, allora Segretario degli Affari
ecclesiastici straordinari, che lo accompagnò
subito dal Cardinale Gasparri, al quale espose
tutto colla massima precisione.
Il
Cardinale e Monsignor Cerretti andarono subito
dal Papa e tornarono, dopo un'ora, dicendo che
lo stesso Mons. Cerretti il giorno 24 sarebbe
partito per Parigi per incontrarsi con
Orlando, e che Monsignor Kelley lo avrebbe
accompagnato, senza però più
occuparsi della Questione Romana.
Il
primo giugno, previi accordi con Brambilla,
Mons. Cerretti si incontrò con l'on.
Orlando nella camera 135 dell'Hôtel Ritz.
Orlando confermò tutta la conversazione
avuta con Mons. Kelley. Monsignor Cerretti gli
sottopose un breve esposto della Questione e
della sua possibile soluzione, scritto di
propria mano dal Cardinale Segretario di
Stato.
Finita
la lettura del documento, Orlando disse che,
in massima, accettava, e si passò alla
discussione dei punti principali.
Si
trattava sempre di una notevole estensione
territoriale, la quale il promemoria del
Vaticano domandava cominciasse dal fiume, per
avere in questo una visibile linea di confine
che comprendesse i Borghi e altro territorio
notevole di là dal Vaticano. Orlando
preferiva invece che il territorio cominciasse
con il Vaticano e si estendesse dietro questo
per escludere una parte molto abitata della
città. Si concluse che la questione del
territorio si sarebbe potuta più
agevolmente discutere poi, perché, una volta
assodata la base territoriale, la maggiore o
minore estensione del territorio stesso
diventava una questione intorno alla quale
sarebbe stato facile trattare. Un altro punto
importante della discussione fu intorno al
riconoscimento delle altre Potenze, perché,
secondo il promemoria, il territorio
Pontificio avrebbe dovuto essere garantito
anche dalle altre nazioni. Questa garanzia si
sarebbe potuta chiedere e ottenere attraverso
la Società delle Nazioni, che appariva
allora all'orizzonte e della quale in quel
momento si aveva un concetto molto maggiore di
quella che fu poi la realtà. L'on.
Orlando disse che l'Italia stessa avrebbe
domandato a questo scopo l'entrata della Santa
Sede nella Lega.
Il
9 giugno Brambilla, per incarico di Orlando,
andò da Monsignor Cerretti a dirgli che
il Presidente aveva incaricato l'on. Colosimo
di informare del progetto tutti i Ministri ed
il Re, ed infatti in quei giorni i giornali
annunziarono che l'on. Colosimo era stato
ricevuto dal Sovrano. Ma il 15 giugno, l'on.
Orlando, tornato a Roma, ed affrontato il voto
della Camera, si trovò in minoranza e
diede le dimissioni.
Di
queste trattative si ha la documentazione
nelle note tanto di Mons. Kelly, quanto di
Mons. Cerretti, ora Cardinale. Le note anzi di
Mons. Cerretti, furono mostrate qualche tempo
dopo gli avvenimenti allo stesso on. Orlando,
che le trovò pienamente esatte.
Le
conversazioni con i successori di Orlando -
pre-fascismo - non ebbero altra base che
quella stessa che era stata messa con l'on.
Orlando, e furono anche meno importanti di
quelle avvenute con quest'ultimo.
Intanto
la Francia ritornava a Roma, chiudendo la
parentesi della rottura prodotta dalla visita
di Loubet al Re d'Italia nel 1904. Millerand,
in nome del Governo Francese, così si
esprimeva: «il Governo della Repubblica
giudica venuto il momento di riannodare col
Governo Pontificio le nostre relazioni
tradizionali. Il Governo Francese deve essere
presente laddove si dibattono questioni che
interessano la Francia. Questa non potrebbe
restare più a lungo assente dal Governo
Spirituale, presso il quale la più
parte degli Stati hanno avuto cura di farsi
rappresentare».
Tutti
gli Stati, signori, meno l'Italia. Vi
consiglio di procurarvi l'Annuario Pontificio
del 1929, perché vi troverete l'elenco di
tutti i diplomatici accreditati presso la
Santa Sede, e avrete anche una idea della
potentissima organizzazione cattolica in tutto
il mondo.
Naturalmente,
il ritorno della Francia a Roma suscitò
delle polemiche di cui è rimasta
traccia in una pubblicazione del Ministero
degli Esteri, che vi consiglio di leggere
anche per abbreviare il mio discorso. È
intitolata: «Una nuova discussione su i
rapporti fra la Chiesa e lo Stato in Italia».
Tutti
i giornali dell'epoca avvertivano essere ora
di concludere e che, essendo oramai tutte le
Potenze civili rappresentate presso il
Vaticano, era veramente, alla fine, grottesco
che non vi fosse rappresentata la Potenza
Italiana. Si pubblicarono degli opuscoli
curiosi, in quel periodo di tempo. Uno di
questi opuscoli, a firma Constantinus, -
qualcuno volle vedervi sotto un eminentissimo
personaggio della Corte Vaticana, ma in realtà
si trattava di un importante personaggio sì,
ma laico, - annunziava e proponeva uno schema
di Trattato di Pace tra l'Italia e la Santa
Sede. All'art. 2 diceva: «le Alte Parti
contraenti dichiarano a vicenda di riconoscere
pacifica la situazione territoriale
determinatasi dopo quell'epoca, salvo quanto
è stabilito nel seguente Trattato».
Quindi, uno stato di fatto che doveva
diventare uno stato di diritto.
Di
notevole importanza un opuscolo, intitolato:
Il partito popolare - quello defunto - e la
Questione Romana, nel qual si affermava che
bisognava riconoscere la sovranità
della Santa Sede sui Palazzi Vaticani.
Altro
avvenimento di maggiore importanza fu la
deliberazione con cui il Papa non faceva più
proteste per visite di Sovrani cattolici a
Roma. Eravamo entrati in un periodo di
distensione dei nervi. Questa distensione si
accrebbe con l'assunzione alle Somme Chiavi di
Papa Achille Ratti, quando, per la prima volta
dopo il 1870, il Papa apparve alla loggia
esterna di San Pietro e benedisse la folla
immensa.
Gli
italiani ebbero l'impressione che, con questo
Pontefice, qualche cosa si sarebbe concluso.
E, naturalmente, le speranze precedettero gli
eventi e si credette che la cosa sarebbe stata
facile, semplice, rapida. Si pensava che il
nuovo Papa non avrebbe insistito sulla
posizione ormai tradizionale di tutti i
Pontefici. Errore. Difatti, nella prima
Enciclica di Pio XI, il punto di vista
riaffermato continuamente dalla Santa Sede
veniva ancora una volta illustrato. Si
ricordavano in essa la natura divina della
sovranità Pontificia, gli inviolabili
diritti delle coscienze di milioni di fedeli
in tutto il mondo e la necessità che
questa stessa sovranità non apparisse
soggetta ad alcuna umana autorità o
legge, sia pure una legge che portasse delle
guarentigie per la libertà del Romano
Pontefice, ma fosse del tutto indipendente e
tale anche manifestamente apparisse.
*
* *
Intanto
il Fascismo faceva una politica religiosa,
sanamente religiosa. I fatti di questa
politica vi sono stati prospettati qui da
molti oratori; non avevamo fobie, né
scrupoli.
Il
Fascismo fu il primo a proteggere le
processioni: grandi centenari si svolsero
nella più grande tranquillità;
l'anno del Giubileo fu perfetto. Fascisti
della prima ora figuravano nel comitato per il
Congresso Eucaristico a Bologna. Politica
sincera, risultato di posizioni dottrinali
nettamente stabilite.
Si
andò anche più in là: si
cercò di rivedere tutta la materia
della legislazione ecclesiastica.
*
* *
Tuttavia,
quando pareva si dovesse concludere, il 18
febbraio 1926, riferendosi ai lavori compiuti
dalla Commissione mista per la riforma della
legislazione ecclesiastica, il Papa affermava:
«che nessuna conveniente trattativa,
nessun legittimo accordo aveva avuto luogo, né
poteva aver luogo, finché durasse l'iniqua
condizione fatta alla Santa Sede e al Romano
Pontefice».
Voi
vedete da queste citazioni che la
intransigenza dei Papi da questo punto di
vista è stata sempre immutabile.
Questa
ultima dichiarazione del Papa ha la data del
18 febbraio 1926. Siamo nell'anno in cui
cominciano le trattative. Nell'estate del 1926
io non pensavo, a dirvelo schiettamente, a
risolvere la Questione Romana. C'era un
problema che mi angustiava in quell'epoca, il
problema della lira. Sentivo quel problema
come uno dei problemi del Regime, del
prestigio, della dignità, della solidità
del Regime. E ancora oggi, su questo campo,
sono intrattabile e inesorabile.
Apro
una parentesi per mandare un saluto reverente
alla memoria del prof. Barone; uno della
Commissione dei 18, giurista di alta fama,
fascista, il quale si era dato a queste
trattative con un'ansia, con un fervore e con
una diligenza d'italiano e di fascista
veramente ammirevoli. Si può dire che
egli è morto sulla breccia, tanta era
l'ansia, con cui seguiva queste lunghe
faticose trattative.
Dal
suo diario, che io possiedo, risulta che, in
data 5 agosto 1926, un Monsignore manifestò
al prof. Barone la possibilità di
iniziare trattative per risolvere la Questione
Romana. Nell'agosto '26 si ha un colloquio
Barone-Pacelli; il 23 agosto '26 il
Consigliere Barone, a seguito di due
precedenti colloqui, espone, in un suo
rapporto scritto, quali siano i capisaldi dei
propositi della Santa Sede per la sistemazione
della Questione Romana. Il 4 ottobre 1926,
Mussolini consegna al Consigliere Barone un
autografo col quale lo incarica di chiedere
alla Santa Sede a quali condizioni sia
disposta ad addivenire ad una amichevole,
generale, definitiva sistemazione dei suoi
rapporti con lo Stato italiano. Il 6 ottobre
il Cardinale Gasparri scrive a Pacelli
rispondendo, in massima, in modo affermativo
alle richieste.
Il
10 dicembre 1926 S. M. il Re autorizza
l'apertura delle trattative ufficiali.
*
* *
Nell'agosto
1926 la Santa Sede poneva le seguenti
proposizioni: l'iniziativa deve muovere dal
Governo italiano; il Governo italiano deve
dichiarare che le trattative si svolgeranno
prescindendo dalla legge sulle guarentigie;
sulle trattative deve essere mantenuto il più
assoluto segreto. E infatti è evidente
che se abbiamo concluso, lo si deve anche alla
magnifica disciplina che abbiamo imposto al
popolo italiano.
*
* *
In
data 24 ottobre 1926 il Cardinale Segretario
di Stato fissava i seguenti punti:
«1.
- la condizione che si vuol fare alla Santa
Sede deve essere conforme alla sua dignità
e alla giustizia;
2.
- perciò essa deve essere tale che le
garantisca piena libertà e
indipendenza, non solamente reale ed
effettiva, ma anche visibile e manifesta, con
territorio di sua piena ed esclusiva proprietà,
sia di dominio che di giurisdizione, come
conviene a vera sovranità, e
inviolabile a ogni evenienza;
3.
- per questi motivi, e anche perché trattasi
di cosa che evidentemente esorbita dai confini
dell'Italia, è necessario che il nuovo
assetto politico territoriale sia riconosciuto
dalle Potenze;
4.
- spetterà al Governo Italiano
assicurare, in via di massima, tale
riconoscimento almeno da parte delle Potenze
europee, con le quali la Santa Sede e l'Italia
hanno rapporti diplomatici, prima di aprire le
trattative ufficiali;
5.
- alla convenzione politica conviene abbinare
una convenzione concordataria che regoli la
legislazione ecclesiastica in Italia;
6.
- è appena necessario aggiungere che le
eventuali convenzioni dovranno essere sempre
approvate dalla autorità politica e
costituzionale in Italia, cioè dal Re e
dal Parlamento ».
Finalmente,
in data 31 dicembre 1926, io indirizzavo
questa lettera a S. E. il Cardinale Segretario
di Stato: - «Eminenza! Con riferimento
allo scambio di idee avvenuto a mezzo dei
nostri fiduciari, Consigliere Barone e prof.
Pacelli, in ordine alla possibilità di
addivenire a una definitiva e irrevocabile
sistemazione dei rapporti tra il Regno
d'Italia e la Santa Sede, sistemazione la
quale, assicurando alla Santa Sede una
posizione di sua soddisfazione, dia luogo al
riconoscimento da parte della medesima degli
avvenimenti che culminarono nella
proclamazione di Roma Capitale del Regno
d'Italia, sotto la Dinastia di Casa Savoia, mi
è grato di indirizzare a Lei lo stesso
Consigliere di Stato dott. prof. Barone, cui
conferisco incarico ufficiale di trattare per
la formale sistemazione di detti rapporti.
«Queste
trattative, alle quali sono autorizzato da S.
M. il Re, si svolgeranno da parte del
Consigliere Barone, con la più assoluta
segretezza e ad referendum. Nella fiducia che
esse meneranno a risultato favorevole e che in
tal modo potrà essere preparata una
nuova era nei rapporti tra l'Italia e la
Chiesa, mi è grato rinnovare a V. E. le
espressioni del mio profondo ossequio».
Siamo,
dunque, alla fine del 1926. Avete veduto come
erano poste le premesse dei negoziati. Ecco
che, in questo scorcio del 1926, io mi sono
trovato di fronte a una di quelle
responsabilità che fanno tremare le
vene e i polsi di un uomo. Responsabilità
tremenda che non solo risolveva una situazione
del passato, ma anche impegnava il futuro! E
non potevo chiedere consiglio a chicchessia;
solo la mia coscienza mi doveva segnare la
strada attraverso penose, lunghe meditazioni.
Ma
io pensavo e penso che una rivoluzione
è rivoluzione solo in quanto affronta e
risolve i problemi storici di un popolo.
È una rivoluzione il Risorgimento perché
affrontò il problema capitale dell'unità
e dell'indipendenza italiana; rivoluzione
è quella Fascista, che crea il senso
dello Stato e risolve, man mano che si
presentano, i problemi che il passato le ha
lasciato. La Rivoluzione doveva affrontare
questo problema, pena la sua impotenza; e le
soluzioni erano queste: o dichiarare abolita
la legge delle guarentigie e dire: la
Rivoluzione Fascista considera il Sommo
Pontefice alla stregua del supremo moderatore
delle Tavole Valdesi o del Gran Rabbino,
soluzione assurda e di un rischio enorme,
oppure conservare lo status quo, continuare in
questa atonia, in questa cronicità
esasperante, indegna di una Rivoluzione.
La
terza strada era quella di affrontare il
problema in pieno. Perché, quando si diceva:
«occorre una sovranità»,
non si sapeva quali confini questa sovranità
dovesse avere. Si andava dal Po al Garigliano.
Era la città leonina? Era soltanto il
Vaticano? Nessuno poteva rispondere a queste
domande prima di averle poste a chi di
ragione.
Ebbene,
o signori, non abbiamo risuscitato il potere
temporale dei Papi: lo abbiamo sepolto. Coi
Trattato dell'11 febbraio nessun territorio
passa alla Città del Vaticano
all'infuori di quello che essa già
possiede e che nessuna forza al mondo e
nessuna rivoluzione le avrebbe tolto. Non si
abbassa la bandiera tricolore, perché là
non fu mai issata.
Quando
gli inglesi ci lasciarono il Giubaland,
all'atto di ammainare la bandiera, la misero
in un barile di terra perché volevano che la
bandiera inglese fosse ammainata sopra una
terra che essi avrebbero portato con loro.
Questo vi dice che cosa è la bandiera,
che cosa rappresenta nell'anima e nello
spirito di una Nazione la bandiera.
E
se non vi è cessione di territorio, vi
è forse passaggio di sudditi? Nessuno,
nessun italiano che non lo voglia per sua
propria spontanea volontà, diventerà
suddito di quello Stato che noi, con atto
spontaneo della nostra volontà di
fascisti e di cattolici, abbiamo creato.
Ora,
stando così le cose, io mi decisi a
continuare le trattative. Bisogna riconoscere
che, dall'altra parte, le difficoltà
erano notevoli. C'è tutta una
tradizione ininterrotta di Papi che avevano
reclamato per lo meno Roma, e un Pontefice
doveva assumersi la veramente terribile
responsabilità di cambiare indirizzo a
questa azione. Anche il Santo Padre doveva
consultare la propria coscienza, perché,
probabilmente, se avesse chiesto consiglio
attorno, molti, quelli che ancora sognano i
vecchi tempi, quelli che hanno ancora negli
orecchi le memorie dell'Orénoque, o le
nostalgie dell'intervento straniero, molti di
costoro avrebbero agito per dissuaderlo.
Abbiamo
avuto la fortuna di avere dinanzi a noi un
Pontefice veramente, italiano. Egli non si
dorrà, io credo, se la Camera Fascista
gli ha tributato questo plauso sincero. Egli
è il Capo di tutti i cattolici, la sua
posizione è supernazionale. Ma egli
è nato in Italia, in terra lombarda e
ha, della gente lombarda, la soda praticità
e il coraggio delle iniziative. È un
uomo che ha molto vissuto all'estero; ciò
ha molto acuito, non attenuato, il suo senso
di italianità; egli è uno
studioso, che accoppia a un sentimento
fervidissimo una dottrina formidabile; egli,
sopra tutto, sa che il Regime Fascista
è un Regime di forza, ma è
leale: dà quello che dà e non di
più, e lo dà con schiettezza,
con franchezza, senza sotterfugi; egli sa che
ci sono delle questioni nelle quali siamo
intransigenti al pari di Lui. Se durante tutto
il 1927 le cose stagnarono e tutto si limitò
al mantenimento di personali contatti, ciò
si deve al dissidio determinato per
l'educazione delle giovani generazioni, per la
questione dei boy-scouts cattolici, questione
la cui soluzione voi conoscete.
Un
altro Regime che non sia il nostro, un Regime
demoliberale, un Regime di quelli che noi
disprezziamo, può ritenere utile
rinunziare all'educazione delle giovani
generazioni. Noi, no.
In
questo campo siamo intrattabili. Nostro deve
essere l'insegnamento. Questi fanciulli
debbono essere educati nella nostra fede
religiosa, ma noi abbiamo bisogno di integrare
questa educazione, abbiamo bisogno di dare a
questi giovani il senso della virilità,
della potenza, della conquista; sopra tutto
abbiamo bisogno di ispirare loro la nostra
fede, e accenderli delle nostre speranze.
Nel
1928 conclusa la parentesi «scoutistica»,
le trattative riprendevano. La Santa Sede
aveva chiesto, non veramente in sovranità,
ma in proprietà, il terreno intermedio
che nomasi la «Valle del Gelsomino»
e Villa Doria Pamphilj. Si pensava di mettere
nella Villa Doria Pamphilj tutte le Legazioni
e le Ambasciate. Questo feriva la mia
sensibilità. Io proposi, se veramente
la Santa Sede teneva a questa villa, che essa
vi riconoscesse in modo indubbio e non
equivocabile la sovranità dello Stato
italiano, pagando il canone annuo di una lira.
È il canone abituale quando si vuole
essere gentili. Nello stesso periodo di tempo
andai a Racconigi ed informai di ciò S.
M. il Re.
È
dall'8 novembre 1928 che le trattative
volgono, si può dire, a compimento,
perché il Papa mi fa sapere che rinuncia a
Villa Doria Pamphilj e al territorio
intermedio. Infatti, mentre la cessione
avrebbe ferito la nostra coscienza di
italiani, a che cosa avrebbe giovato all'altra
parte? La Città del Vaticano è
grande per quello che è, per quello che
rappresenta, non per un chilometro quadrato in
più o in meno. Bisogna riconoscere che,
da questo punto di vista, il Santo Padre
è venuto egregiamente incontro al
desiderio del Governo italiano. Voglio dire di
più, che all'ultimo minuto, il 10
febbraio, alla vigilia della firma degli
accordi, quando si trattava di cedere 500
metri quadrati perché sorgesse una cancellata
di fronte al Santo Uffizio, quando il Santo
Padre seppe che questo turbava la mia
coscienza di geloso custode dell'integrità
territoriale dello Stato, che non può
pensare se non ad accrescere questo
territorio, giammai a diminuirlo, il Santo
Padre andava ancora oltre i miei desideri, e
poiché sarebbe stato un po' grottesco che la
facciata di un edificio fosse stata posta a
confine di uno Stato, rinunciava all'intero
edificio e annessi e lo passava nel novero
degli altri che godono soltanto dell'immunità
diplomatica.
Dopo
la morte del compianto Barone io sentii quasi
come un avvertimento del destino. La voce dei
negoziati era ormai di dominio pubblico in
tutto il mondo. Bisognava affrettare i tempi.
*
* *
Talune
residuali cellule massoniche, che io ho
identificato in tutte le città dove
hanno affiorato attraverso certe pubblicazioni
di giornali, e simili manifestazioni più
o meno vociferatorie, hanno cominciato col
sorprendersi che i testi di questi protocolli
recassero, a guisa di preambolo, l'invocazione
alla SS. Trinità. Permettetemi che io
vi erudisca; non c'è nulla di
straordinario per cui si possa pensare che lo
Stato, in qualche guisa, sia venuto meno a se
stesso e alla sua dignità. Non vogliamo
proprio risalire a Giustiniano perché
dovremmo riportarci al 533, ma sta di fatto
che anche nei pubblici trattati tra potenze
laiche, quasi sempre fu premessa questa
formula.
Gli
esempi sovrabbondano.
*
* *
Le
trattative sono durate trenta mesi. Vi ha
avuto grandissima parte l'avv. Pacelli, il
quale ha rivelato un animo di forte italiano e
di fervente cattolico. L'avv. Pacelli, come
lui stesso ha dichiarato, è stato
ricevuto non meno di 150 volte dal Sommo
Pontefice; il Trattato è stato redatto
venti volte, prima di essere licenziato nella
sua veste definitiva.
Voi
conoscete l'insieme degli atti. Si tratta di
un accordo politico, di una convenzione
finanziaria e di un Concordato. Mi occuperò
di ognuno di questi protocolli. Il più
importante evidentemente è il Trattato.
Con esso si sana la Questione Romana, anzi,
come è detto testualmente, si risolve e
si elimina irrevocabilmente; essa è
finita, sepolta, non se ne parlerà più,
e si crea la Città del Vaticano.
Contropartita di questa creazione è da
parte del Sommo Pontefice il riconoscimento
esplicito e solenne del Regno d'Italia, sotto
la Monarchia di Casa Savoia, con Roma Capitale
dello Stato italiano.
Avvertite,
dunque: c'è la Città del
Vaticano, e poi c'è Roma. Dai tempi di
Augusto bisogna arrivare al 1870 per trovare
ancora una volta Roma capitale dell'Italia ;
ma dal 1870 al 1929 c'era ancora una riserva,
ancora un'ipoteca di natura morale. Questa
ipoteca e questa riserva da parte della più
alta autorità religiosa del mondo,
scompaiono oggi. Roma è soltanto del
Regno d'Italia e degli italiani.
Io
spero che voi avvertirete l'enorme importanza
di questo fatto. D'altra parte, a prescindere
dalla constatazione che sul Vaticano non fu
mai compiuto atto di sovranità
italiana, nessuno, neanche il più
fanatico dell'integrità territoriale,
potrà sentirsi diminuito per i 44
ettari che formano la Città del
Vaticano; quando, poi, togliete la Piazza San
Pietro e la Chiesa vastissima che rimangono di
uso promiscuo, la superficie di questa divina
Città, di questo Stato, si riduce
ancora: è, in ordine di grandezza,
veramente irrilevante.
*
* *
Naturalmente
questa Città del Vaticano è
ancora uno Stato sui generis, per il fatto che
è circondata da tutti i lati da un
altro Stato, per il fatto che ha zone nel suo
stesso territorio, di uso promiscuo collo
Stato confinante e per altre peculiarità
che formeranno la delizia dei commentatori tra
qualche tempo.
Io
prevedo un'altra abbondantissima letteratura
sull'avvenuta soluzione della Questione
Romana; ma l'importante è questo:
primo, che malgrado certe riserve che avrete
notato nelle lettere che ho letto, riserve
iniziali, la soluzione è italiana, e
nessun'altra potenza vi ha messo verbo. Di più,
la Città del Vaticano si dichiara, e
noi la dichiariamo perché il testo reca anche
la firma del Governo italiano, territorio
neutrale ed inviolabile. È evidente che
noi saremo i necessari garanti di questa
neutralità e di questa inviolabilità,
in quanto che, nella remota ipotesi che
qualcuno volesse ferirla, dovrebbe prima
violare il nostro territorio.
Del
resto, noi avremo tutto l'interesse che il
Pontefice possa esercitare quella che nel
Trattato è giustamente definita «la
sua pastorale missione» in perfetta
indipendenza di sostanza e di forma, tra la
simpatia di tutto il popolo italiano.
Finalmente, vi è un'altra condizione
nel Trattato, sulla quale richiamo la vostra
attenzione, ed è questa: che la Città
del Vaticano si dichiara fin da questo
momento, e noi vi abbiamo apposto la nostra
firma, estranea a tutte le competizioni di
ordine temporale che potessero sorgere tra gli
Stati, e a tutti i congressi indetti per tale
scopo, quindi non solo per i congressi
straordinari, ma anche per i congressi
ordinari quale è la Società
delle Nazioni.
Anche
le superstiti cellule, di cui parlavo poco fa,
riconoscono che il Trattato è buono e
salvaguarda in pieno l'integrità dello
Stato. Non ha in sé pericoli. Pensate a quel
che era lo Stato Pontificio - quando
comprendeva la Romagna, l'Umbria, le Marche e
il Lazio - e quando doveva fare una politica
di pace e di guerra con i diversi Stati per
sostenersi.
Oggi,
giustamente, il Santo Padre può
affermare che la migliore difesa della sua
sovranità sta nella limitazione del
territorio della Città del Vaticano.
Era così poco ansioso di avere dei
sudditi, forse pensando che il più
tranquillo sovrano è quello che non ha
sudditi, che ha pregato di andarsene tutti
coloro che, durante secoli, si erano
infiltrati nelle anfrattuesità del
Vaticano. La cittadinanza del nuovo Stato
è una cittadinanza un po' paradossale.
Non si nasce cittadini, si diventa per un atto
della propria volontà e si resta
cittadini, finché si ha il domicilio stabile
là dentro. Una volta che il domicilio
stabile cessi, si appartiene ad un'altra
nazionalità. D'altra parte, la
limitazione numerica di questi cittadini
è data dalla consistenza territoriale
di questo Stato. Si può calcolare
quanti uomini possono abitare su 44 ettari di
terra! Tutte le preoccupazioni, dunque, sono
completamente infondate.
Vengo
alla convenzione finanziaria e al Concordato.
Quando si è saputo che esisteva una
convenzione finanziaria, anzitutto, per
arrotondare le cifre, si è detto che si
trattava dì due miliardi. Molto meno!
Si tratta, infatti, di 750 milioni in contanti
e di un miliardo di Consolidato, il quale però,
non è piacevole il constatarlo, si può
comperare oggi con 800 milioni.
Sono
dunque 1550 milioni, ma di lire carta. Bisogna
dividere per tre e sessantasei: sono 400
milioni di lire oro. Poco, quando voi pensate,
e scommetto che non ve ne spaventate affatto,
che noi abbiamo duecento miliardi di debiti.
La cifra è una di quelle che fanno
rabbrividire, ma noi rimandiamo i brividi a
migliore stagione. Cosa sono 400 milioni di
lire oro? Tuttavia la curiosità del
pubblico si è manifestata: «Come
farete a pagare? Soprattutto, come farete a
trovare un miliardo di Consolidato?».
Rispondo a questi interrogativi, che io
riconosco legittimi. I provvedimenti che si
stanno predisponendo presso il Ministero delle
Finanze sono tali che si potrà far
fronte agli impegni assunti senza aumentare il
debito pubblico e senza ricorrere al mercato.
È
a proposito del Concordato che la critica
vociferatoria all'interno e all'estero ha
puntato e aguzzato i suoi strali. Ha torto però,
perché io dimostrerò che il Concordato
concluso con la Santa Sede è il
migliore dal punto di vista dello Stato. Ve lo
dimostrerò, o signori, e soprattutto
vorrei dimostrarlo a quelli che hanno
palesato, nella fattispecie, una singolare
ignoranza della situazione. Io paragonerò
il nostro Concordato con i quattro Concordati
stipulati dalla Santa Sede dopo la guerra, con
la Lettonia, la quale è una repubblica
baltica che ha soltanto il 23 per cento di
cattolici; con la Lituania, altra repubblica
che ha l'85 per cento di cattolici; con la
Polonia che, su 30 milioni di abitanti, ha
soltanto il 63 per cento di cattolici di rito
latino e l'11 per cento di rito greco, e con
la Baviera che è cattolica, ma che
appartiene alla repubblica del Reich.
*
* *
Ma
nel nostro vi è un'aggiunta, e su
questa si sono sbizzarrite le fantasie:
«In considerazione del carattere sacro
della Città eterna, sede vescovile del
Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e
meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà
cura di impedire in Roma tutto ciò che
possa essere in contrasto col detto carattere».
Invece che «avrà cura» si
voleva si dicesse: «assume impegno».
Ho preferito la formula generica, perché,
quando si prendono impegni, si firma una
cambiale, e le cambiali bisogna pagarle.
Ma
io trovo che è stupefacente lo stupore
di coloro che si sono appuntati su questa
seconda parte dell'articolo. Ma chi è
quel barbaro che può negare il
carattere sacro di Roma? Se voi togliete dalla
storia del mondo la storia dell'Impero romano,
non resta che poco. Se i Romani non avessero
in ogni terra lasciato i loro monumenti dal
Marocco ad Angora, la nuova capitale della
giovane ed amica Turchia, che conserva ancora
una lapide col testamento di Augusto, tutta la
storia di Roma apparirebbe come una fantastica
leggenda. Ma Roma è sacra, perché fu
capitale dell'Impero e ci ha lasciato le norme
del suo Diritto e le sue reliquie venerabili e
memorabili che ancora ci commuovono quando
balzano ad ogni momento dalla terra appena
frugata. Ma poi è sacra ancora perché
è stata la culla del cattolicismo.
Tutti i poeti di tutti i tempi ed uomini di
tutti i popoli hanno riconosciuto il carattere
sacro di Roma!
Qualche
volta è motivo di riflessione e di
orgoglio pensare che in questo piccolo
territorio, tra sette colli e un fiume, si
è svolta tanta parte della storia del
mondo! Roma ha un carattere sacro, anche perché
qui fu portato il Fante Ignoto, simbolo di
tutti i sacrifizi di quattro anni della nostra
guerra vittoriosa, e ancora bisognerà
ricordare che sul Campidoglio, sul colle sacro
dell'umanità, c'è un'Ara che
ricorda i caduti della nostra Rivoluzione!
Questo
carattere sacro di Roma noi lo rispettiamo. Ma
è ridicolo pensare, come fu detto, che
si dovessero chiudere le Sinagoghe!
*
* *
Né
bisogna pensare che Roma diventerà una
città tetra, dove non ci si potrà
più onestamente divertire. Intanto vi
dichiaro che non mi dispiace che Roma abbia un
suo carattere di gravità. Era quello
che si rimproverava a Cromwell quando il
puritanesimo lottava contro il realismo. Si
rimproveravano i puritani di avere un
atteggiamento grave. Lo avevano perché
difendevano la vita dell'Inghilterra, perché
ne difendevano il carattere, ne preparavano
l'avvenire, sia pure attraverso terribili
guerre civili, nelle quali perivano Re e
Ministri.
Città
seria, ma che saprà divertirsi. Del
resto, durante il dominio dei Papi ci si
divertiva benissimo a Roma.
*
* *
Si
è detto: in questo Concordato voi fate,
dal punto di vista degli obblighi militari,
delle concessioni di privilegio agli
ecclesiastici. Ebbene, queste concessioni
figurano anche in tutti i Concordati
precedenti, dai quali io, rappresentante di
una Nazione prevalentemente, anzi totalmente
cattolica, non potevo prescindere. L'articolo
5 del Concordato polacco è quasi
letteralmente simile all'articolo 3 del
Concordato italiano. Ma l'articolo 5 del
Concordato lituano va molto più in là.
*
* *
Veniamo
all'articolo 5. Vi si parla degli apostati o
irretiti da censura. Su questo articolo c'è
stata una discussione assai lunga. Intanto non
avrà valore retrospettivo. Ce n'è
un migliaio di questi individui che si trovano
in tale situazione peculiare. Costoro
rimarranno dove sono.
*
* *
Per
quello che concerne l'articolo 8 si è
parlato di Foro ecclesiastico. No, non esiste
Foro ecclesiastico, esiste soltanto nello
Stato italiano il Foro civile. L'articolo 8
del Concordato italiano è molto men
grave dei corrispondenti articoli degli altri
Concordati coi quali sto paragonando il
nostro.
*
* *
Che
cosa facciamo noi ? Comunichiamo l'avvenimento
all'Ordinario diocesano, perché prenda le sue
decisioni in ordine alla gerarchia
ecclesiastica. Ma poi i casi sono due: o
trattasi di un delitto comune, e allora
l'ecclesiastico viene ridotto allo stato
laicale e segue la sorte di tutti i condannati
comuni; o è un delitto politico, e
allora il prevenuto o il condannato avrà
tutte le agevolazioni che abbiamo consentito a
tutti coloro che sono rei dei delitti del
genere.
Un
giornalista straniero ha detto che con questo
articolo l'Italia è alla merce del
Vaticano e che nessuno, all'infuori degli
ecclesiastici, potrà godere di simile
privilegio. Sarà dunque necessario di
dire che il Gran Maestro della massoneria
Domizio Torrigiani, da quando fu colpito da
incipiente cecità, fu tratto dal
confino e messo in una clinica dell'Italia
centrale ? Che meraviglia, allora, se domani
un Cardinale, ipotesi che ritengo
assolutamente assurda, o un Vescovo o un
sacerdote condannato per delitto politico
siano trattati con i riguardi che tutti i
Regimi hanno per questo genere di reati ?
Si
è parlato di diritto d'asilo. Se un
delinquente fugge in una Chiesa, i Carabinieri
gli correranno dietro e lo acciufferanno.
D'altra parte è noto che i delinquenti
hanno un sacro terrore di fuggire in Chiesa.
Temono forse i fulmini della Divinità,
oltre che le manette dei Carabinieri! È
evidente che, salvo questi casi d'urgenza, la
forza pubblica non ha nessun particolare
interesse di entrare in Chiesa, se non vi sia
chiamata.
*
* *
Tutto
quello che concerne l'assistenza ai militari
è già in atto. Le stesse
clausole figurano nei Concordati polacco e
lituano. Per quello che riguarda la scelta
degli Arcivescovi e dei Vescovi, non abbiamo
fatto che prendere le clausole dei Concordati
precedenti. Per il giuramento abbiamo preso,
come suol dirsi, la clausola della nazione più
favorita, cioè la formula del
giuramento polacco. Per tutto quello che
concerne la nuova sistemazione degli enti e
dei beni ecclesiastici, vi parlerà con
la sua particolare competenza il collega
Guardasigilli.
Adesso
veniamo all'articolo 34, l'articolo del
matrimonio. Voi sapete a che cosa era ridotto
il matrimonio civile in questi ultimi tempi.
Siamo noi Fascisti che gli abbiamo dato un po'
di stile. Per i piccoli paesi era una cosa
qualche volta assolutamente farsesca, con
scarsissima dignità, con testimoni
racimolati all'ultimo minuto.
Pareva
che tutto lo Stato fosse oramai in questi
articoli del Codice civile. Voi conoscete, del
resto, quante discussioni sono state fatte in
Italia su questo argomento. Orbene, onorevoli
camerati, in quasi tutti i Paesi civili il
matrimonio religioso ha gli effetti civili, in
Austria il matrimonio religioso fra i
cattolici è valido agli effetti civili
senza bisogno di alcuna formalità, il
matrimonio civile è riservato soltanto
ai «Konfessionslos » o a sposi di
culto diverso.
Non
siamo dunque soli in questa determinazione di
dare, sotto opportune cautele, la validità
civile al matrimonio religioso. Molti hanno
visto questo problema dal punto di vista
metafisico; io lo vedo anche dal punto di
vista della comodità. I Comuni in
Italia sono 8000, le parrocchie 15.000; che
cosa abbiamo fatto? Abbiamo dato al cattolico
la possibilità , se lo vuole, di fare
la stessa cosa nello stesso tempo e con lo
stesso personaggio. Se ciò incoraggerà,
insieme con la diminuita età, i
matrimoni, e se da questi matrimoni nascerà
un'abbondante prole, io ne sarò
particolarmente felice. Veniamo
all'insegnamento religioso, contemplato
nell'art. 36 del nostro Concordato.
*
* *
Notate
che ho respinto nella maniera più
categorica la richiesta d'introdurre
l'insegnamento religioso anche nelle Università.
La Santa Sede si è convinta che
sarebbe, allo stato degli atti, un grave
errore.
*
* *
L'articolo
37 italiano, corrisponde (in senso più
estensivo) all'articolo 7 paragrafo 2 del
Concordato bavarese: «Agli scolari degli
istituti elementari, medii e superiori, deve
essere dato, d'accordo colle superiori autorità
ecclesiastiche, modo opportuno e conveniente
di adempiere i loro doveri religiosi».
Come
vedete, anche per queste clausole nulla si può
dire che possa essere interpretato come
diminuzione della giurisdizione e sovranità
dello Stato. Escluso dall'Università
l'insegnamento religioso, resta da determinare
come questo insegnamento, che è d'altra
parte facoltativo, dovrà svolgersi
nelle scuole medie. È evidente che non
potrà svolgersi sotto la semplice
specie catechistica. Bisognerà che si
svolga sotto la specie morale e storica, perché
deve essere attraente ed interessante,
altrimenti potrebbe dare l'effetto contrario.
Sono
arrivato a un altro punto importante del
Concordato quello che concerne l'Azione
Cattolica.
Intanto
l'articolo 43 del nostro Concordato figura nel
Concordato lèttone all'articolo 13 che
dice: «La Repubblica di Lettonia non
porrà ostacoli all'attività -
controllata dall'Arcivescovo di Riga - delle
Associazioni Cattoliche di Lettonia, le quali
avranno gli stessi diritti che le altre
Associazioni riconosciute dallo Stato».
L'articolo
25 del concordato lituano è invece più
esplicito ancora e dice: «Lo Stato
accorderà piena libertà
d'organizzazione e di funzionamento alle
Associazioni aventi scopi principalmente
religiosi, facenti parte dell'Azione Cattolica
e come tali dipendenti dall'Autorità
dell'Ordinario».
Ciò
precisato, non v'è dubbio che, dopo il
Concordato del Laterano, non tutte le voci che
si sono levate nel campo cattolico erano
intonate. Taluni hanno cominciato a fare il
processo al Risorgimento; altri ha trovato che
la statua di Giordano Bruno a Roma è
quasi offensiva. Bisogna che io dichiari che
la statua di Giordano Bruno, malinconica come
il destino di questo frate, resterà
dove è. È vero che quando fu
collocata in Campo di Fiori, ci furono delle
proteste violentissime; perfino Ruggero Bonghi
era contrario, e fu fischiato dagli studenti
di Roma; ma ormai ho l'impressione che
parrebbe di incrudelire contro questo
filosofo, che se errò e persisté
nell'errore, pagò. Naturalmente non
è nemmeno da pensare che il monumento a
Garibaldi sul Gianicolo possa avere
un'ubicazione diversa. Nemmeno dal punto di
vista del collo del cavallo. Credo che
Garibaldi può guardare tranquillamente
da quella parte, perché oggi il suo grande
spirito è placato! Non solo resterà,
ma nella stessa zona sorgerà, a cura
del Regime Fascista, il monumento ad Anita
Garibaldi.
Si
è notato che taluni elementi cattolici,
specialmente fra quelli che non hanno tagliato
tutti i ponti con le ideologie del partito
popolare, stavano intentando dei processi al
Risorgimento. Si leggevano appelli di questo
genere: moltiplichiamo le file, stringiamo i
ranghi, serriamo le schiere, ecc., ecc. ;
naturalmente, di fronte a questo frasario, si
è tratti a domandarsi: ma che cosa
succede ? È curioso che in tre mesi io
ho sequestrato più giornali cattolici
che nei sette anni precedenti! Era questo
forse l'unico modo per ricondurli
nell'intonazione giusta!
Non
mi piacciono gli individui che hanno l'aria di
sfondare energicamente delle porte che sono già
state energicamente sfondate! Così
taluni elementi avevano l'aria preoccupata,
tragica, come per difendersi da pericoli che
non esistono. Ragione per cui è
opportuno, anche in questa sede, di far sapere
che il Regime è vigilante, e che nulla
gli sfugge. Nessuno creda che l'ultimo
fogliuncolo che esca dall'ultima parrocchia
non sia ad un certo momento conosciuto da
Mussolini. Non permetteremo resurrezioni di
partiti o di organizzazioni che abbiamo per
sempre distrutti.
Ognuno
si ricordi che il Regime Fascista, quando
impegna una battaglia, la conduce a fondo e
lascia dietro di sé il deserto. Né si pensi
di negare il carattere morale dello Stato
Fascista, perché io mi vergognerei di parlare
da questa tribuna se non sentissi di
rappresentare la forza morale e spirituale
dello Stato. Che cosa sarebbe lo Stato se non
avesse un suo spirito, una sua morale, che
è quella che dà la forza alle
sue leggi, e per la quale esso riesce a farsi
ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo
Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale
i cittadini avrebbero il diritto della rivolta
o del disprezzo. Lo Stato Fascista rivendica
in pieno il suo carattere di eticità:
è Cattolico, ma è Fascista, anzi
soprattutto, esclusivamente, essenzialmente
Fascista. Il Cattolicismo lo integra, e noi lo
dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi,
sotto la specie filosofica o metafisica, di
cambiarci le carte in tavola.
Ognuno
pensi che non ha di fronte a sé lo Stato
agnostico demoliberale, una specie di
materasso sul quale tutti passavano a vicenda;
ma ha dinanzi a sé uno Stato che è
conscio della sua missione e che rappresenta
un popolo che cammina, uno Stato che trasforma
questo popolo continuamente, anche nel suo
aspetto fisico. A questo popolo lo Stato deve
dire delle grandi parole, agitare delle grandi
idee e dei grandi problemi, non fare soltanto
dell'ordinaria amministrazione. Per questa
anche dei piccoli Ministri dei piccoli tempi
erano sufficienti.
Onorevoli
camerati!
Voi
avete inteso, e soprattutto deve avere inteso
il popolo italiano, devono avere inteso i
nostri Fascisti, i migliori dei nostri
camerati, che costituiscono sempre la spina
dorsale del Regime. Ho parlato netto e chiaro
per il popolo italiano: credo che il popolo
italiano mi intenderà. Con gli atti
dell' 11 febbraio il Fascismo raccomanda il
suo nome a' secoli che verranno. Quando, nel
punto culminante delle trattative, Camillo
Cavour, ansioso, raccomandava a Padre
Passaglia: «portatemi il ramoscello
d'olivo prima della Pasqua», egli
sentiva che questa era la suprema esigenza
della coscienza e del divenire della
Rivoluzione nazionale.
Oggi,
onorevoli camerati, noi possiamo portare
questo ramoscello d'olivo sulla tomba del
grande costruttore dell'unità italiana,
perché soltanto oggi la sua speranza è
realizzata, il suo voto è compiuto!
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