Cittadini!
È
nel vostro interesse ascoltarmi con tolleranza e con
tranquillità. Sarò breve, preciso e sincero
sino alla violenza.
L'ultima
grande guerra continentale è del 1870-1871. La
Prussia guidata da Bismarck e da Moltke vinceva la Francia e
la mutilava di due provincie popolose e fiorenti. II
trattato di Francoforte segnava il trionfo della politica di
Bismarck, il quale vagheggiava l'egemonia incontrastata
della Prussia nel centro d'Europa e la progressiva
slavizzazione balcanica dell'Austria-Ungheria. Questi dati
della politica bismarckiana vengono alla memoria quando si
vogliano comprendere le crisi internazionali europee dal '70
ad oggi, sino alla odierna che ci sbalordisce e ci angoscia.
Dal '70 in poi non ci furono che guerre periferiche, fra i
popoli dell'Oriente europeo - turco-russa; serbo-bulgara;
greco-turca.... - o guerre coloniali. Si era perciò
diffusa la convinzione che una guerra europea e perciò
una guerra mondiale, non fosse più possibile. Si
avanzano, per sostenere tale asserto, le più
disparate ragioni.
Si
opinava, ad esempio, che la perfezione degli strumenti di
guerra dovesse uccidere la guerra. Ridicolo! La guerra
è sempre stata micidiale. La perfezione delle armi
è in relazione coi progressi tecnici, meccanici e
militari raggiunti dalle collettività umane. Sotto
questo rapporto le macchine guerresche degli antichi romani
equivalgono ai mortai da «42». Sono create allo
scopo di uccidere e uccidono. La perfezione degli strumenti
bellici non è niente affatto una remora agli istinti
bellicosi. Potrebbe darsi il contrario!
Si
era anche fatto assegnamento sulla «bontà»
umana, sui sentimenti di «umanità», di
fratellanza, di amore che dovrebbero stringere tutti i
membri della specie «uomo» al disopra dei monti,
al di là degli oceani. Altra illusione! Verissimo che
questi sentimenti di «simpatia» e di «simpatetismo»
esistono. Il nostro secolo ha visto – invero -
moltiplicarsi le opere filantropiche per alleviare le
miserie degli uomini e anche quelle degli «animali»,
ma insieme con questi sentimenti, ne esistono altri più
profondi, più alti, più vitali: noi non ci
spiegheremmo il fenomeno universale della guerra
attribuendolo soltanto al capriccio dei monarchi,
all'antagonismo delle stirpi o al conflitto delle economie;
si deve tener conto di altri sentimenti che ognun di noi
reca nell'animo suo e che inducevano Proudhon a proclamare -
con verità perenne sotto la maschera del paradosso -
essere la guerra «di origine divina». Si
riteneva altresì che l'intensificarsi delle relazioni
internazionali, economiche, culturali, artistiche,
politiche, sportive, ecc., provocando una maggiore e miglior
conoscenza dei popoli fra di loro, avrebbe impedito lo
scoppiare di una guerra fra le nazioni civili.
Norman
Angell aveva imbastito il suo libro sull'impossibilità
della guerra, dimostrando che tutte le nazioni - e vinte e
vittoriose - avrebbero avuto l'economia sconvolta e
sacrificata dalla guerra. Altra illusione miseramente
sfrondata. Difetto di osservazione! L'uomo economico «puro»
non esiste. La storia del mondo non è una partita di
computisteria e l'interesse materiale non è - per
fortuna! - l'unica molla delle azioni umane.
Vero
che le relazioni internazionali si sono moltiplicate; vero
che gli scambi economici, politici, ecc., ecc., tra popolo e
popolo sono o erano infinitamente più frequenti di
quel che non fossero un secolo fa, ma accanto a questo
fenomeno un altro si delinea: i popoli tendono - colla
diffusione della cultura e col costituirsi delle economie a
tipo nazionale a rinchiudersi nella loro unità
psicologica, morale ....
Accanto
al movimento pacifista borghese, che non vale la pena di
prendere in esame, fioriva un altro movimento di carattere
internazionale: quello operaio. Allo scoppiar della guerra
anche questo ha dimostrato tutta la sua insufficienza. I
tedeschi che dovevano dare l'esempio, si sono schierati
sotto le bandiere del Kaiser, come un sol uomo. Il
tradimento dei tedeschi ha costretto i socialisti degli
altri paesi a rientrare sul terreno della nazione e della
difesa nazionale. L'unanimità nazionale tedesca ha
determinato automaticamente l'unanimità nazionale
negli altri paesi. Si è detto, e giustamente, che
l'internazionale è come l'amore: bisogna farlo in due
o altrimenti è onanismo infecondo. L'internazionale
è finita: quella di ieri è morta ed è
oggi impossibile prevedere quale e come sarà
l'internazionale di domani. La realtà non si
cancella, non si ignora e la realtà è che
milioni e milioni di uomini - nella stragrande maggioranza
operai, - stanno oggi gli uni di fronte agli altri sui campi
insanguinati di tutta Europa.
I
neutrali che si sgolano a gridare «abbasso la guerra»
non si accorgono di tutto il grottesco vile che si contiene,
oggi, in tal grido. È una atroce ironia gridare
«abbasso la guerra» mentre si combatte e si
muore sulle trincee.
Fra
i due gruppi di Potenze: la Triplice Intesa e il blocco
austrotedesco, l'Italia è.... rimasta neutrale. Nella
Triplice Intesa v'è la Serbia eroica che ha spezzato
il giogo austriaco, v'è il Belgio martire, che non ha
voluto vendersi, v'è la Francia repubblicana,
aggredita, v'è l'Inghilterra democratica, v'è
la Russia autocratica, ma col sottosuolo minato dalla
Rivoluzione. Dall'altra parte l'Austria clericale e feudale;
la Germania militarista e aggressiva. Allo scoppiar della
crisi, l'Italia si proclamò «neutrale».
Era contemplata l'«eccezione» nei trattati? Pare
di sì, specie dopo le rivelazioni recentissime del
Giolitti. Se la neutralità del Governo significava
indifferenza, la neutralità dei socialisti e delle
organizzazioni economiche aveva tutt'altro carattere e
significato. La neutralità socialista aveva due
facce. Una benigna, volta ad occidente, verso la Francia,
una arcigna, volta ad oriente, verso l'Austria. Sciopero
generale insurrezionale nel caso di una guerra «coll'Austria»;
niente sciopero generale, niente opposizione di fatto nel
caso di una guerra «contro» l'Austria. Si
distingueva dunque fra guerra e guerra. V'è di più.
Fu consentito il richiamo delle classi. Se il Governo avesse
mobilitato, i socialisti tutti avrebbero trovato la cosa
naturale e logica. Ammettevano dunque, che una nazione ha il
diritto e il dovere di difendersi, armata mano, da eventuali
attacchi dall'esterno. La neutralità in tal modo
concepita doveva necessariamente condurre - col maturare
degli eventi, specie nel Belgio - ad abbracciare la tesi
dell'intervento.
E
controverso che l'Italia abbia una borghesia nel senso
classico della parola. Più che borghesie proletari,
ci sono dei ricchi e dei poveri. Ad ogni modo è falso
che la borghesia italiana sia in questo momento
guerrafondaia. Tutt'altro! È neutralista e
disperatamente pacifista. Il mondo della Banca è
«neutrale»; la borghesia industriale ha
riorganizzato i suoi «affari»; la borghesia
agraria piccola e grande è pacifista per tradizione e
temperamento; la borghesia politicante e accademica è
neutrale. Vedete il Senato! Vi sono nella borghesia forze
giovani che non vogliono stagnare nella morta gora della
neutralità, ma la borghesia presa nel suo complesso
è neutralista e ostile alla guerra.
Prova
massima: confrontate il tono odierno della stampa borghese
col tono dell'impresa libica e noterete la differenza.
Allora si dava fiato nelle trombe belliche: oggi si suona in
sordina. Il linguaggio dei giornali borghesi è
oscillante, incerto, sibillino, neutrale in una parola e
triplicista fra le righe.
Dove
sono le fanfare che ci ossessionarono nel settembre del
1911? Il gioco è scoperto e dovrebbe far riflettere i
socialisti che non sono imbecilliti: da una parte stanno
tutti i conservatori, tutte le forze morte della nazione;
dall'altra i rivoluzionari e con questi tutte le forze vive
del Paese. Bisogna scegliere! Preti e forcaioli sono per la
neutralità assoluta.
I
preti non vogliono la guerra contro l'Austria, perché
è la nazione cattolica per eccellenza, ove
l'imperatore segue a capo scoperto il baldacchino nelle
processioni del Corpus Domini ed ove in un congresso,
presente l'arciduca ucciso a Serajevo, si facevano voti
ufficiosi per il ristabilimento del potere temporale. Se noi
restiamo neutrali il papa Benedetto XV, che accoppia alla
trinità dei suoi difetti fisici qualità
intellettuali e morali inquietanti, troverà modo,
direttamente o per interposta persona, di porre nel prossimo
congresso per la pace, la questione romana. Torneremo
indietro: a discutere un fatto compiuto, irrevocabile e lo
dovremo in parte all'atteggiamento conservatore,
assolutamente antirivoluzionario e antisocialista dei
socialisti italiani.
Noi
invece vogliamo la guerra e subito. Non è vero che
manchi la preparazione militare. Cos'è questo
attendere la primavera? Si vuole forse un ministero Giolitti
con Bissolati, Barzilai e magari una puntarella fra il
socialismo ufficiale?
Il
socialismo non deve e non può essere contrario a
tutte le guerre, perché allora si rifiuterebbe di conoscere
50 secoli di storia. Volete giudicare e condannare alla
stessa stregua la guerra di Tripoli con quella sorta dalla
rivoluzione francese nel 1793? E Garibaldi? Anche lui un
guerrafondaio? Bisogna distinguere fra guerra e guerra, come
si distingue fra delitto e delitto, fra sangue e sangue.
Bovio diceva: «Non basterebbe tutta l'acqua del mare
per lavare la macchia di sangue di lady Macbeth, mentre
basta un catino per lavare il sangue dalle mani di Garibaldi».
Vediamo,
vediamo: Pisacane (Victor Hugo lo disse più grande di
Garibaldi) quando andò a sovvertire quel governo
borbonico così giustamente qualificato da Gladstone
la negazione di Dio, fu dunque un guerrafondaio? Se vi
fossero stati i socialisti avrebbero votato un ordine del
giorno contro la guerra? E l'altra piccola guerra del '70
che ci spinse, sia pure a pedate, a Roma? Non si condannano
tutte le guerre. Tal concetto herveista della prima maniera
e quasi tolstoiano della passività assoluta è
antisocialista.
Guesde,
in un congresso dei socialisti francesi tenutosi appunto
poche settimane prima della guerra, affermava che in caso di
guerra la nazione più socialista sarebbe vittima
della nazione meno socialista.... E del resto, osservate il
contegno dei socialisti italiani. Vedeteli in Parlamento.
È mancato il forte discorso. Treves si è
attardato in sottili distinzioni avvocatesche. A un certo
punto ha gridato: «Noi non rinneghiamo la patria!».
Infatti, la patria non si può rinnegare. Non si
rinnega la madre, anche quando non ci offre tutti i suoi
doni, anche quando ci costringe a cercare la fortuna per le
strade tentatrici del mondo! (Grande ovazione).
Treves
diceva di più: «Non ci opponiamo alla guerra di
difesa». Se si ammette questo si ammette la necessità
di armarci. Non aprirete già le porte d'Italia
all'esercito degli austriaci perché vengano a saccheggiarvi
le case e a violarvi le donne. Ah lo so bene: ci sono degli
ignobili vermi che rimproverano al Belgio di essersi difeso.
Poteva, dicono, intascare l'oro dei tedeschi e lasciar
libero il passaggio, mentre resistendo fu sottoposto alla
sistematica e scientifica distruzione delle sue città.
Ma
il Belgio vive e vivrà perché si è rifiutato
all'ignobile mercato. Se lo avesse accettato, il Belgio
sarebbe morto per tutti i secoli! (Grande ovazione; tutti
gridano: «evviva il Belgio» sventolando i
cappelli. La dimostrazione imponente dura parecchi minuti).
Quando
vorrete difendervi? Quando avrete il ginocchio del nemico
sul petto? O non è meglio anticipare la difesa? Non
è meglio intervenire oggi perché ci può
costar poco mentre domani potrebbe essere un disastro? Si
vuol forse mantenere uno splendido isolamento? Ma allora
bisogna armare, armare, e creare un militarismo
mastodontico.
I
socialisti - e io sono ancor tale, benché sia un socialista
esasperato - non posero mai sul tappeto la questione
dell'irredentismo che lasciarono ai repubblicani: ma ora no:
i rivoluzionari affermano che non vi sarà
internazionale se non quando i popoli saranno ai loro
confini. Ecco perché siamo favorevoli ad una guerra
d'indole nazionale. Ma vi sono anche altre ragioni più
socialiste che ci spingono all'intervento.
Tre
ipotesi: l'Europa di domani non differirà in nulla da
quella di ieri. È l'ipotesi più assurda e più
spaventevole. Se la accettate, la vostra neutralità
ha un senso anche assoluto. Non val la pena di sacrificarsi
per lasciar le cose allo stato di prima. Ma la mente e il
cuore si rifiutano di credere che tutto questo sangue
versato sulle terre di tre continenti, non darà
frutto alcuno. Tutto fa credere invece che l'Europa di
domani sarà profondamente trasformata. Più
libertà o più reazione? Più militarismo
o meno militarismo? Quale dei due gruppi di Potenze ci
assicura, colla sua vittoria, condizioni migliori per la
liberazione della classe operaia? Il blocco austro-tedesco o
la Triplice Intesa? La risposta non è dubbia. E come
volete cooperare al trionfo della Triplice Intesa? Forse con
gli articoli di giornale e cogli ordini del giorno dei
comizi? Bastano queste manifestazioni sentimentali a far
risorgere il Belgio? A sollevare la Francia? Questa Francia
che si è svenata per l'Europa nelle rivoluzioni e
nelle guerre dall'89 al '71 e dal '71 al '14? Alla Francia
dei Diritti dell'Uomo offrirete dunque e soltanto delle
frasi?
Dite
- ed è questa la ragione suprema dell'intervento -
dite: è umano, è civile, è socialista
stare tranquillamente alla finestra, mentre il sangue corre
a torrenti e dire: «io non mi muovo e non m'importa di
nulla?» . La formula del «sacro egoismo»
escogitata dall'on. Salandra può essere accettata
dalla classe operaia? No, mille volte no. La legge della
solidarietà non si ferma alle competizioni d'indole
economica, ma va oltre; ieri era bello e necessario versare
l'obolo per i compagni in lotta; oggi i popoli che lottano
vi chiedono la solidarietà del sangue. Essi la
implorano. L'intervento abbrevierà l'immane
carneficina. Sarà un vantaggio per tutti, anche per i
tedeschi contro i quali lotteremo.
Rifiuterete
questa prova di solidarietà? Ma con che faccia e con
che cuore, o proletari italiani, vi recherete domani
all'estero? Non temete che i vostri compagni di Germania vi
respingano perché traditori della Triplice; mentre quelli
di Francia e del Belgio, indicandovi la terra ancora
tormentata dalle trincee e dalle tombe, additandovi
orgogliosi le macerie delle città distrutte, vi
diranno: dov'eri tu e che cosa facevi o proletario italiano,
quando io mi battevo disperatamente contro al militarismo
austro-tedesco per liberare l'Europa dall'incubo
dell'egemonia del Kaiser? Quel giorno voi non saprete
rispondere; quel giorno vi vergognerete di essere italiani;
quel giorno voi imprecherete ai preti e ai socialisti,
complici miserabili del militarismo tedesco! Ma sarà
troppo tardi!
Riprendiamo
la tradizione italiana. Il popolo che vuole la guerra, la
vuole senza indugio. Fra due mesi potrebbe essere un atto di
brigantaggio: oggi è una guerra che si può e
si deve combattere con coraggio e con dignità.
Guerra
e socialismo sono incompatibili, presi i termini nel loro
significato universale; ma ogni epoca, ogni popolo ha le sue
guerre. La vita è il relativo; l'assoluto non esiste
che nell'astrazione fredda e infeconda. Chi tiene troppo
alla sua pelle non andrà a combattere nelle trincee,
ma non lo vedrete di certo nemmeno il giorno della battaglia
nelle strade. Chi si rifiuta oggi alla guerra è un
complice del Kaiser, è un puntello del trono
traballante di Francesco Giuseppe, è un socio dei
forcaioli e dei preti. Volete che la Germania ubbriacata da
Bismarck, la Germania meccanicizzata e americanizzata
ritorni la Germania libera e spregiudicata della prima metà
del secolo scorso? Desiderate la repubblica tedesca dal Reno
alla Vistola? Vi sorride il pensiero del Kaiser prigioniero
relegato in qualche lontana isola dell'Oceano? La Germania
rinnoverà la sua anima soltanto colla sconfitta.
Colla sconfitta della Germania sboccierà la nuova
vermiglia primavera europea....
Bisogna
agire, muoversi, combattere e, se occorre, morire. I
neutrali non hanno mai dominato gli avvenimenti. Li hanno
sempre subiti. È il sangue che dà il movimento
alla ruota sonante della storia! (Ovazione frenetica).