Camerati!
In questi ultimi giorni un
grande evento si è svolto che ha modificato la carta politica
dell'Europa: l'Austria come Stato ha cessato di esistere, è diventata
una parte della Germania. Il plebiscito del 10 aprile consacrerà il
fatto compiuto.
Il dramma austriaco non
è cominciato ieri: cominciò nel 1848, quando il piccolo animoso
Piemonte osò sfidare l'allora colosso absburgico; accelerò i
suoi tempi dopo la guerra mondiale e durò venti anni. L'epilogo ha
avuto il ritmo veloce delle forze irresistibili della natura, e ha sorpreso
soltanto i distratti o gli ignari.
Un rapido sguardo
retrospettivo a questo ventennio ci dimostra in modo assolutamente chiaro che
quanto è accaduto doveva fatalmente accadere, e che il fiume, malgrado
le dighe cartacee dei trattati, sarebbe giunto alla sua foce.
L'atto di nascita dello Stato
federale austriaco risale al 12 novembre del 1918, pochi giorni dopo lo
sfacelo dell'Impero. Ora, col suo primo voto, la Costituente nazionale
austriaca, sotto il Governo socialista Bauer-Renner, dichiara l'Austria parte
integrante del Reich tedesco col nome di «Repubblica dell'Austria
tedesca». Vi è di più: molte provincie austriache votano
senz'altro con spontanei plebisciti l'annessione alla Germania, meno una, il
Vorarlberg, che si dichiara favorevole alla unione con la Svizzera. La
Costituzione di Weimar, della repubblica socialdemocratica tedesca, varata
nell'agosto del 1919, all'art. 2 dice testualmente: «Il territorio del
Reich comprende il territorio dei paesi tedeschi. Altri territori possono
riunirsi se le rispettive popolazioni esprimano un siffatto desiderio».
E all'art. 61 veniva
specificatamente dichiarato che, dopo la sua unione con la Germania, l'Austria
avrà diritto di prendere parte al Reichsrat con un numero di deputati
proporzionale alla popolazione.
È dunque stabilito che
agli inizi di quella che può definirsi l'epoca socialdemocratica, tanto
Vienna quanto Weimar ritenevano logica l'unione dei due Stati in uno solo.
Vennero i trattati di pace:
quello di Versaglia prima, quello di San Germano poi, che imposero - questa
è la parola! - imposero all'Austria di rimanere indipendente. Ma
l'imposizione appare fino d'allora così assurda e al tempo stesso così
precaria, che si lasciò uno spiraglio aperto sull'avvenire: l'Austria,
caso mai visto nella storia dei popoli, avrebbe potuto «alienare la sua
indipendenza» col consenso del Consiglio della Società delle
Nazioni.
È in questo modo che
l'Austria inizia la sua vita di Stato indipendente, sotto il dominio interno
della social-democrazia. Passano i socialdemocratici, subentrano i
cristiano-sociali con Seipel, ma questo non migliora la situazione politica ed
economica. L'Austria è praticamente in balia del caos materiale e
morale e viene posta sotto la tutela, non soltanto finanziaria, della Società
delle Nazioni.
Ciò dura fino al 1°
ottobre 1926, quando Seipel ritorna al potere nell'ottobre con questa formula:
«l'Austria è uno Stato tedesco: niente contro la Germania».
Passano altri tre anni di
disordini, di intrighi, di miserie, finché Schober nell'autunno del 1929 sale
al potere; è solo coll'avvento di Schober che comincia una politica
italiana nei confronti dell'Austria, politica che viene consacrata in un
trattato di amicizia e di arbitrato, firmato a Roma dalle Schober stesso il 6
febbraio del 1930.
Siamo alla crisi economica
mondiale, che ha ripercussioni tremende sulla fragile economia austriaca.
Ancora una volta l'idea dell'Anschluss risorge sotto la specie di un progetto
di unione doganale austro-tedesco, Curtius-Schober. Il progetto non va perché
incontra l'immediata opposizione della Francia e della Cecoslovacchia. Viene
presentato alla Corte dell'Aia per sapere se tale unione doganale sia
compatibile o meno con la indipendenza dell'Austria. La Corte dice che
è incompatibile. Il progetto cade.
La situazione dell'Austria
non migliora. È l'Italia che interviene ora direttamente a risollevarne
l'economia con gli accordi del Semmering.
Nel gennaio 1933 il nazismo
assume il potere in Germania. Nel marzo dello stesso anno Dollfuss rinnova il
suo Governo in senso autoritario, ma definisce nello stesso tempo l'Austria
uno «Stato indipendente e cristiano, ma tedesco». Comincia la
lotta fra il Governo e il movimento nazista. Dollfuss è costretto a
domare energicamente una rivolta socialista nel febbraio del 1934.
Pochi mesi dopo scoppia il
putsch nazista di Vienna. Ordino che le quattro Divisioni dell'Alto Adige si
attestino al Brennero. Fu un atto di elementare precauzione, in vista di
eventi sanguinosi e improvvisi e dei quali non era possibile misurare la
portata.
Nessun Austriaco ci domandò
di farlo, nessun Austriaco ci ha mai ringraziato di averlo fatto.
Segue dal 1934 al 1936 la
politica dei Protocolli di Roma. Nel frattempo le condizioni generali
dell'Europa e dell'Austria sono profondamente mutate. La solidarietà
diplomatica dell'Italia con le Potenze occidentali viene spezzata dalle
sanzioni e dal tentativo confessato di strangolare il popolo italiano.
Nell'ottobre del 1936 si crea
l'Asse Roma-Berlino. In Austria il movimento, per quanto perseguitato dagli
organi dell'esecutivo, si sviluppa con una impressionante velocità,
dovuta non solo ad una comunità di idee, ma soprattutto al risorgere
rapido della potenza politica e militare della Germania.
È il momento in cui
l'Italia consiglia l'Austria di riavvicinarsi alla Germania, perché uno Stato
che si proclama tedesco non può esistere in funzione antigermanica.
Questo era un assurdo
storico, politico, morale. Nascono, con l'approvazione dell'Italia, gli
accordi austro-germanici del luglio 1936, i quali anch'essi partono dalla
pregiudiziale che l'Austria si professa come uno Stato tedesco.
Malgrado gli accordi comincia
un nuovo periodo di tensione. Nell'incontro di Venezia dell'aprile 1937 faccio
chiaramente intendere al Cancelliere che l'indipendenza dell'Austria era
questione che riguardava in primo luogo gli Austriaci e che l'Asse
Roma-Berlino era il fondamento della politica estera italiana.
L'incontro del 12 febbraio
tra i due Cancellieri rappresenta l'estremo tentativo per una soluzione di
compromesso, che avrebbe forse ritardato, non certo evitato, la soluzione
finale.
Discorso di Hitler il 20
febbraio, discorso di Schuschnigg il 24: sorge l'idea di un plebiscito
improvviso. Alle ore 12 del 7 marzo un fiduciario di Schuschnigg mi domanda il
mio pensiero sul plebiscito e sulle sue modalità; era la prima volta
dopo molti mesi. Gli rispondo nella maniera più perentoria che si
trattava di un errore.
«Questo ordigno - dissi
- vi scoppierà tra le mani». Sarebbe di pessimo gusto vantarmi di
questa troppo facile previsione.
Ora negli ambienti
diplomatici e giornalistici di tutto il mondo imperversano rimpianti,
polemiche, moniti: mucchio di parole inutili che non fermano la storia.
Ai circoli più o meno
ufficiali d'Oltralpe che ci domandano perché non siamo intervenuti per
«salvare» l'indipendenza dell'Austria, rispondiamo che non avevamo
mai assunto alcun impegno del genere, né diretto o indiretto, né scritto o
verbale.
Gli Austriaci, bisogna
proclamarlo, hanno sempre avuto il comprensibile pudore di non domandarci dei
gesti di forza per difendere l'indipendenza dell'Austria, perché noi avremmo
risposto che un'indipendenza la quale ha bisogno degli aiuti militari
stranieri, anche contro la maggior parte del proprio popolo, non è più
tale. Chi conosce gli Austriaci sa che le prime resistenze a un nostro
intervento sarebbero venute da loro.
L'interesse dell'Italia
all'indipendenza dello Stato federale austriaco esisteva; ma si basava
evidentemente sulla pregiudiziale che gli Austriaci tale indipendenza
volessero, almeno nella loro maggioranza; ma quanto accade in questi giorni
nelle terre austriache dimostra che l'anelito profondo del popolo era per l'Anschluss.
Ai superstiti cultori di un
machiavellismo deteriore che noi respingiamo, si può osservare che,
quando un evento è fatale, val meglio che si faccia con voi, piuttosto
che malgrado voi, o, peggio, contro di voi. In realtà è una
rivoluzione nazionale quella che si compie, e noi Italiani siamo i più
indicati a comprenderla nelle sue esigenze storiche e anche nei suoi metodi,
che sembrano sbrigativi, come furono sempre quelli di tutte le rivoluzioni.
Noi non abbiamo fatto nulla
di diverso tra il 1859 e il 1861. Io vi esorto alla storia, o signori. Dopo la
pace di Villafranca l'Italia fu scossa da un irrefrenabile impulso unitario
come non mai. Cavour, il grande autoritario Cavour, lo incanalò con
questo sistema: moti di popolo (meglio sarebbe dire moti di minoranze), fuga
dei Governi antico regime; intervento dalle truppe piemontesi, le quali non
venivano considerate truppe di un esercito invasore, ma truppe nazionali e
come tali entusiasticamente acclamate dalle popolazioni; occupazione dei
territori; infine plebisciti.
E tutto ciò si svolse
con una rapidità fantastica, che non ha nulla da invidiare alla rapidità
degli odierni avvenimenti austriaci. Le Marche furono occupate dalle truppe
piemontesi nel settembre dei 1860 e plebiscitate nell'ottobre; Garibaldi entra
a Napoli il 7 settembre del 1860 e il plebiscito si fa il 21 ottobre
successivo. I nazionali entrano a Roma il 21 settembre e il plebiscito viene
convocato dieci giorni dopo.
È fra il 1859 e il
1861 che nasce, colle manifestazioni del popolo, le occupazioni militari e i
plebisciti, il Regno d'Italia.
Qui la materia mi porta a
ricordare agli immemori che la prima alleanza militare del giovane Regno
d'Italia fu con la Prussia nel 1866, alleanza che ci valse, attraverso Sadowa
e la battaglia eroica ma non definitiva di Custoza, la cessione del Veneto.
Vi sono nel mondo individui
così superficiali, così opacamente ignoranti delle condizioni
dell'Italia fascista, che credono di impressionarci con la cifra globale dei
milioni di tedeschi e con la loro presenza ai nostri confini.
Anzitutto l'Italia, questa
Italia, non si lascia facilmente impressionare. Non ci sono - durante la
guerra d'Africa - riusciti 52 Stati. L'Italia ha una volontà sola,
un'anima dura, e marcia diritto.
Siamo tanto poco
impressionati che ammettiamo tranquillamente che fra qualche anno, per il solo
fatto del movimento naturale delle popolazioni, mentre noi saremo 50 milioni,
i tedeschi saranno 80 milioni, ma non su una sola, su 10 frontiere, fra le
quali quella italiana è la frontiera di due popoli amici : una
frontiera intangibile. Il Führer su ciò è stato sempre
categorico, anche prima che Egli giungesse al potere, e quando tale
affidamento gli valeva stolte accuse da parte dei suoi avversari.
Per noi fascisti le
frontiere, tutte le frontiere, sono sacre. Non si discutono: si difendono.
Quando il dramma austriaco
giunse nei giorni scorsi al quinto atto, gli avversari mondiali del Fascismo
spiarono se l'occasione buona non fosse finalmente venuta per mettere l'uno di
fronte all'altro i due Regimi totalitari e frantumare la loro solidarietà
attraverso un urto che sarebbe stato tra l'altro, lo diciamo ai pacifisti di
professione, il preludio di una nuova guerra mondiale. Questo calcolo delle
democrazie, delle loggie, della Terza Internazionale, era errato: la speranza
semplicemente puerile. E offensiva altresì, perché gettava un'ombra
sul nostro carattere e sulla nostra intelligenza politica.
Ma perché non dirlo? Anche
milioni di germanici stettero in ascolto. Era giunta l'ora di quello che si
poteva chiamare il «collaudo» dell'Asse. Ora i germanici sanno che
l'Asse non è una costruzione diplomatica efficiente soltanto per le
occasioni normali, ma si è dimostrato solido soprattutto in quest'ora
eccezionale, nella storia del mondo germanico e dell'Europa.
Le due Nazioni la cui
formazione unitaria è stata parallela nel tempo e nei modi, unite come
sono da una concezione analoga della politica della vita, possono marciare
insieme per dare al nostro travagliato continente un nuovo equilibrio, che
permetta finalmente la pacifica e feconda collaborazione di tutti i popoli.