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TRATTI E RITRATTI

HUGO CHAVEZ

 • Biografia 

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 • Chavez contro Bush




HUGO CHAVEZ

Fonte: Wikipedia

Hugo Rafael Chávez Frías (Sabaneta, 28 luglio 1954), politico venezuelano. 

Come leader della Rivoluzione Bolivariana Chàvez promuove la sua visione di socialismo democratico, integrazione dell'America Latina e anti-imperialismo. È inoltre un fervente critico della globalizzazione neoliberista e della politica estera statunitense.

Chávez fondò il Movimento Quinta Repubblica dopo aver organizzato, nel 1992, un fallito colpo di stato contro l'allora presidente Carlos Andrés Pérez. Chávez fu eletto presidente nel 1998 grazie alle sue promesse di aiuto per la maggioranza povera della popolazione del Venezuela e fu rieletto nel 2000 e nel 2006. In patria Chávez ha lanciato le Missioni Bolivariane, i cui obiettivi sono quelli di combattere le malattie, l'analfabetismo, la malnutrizione, la povertà e gli altri mali sociali. In politica estera si è mosso contro il Washington Consensus sostenendo modelli di sviluppo economico alternativi, richiedendo la cooperazione dei paesi più poveri del mondo, specialmente di quelli sudamericani.

Biografia

Chávez nacque a Sabaneta, nello stato di Barinas. Suo padre, Hugo de los Reyes Chávez, era un maestro rurale che, a causa delle ristrettezze economiche, per mantenere la numerosa famiglia fu obbligato ad affidare due dei figli, il piccolo Hugo ed il fratello maggiore, alla nonna paterna Rosa Inés, che viveva anche lei in Sabaneta, in una tipica casetta da indio fatta di paglia e fango secco.

Si arruolò nell'Esercito (che in varie circostanze chiamò “la mia casa”), fu un cadetto rispettoso ed educato, giocava a baseball e sarebbe voluto diventare "pelotero"; si dedicò con passione agli studi e nel 1975 si laureò in Ingegneria Militare, specializzazione in comunicazioni, all'Università militare del Venezuela risultando l'ottavo del suo corso. Solo successivamente, potendo disporre di una pur minima tranquillità economica poté laurearsi a Caracas in storia moderna con una tesi su Simón Bolívar, figura che sarà la fonte delle sue idee politiche.

Di Simón Bolívar assorbì il pensiero, soprattutto sul concetto di integrazione e costruzione della sognata e mai realizzata “Gran Colombia”: Venezuela, Colombia, Ecuador, Perú e Bolivia. Ma già da cadetto subì il fascino del Libertador Simón Bolívar, a cui per altro era intitolato il suo corso. Di indole ribelle, si mise spesso nei guai per non condividere le azioni di repressione dell'Esercito, in quei tempi utilizzato come estensione della Polizia. Nacque così la ideologia “Bolivariana”, che inizialmente si sviluppò all'interno delle Forze Armate, dando vita già dal 1983 al “Movimiento Bolivariano MBR-200”, costituito per la maggior parte dai cadetti della promozione “Simón Bolívar” che uscì dalle scuole militari nel 1975.

Promosso al grado di colonnello nel 1991, l'anno seguente, il 4 febbraio 1992, fu protagonista di un colpo di stato da parte delle forze militari che tentò di rovesciare il presidente Carlos Andrés Pérez. Il golpe fallì (causando secondo le voci ufficiali del Ministero della Difesa 14 morti e 53 feriti) e Chávez fu arrestato ed imprigionato. Il suo arresto suscitò un ampio movimento popolare che ne chiedeva la liberazione: riacquistò la libertà nel 1994 grazie a un’amnistia, ma dovette abbandonare le Forze Armate.

La sua traiettoria politica cominciò a prendere corpo già durante gli anni nel carcere di Yare in Valles del Tuy e proseguì fino all'elezione alla Presidenza del Venezuela, nel 1998.

Vita privata

Chávez è stato sposato due volte e attualmente è separato dalla sua seconda moglie, Marisabel Rodríguez de Chávez. Ha quattro figli (Rosa Virginia, María Gabriela, Hugo Rafael e Rosinés) a cui ha sempre tenuto a garantire la massima privacy e riservatezza. La separazione con Marisabel, avvenuta subito dopo il golpe dell'11 aprile, sembra sia stata decisa soprattutto per proteggere la famiglia, date le passate vessazioni subite dai figli ai tempi della scuola.

La nuova costituzione

Conquistatosi un vastissimo consenso presso le fasce popolari, nel 1997 Chávez creò un partito politico, il Movimento Quinta Repubblica (o MVR) alla guida del quale vinse le elezioni presidenziali del 6 dicembre 1998 con il 56,2% dei voti. La sua campagna elettorale era basata sul progetto di una nuova costituzione che potesse permettere una rifondazione del paese, passando dalla "Quarta Repubblica", quella nata con il "Patto di Punto Fijo" , alla "Quinta Repubblica". Il nome "Quinta Repubblica" ha infatti questo significato: nuova costituzione e nuovo ordinamento giuridico. Altri temi della sua campagna, come la lotta alla corruzione ed al degrado morale del paese vennero sempre subordinati all'idea di una nuova Carta Costituzionale e del conseguente rinnovamento dei poteri dello stato.

Subito dopo il "giuramento da presidente", avvenuto il 2 febbraio 1999, Chávez iniziò la realizzazione del suo programma di governo indicendo un referendum, primo nella storia del Venezuela, per chiedere al popolo il consenso alla stesura di una nuova costituzione. I voti a favore superarono l'80%. Anche la seconda votazione per l'elezione dei membri dell'Assemblea Costituente fu un successo: i venezuelani gli diedero addirittura 120 seggi su 131, e l'MVR ottenne più del 60% dei voti.

L'insediamento dell'Assemblea Costituente, essendo "Originaria", determinò automaticamente il decadimento temporaneo di tutti i poteri in vigore. Durante il periodo dell'Assemblea, l'esecutivo, per far fronte alla disastrosa situazione socioeconomica in cui versava il Venezuela (oltre l'87% della popolazione viveva in condizioni di povertà e circa il 47% di povertà critica), l'esecutivo chiese ed ottenne di poter legiferare, come previsto dalla "Ley abilitante".

Nel dicembre del 1999, nacque la nuova costituzione, confermata da un altro referendum. Tra i punti più significativi:

  • l'attenzione ai diritti umani,

  • il passaggio della struttura dello stato da una democrazia puramente rappresentativa ad una nuova forma di "Democrazia Participativa y Protagonica" che rende i cittadini protagonisti delle scelte sul proprio destino;

  • l'istituzione del "referendum revocatorio" per tutte le cariche elettive, presidente compreso, nella seconda metà del mandato;

  • la modifica del nome dello stato del Venezuela in "Repubblica Bolivariana del Venezuela"

  • la modifica della durata del mandato presidenziale da cinque a sei anni, con possibilità di una sola rielezione.

Approvata la nuova costituzione, tutte le cariche pubbliche elettive dovettero essere sottoposte al voto popolare ed anche Chávez, rimesso il suo mandato, si ricandidò alle nuove elezioni presidenziali. Confermato a larga maggioranza (59,5% dei voti) il 30 luglio del 2000, Chávez, a capo del nuovo parlamento (rinominato "Assemblea Nazionale") diede avvio all'attuazione della nuova costituzione. Ebbe inizio così la Rivoluzione Bolivariana Pacifica che trovò sin da subito l'opposizione della vecchia classe politica e delle forze oligarchiche imprenditoriali e conservatrici che vedevano compromessi i fortissimi privilegi di cui avevano sino ad allora goduto.

La politica di Chávez

Socialismo democratico

Il 30 gennaio 2005, parlando al Convegno internazionale del Social Forum a Porto Alegre, in Brasile, Chávez offrì il suo aiuto alla causa no-global, dichiarandosi, inoltre, favorevole a un socialismo patriottico e democratico che "deve essere umanista e deve mettere gli esseri umani e non le macchine in condizioni di superiorià nei confronti di tutto e di tutti", concetto ribadito anche nella successiva riunione del suo governo, svoltasi nel febbraio del 2005.

L'azione di Chávez in realtà non risponde a un'ideologia ben definita e coerente: in generale il suo pensiero accoglie elementi del nazionalismo e del socialismo e ha come riferimento principale la figura di Simón Bolívar. È bene tener presente che quando Chávez parla di "Pueblo" non si riferisce al popolo in generale, poiché il Venezuela risulta diviso in "ciudad" (città), "barrios" (quartieri), "pueblos" e "ranchitos" (molto simili alle favelas brasiliane). Il Pueblo costituisce una parte ben definita della popolazione, che insieme ai ranchitos, in cui vivono ex immigrati clandestini di origine cilena, colombiana e boliviana, costituiscono una considerevole fetta di popolazione. Chávez ha promosso una serie di attività volte al recupero di alcune zone abitate, migliorando la situazione di mumerose comunità indigenti. Se per gli oppositori interni ed esterni e per gran parte dei media internazionali il governo di Chávez s'incentra su di una lotta costante contro le fasce più alte della popolazione, indistintamente da come abbiano costruito la loro ricchezza, secondo altri osservatori e studiosi delle problematiche del sudamerica, la politica chaviana mira al risanamento delle condizioni socioeconomiche disastrose della stragranda maggioranza dei venezuelani, provocate da decenni governi sottomessi alle oligarchie ed alla politica estera neocoloniale degli stati uniti e di molti altri paesi occidentali ricchi.

La politica estera

Chávez iniziò ad operare per il rafforzamento dell'OPEP (l'Organización de Países Exportadores de Petróleo; l'acronimo inglese è OPEC), anche grazie al miglioramento delle relazioni diplomatiche con tutti i paesi membri (dove si recò personalmente), anche quelli invisi agli USA. L'integrazione vera e solidale, finalizzata allo sviluppo socioeconomico, tra i vari Stati del Sud America è stata da sempre la cifra della politica estera di Chávez.

Questa politica non piace agli USA ed alle multinazionali del petrolio che vedono indebolirsi la loro egemonia nell'area, inoltre l'amicizia tra Venezuela e Cuba (che vede ad esempio lo scambio tra la fornitura di pertolio venezuelano a prezzi vantaggiosi ed il supporto della competenza medica cubana nell'ambito dei piani di miglioramento delle condizioni sanitarie del Venezuela, ma anche della Bolivia e di altri paesi) viene vista con sospetto ed utilizzata dall'opposizione per discreditare Chávez.

Inizia anche la guerra tra la ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli USA e la ALBA (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) voluta da Chávez. Alto traguardo ottenuto con la nuova costituzione è stato quello di mettere il punto finale sulla questione del petrolio Venezuelano, che adesso è e resterà per sempre come patrimonio inalienabile della nazione.

La politica interna

La sua politica interna è definita spesso "populista" dai suoi avversari ed oppositori (è stato paragonato persino a Hitler e Mussolini) ed etichettata come "Castro-comunista" nonostante le evidenti e sostanziali differenze espresse anche dal testo della nuova Costituzione Bolivariana. Il rapporto che Chávez ha costruito con la popolazione è del tutto particolare: i diseredati di sempre stanno ritrovando una propria dignità e migliore consapevolezza dei propri diritti: se nel 1998 quasi nessun venezuelano conosceva la Costituzione, oggi tutti ne possiedono almeno una copia.

Vengono spesso sottolineate, dalla stampa nazionale ed internazionale ostile al nuovo corso chavista, le misure prese dal presidente venezuelano per consolidare il proprio governo, come una legge che punisce severamente l'uso dei media privati per calunnie ed istigazioni alla violenza contro il governo, tutt'altro che infrequenti sui canali televisivi privati e sulla carta stampata in Venezuela. È stata inoltre cambiata la composizione della Corte Suprema con la nomina di 17 nuovi magistrati più vicini al regime e includendone uno che ha recentemente suggerito un emendamento alla Costituzione che permetterebbe al leader bolivariano di prolungare il proprio mandato presidenziale. Tuttavia, i sostenitori del governo sottolineano che la Corte Suprema precedentemente in carica era la stessa che ratificò passivamente il colpo di Stato dell'aprile 2002.

Il Chávez cita spesso anche Ezequiel Zamora, il cui slogan era “tierra y hombres libres” e per questo cerca di consolidare una vasta riforma agraria.

In 7 anni di governo Chávez un milione e 406 mila venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere in un anno e mezzo, e nel giro di poco tempo, agli stessi ritmi, il paese potrà dichiararsi libero dall'analfabetismo e tre milioni di venezuelani prima esclusi a causa della povertà, sono stati inseriti nell'educazione primaria, secondaria e universitaria. Diciassette milioni di venezuelani (quasi il 70% della popolazione) ricevono, per la prima volta nella storia del Venezuela, assistenza medica e medicinali gratuiti e, in pochi anni, nelle intenzioni governative tutti i venezuelani avranno accesso gratuito all'assistenza medica. Si somministrano più di 1 milione e 700 mila tonnellate di alimenti a prezzi modici a 12 milioni di persone (quasi la metà dei venezuelani), un milione dei quali li ricevano gratuitamente, in forma transitoria. La questione è centrale in un Paese come il Venezuela dove le persone sottonutrite sono cresciute dal 1992 al 2003 del 7%, raggiungendo la cifra di 4,5 milioni.

Si sono creati 700 mila posti di lavoro, riducendo la disoccupazione di 9 punti percentuali.

Il contesto politico

Tra tutte le leggi promulgate fino ai primi mesi del 2002, alcune diedero luogo a reazioni particolarmente forti da parte dell'opposizione. Una di queste riguardò la regolamentazione della pesca a strascico, da sempre attuata sotto costa, su larga scala e senza alcun controllo da parte delle istituzioni, con l'inevitabile distruzione dell'habitat, ed a svantaggio della maggioranza costituita dai piccoli pescatori. Il governo, per placare le reazioni dell'opposizione non riuscì a proibire definitivamente questo tipo di pesca, ma la limitò ad oltre le sei miglia nautiche dalle coste.

La legge in assoluto più contrastata fu la cosiddetta riforma agraria; in Venezuela esistono latifondi di estensioni impensabili (fino a casi limite di 240.000 ettari!) in una società moderna: il 10% della popolazione detiene l'80% del territorio e senza che molti proprietari siano in grado di esibire i relativi titoli di proprietà.

Queste leggi, assieme alla nazionalizzazione delle risorse petrolifere (con il conseguente aumento del gettito derivante dallo sfruttamento dell'"oro nero" venezuelano da redistribire alla popolazione tramite nuove forme di welfare come salute, istruzione, servizi); la nuova politica estera di equidistanza e solidarietà con alcuni stati del sudamerica, e il conseguente sottrarsi alla storica subordinazione economica e politica agli USA, furono i presupposti per il golpe del 2002.

Il primo tentativo di sciopero pilotato

La CTV Confederazione dei lavoratori, retta da parecchi anni da Carlos Ortega Carvajal e da una classe dirigente al potere da anni in assoluto dominio, in base alla nuova costituzione entrò a far parte delle istituzioni la cui dirigenza era sottoposta ad elezioni. Durante lo spoglio dei voti scomparvero grandi quantità di schede e furono date alle fiamme alcune urne, rendendo impossibile il completamento del conteggio dei voti: il comitato elettorale non poté decretare la vittoria, che fu però reclamata da Ortega che si dichiarò vincitore con il silenzio del comitato elettorale. Nel dicembre del 2001 gli industriali cercarono di pilotare uno sciopero generale della CTV chidendo le fabbriche ed impedendo ai lavoratori di entrare, ma assicurando loro i salari, promessa che non fu mantenuta. Lo sciopero ebbe scarso successo.

Nel febbraio del 2002 Chávez sostituì i dirigenti della PDVSA, la compagnia petrolifera nazionale, con persone affini al suo progetto politico il che provocò la protesta interna di gruppi di impiegati e dirigenti che vedevano nella decisione di Chávez la violazione dei principi di "meritocrazia". In realtà le differenze ideologiche tra il progetto governativo e quello della dirigenza della PDVSA erano inconciliabili: il primo mirava ad una riforma profonda del funzionamento dell'impresa che incrementasse l'utilizzo delle plusvalenze petrolifere in piani sociali, il secondo voleva che PDVSA assumesse le caratteristiche proprie di una grande multinazionale del petrolio.

Lo sciopero alla PDVSA

La televisione di stato rese pubblica la registrazione di una telefonata tra Ortega e l'ex Presidente Carlos Andrés Perez, profugo dalla giustizia rifugiatosi negli USA, nella quale Perez diceva ad Ortega di organizzare uno sciopero generale e di portarlo alle estreme conseguenze, di prendere contatto con Carmona Estanga, attuale presidente di Fedecamara e di concordare le azioni con lui. Un altro fatto che ebbe notevole peso sugli avvenimeti dell'11 aprile 2002 fu una riunione presso la sede della Conferenza Episcopale Venezuelana in cui erano presenti, oltre ai componenti dell'alta gerarchia ecclesiastica, anche i vertici della CTV con Carlos Ortega in testa, Fedecamara con Carmona Estanga e vari personaggi dell'opposizione. La seduta si chiuse con un inno alla democrazia, che delineò la composizione delle forze promiotrici del golpe contro Chávez.

Il 7 aprile, il presidente Chávez annunció il licenziamento degli alti dirigenti e le proteste degli oppositori si intensificarono. Il 9 aprile la CTV e la confindustria, con l'appoggio della Chiesa Cattolica, delle televisioni e dei partiti politici di opposizione, annunciarono uno sciopero generale di veintiquattro ore in sostegno dei dirigenti della PDVSA.

L'11 aprile fu organizzato un corteo di centomila persone che avrebbe dovuto dirigersi verso la sede della PDVSA, ma che un'arringa di Ortega deviò verso il palazzo di Miraflores, sede della Presidenza per cacciare «quel traditore di Chávez», dando alla marcia, fino a quel momento pacifica, ben altro scopo. La marcia, alle 12,30 dell'11 aprile 2002, riprese con in testa i sindaci scortati dalle loro polizie armate e motorizzate, ma senza che da quel momento si avesse più traccia di Ortega e dei suoi colleghi, scomparsi nel nulla. Già dalla notte attorno a Miraflores erano radunati migliaia di sostenitori di Chávez, in sentore di ciò che poteva accadere. Il corteo non arrivò a contatto con i simpatizzanti di Chávez perché dei cecchini appostati nei palazzi circostanti cominciarono a sparare ad altezza d'uomo dapprima sui sostenitori di Chávez, poi sulle prime file del corteo. La gente segnalò alcuni cecchini sul terrazzo di un palazzo nei pressi di Miraflores, la Guardia Nazionale entrò nel palazzo e arrestò cinque persone armate di fucili di precisione, con documenti falsi, qualcuno di origine colombiana. Imprigionati, furono successivamebte liberati dagli insorti e di essi si persero le tracce. La polizia metropolitana cominciò a sparare sulla gente che si trovava sul famoso ponte LLaguno e che prese a scappare tentando di mettersi al riparo nei palazzi circostanti.

Le televisioni private, finanziate dall'oligarchia capitalista e solidali ai golpisti, a lungo cercarono di far passare gli aggrediti per aggressori, ma le innumerevoli riprese effettuate nella zona dimostrarono che gli scontri a fuoco non erano tra i componenti delle due marce, ma era la polizia metropolitana a sparare contro i sostenitori di Chávez. I primi caduti si ebbero verso le 15,00. Dalla testimonianza di un giornalista della CNN, Otto Neustald, si seppe che un gruppo di alti militari, verso le ore 11,30 eseguirono una registrazione di prova del loro pronunciamento in cui disconoscevano l'autorità del Presidente parlando dei primi morti e addossandone la responsabilità a Chávez. Questo pronunciamento, registrato prima delle 12,00, fu mandato in onda dopo le prime reali uccisioni. I militari dissidenti si erano riuniti in Fuerte Tiuna, presidio militare di Caracas, assieme a Carmona Estanga, ad una schiera di complici e ad una nutrita rappresentanza di militari USA. I militari insorti minacciavano Chávez, ancora a Miraflores, intimandogli di arrendersi, pena il bombardamento del palazzo (come avvenne con Peron). Il Generale Rosendo faceva parte del complotto, ma fino all'ultimo ingannò Chávez, che lo credette un fedele servitore dello stato. In un ultimo tentativo di evitare il peggio, Chávez cercò di attuare il "Plan Avila", un piano di emergenza (attuato anche per la visita di Papa Giovanni Paolo II) che, grazie alla presenza di mezzi blindati attorno al palazzo, avrebbe permesso la difesa delle istituzioni. Invece, proprio Rosendo fece arrivare con ritardo l'ordine di applicare il "Plan Avila". I blindati, poi, usciti da Fuerte Tiuna, furono fatti subito rientrare da un contr'ordine lanciato dai cospiratori. Nel frattempo da Maracay Baduel era pronto ad inviare mezzi e uomini a Caracas e così mezzi blindati da Maracaibo.

Chávez si consegna ai golpisti

A questo punto Chávez, per evitare la guerra civile, decise di consegnarsi ai golpisti chiamando proprio Rosendo perché lo accompagnasse a Fuerte Tiuna, dove verso le 23,00 dell'11 aprile, fu arrestato e posto in isolamento, in attesa di decidere sulla sua sorte (probabilmente un colpo alla nuca). Chávez riuscì a mettersi in contatto con la moglie ed un amico con un cellulare passatogli di nascosto da ufficiale. Cominciò l'afflusso di gente dai ranchos di Caracas che chiedeva la liberazione di Chávez verso Fuerte Tiuna che fu circondato da oltre 600.000 persone. La stessa notte Chávez venne trasferito da Fuerte Tiuna a Turiamo, una base navale nel Nord-Est della Costa dello Stato di Aragua e da lì fu poi trasferito all'isola La Orcila, sede di una base logistica della Marina Militare.

Il 12 aprile fu data la notizia del ritiro di Chávez e subito dopo Carmona Estanga si autoproclamò Presidente del Venezuela. Il Parlamento in carica fu sciolto, furono destituiti tutti gli altri poteri, fu dichiarato l'abbandono dell'OPEP da parte del Venezuela, fu ripristinata la vecchia costituzione e dal nome ufficiale della nazione venne cancellata la parola "Bolivariana".

Immediatamente gli USA si affrettarono a riconoscere il nuovo governo, seguiti a breve intervallo dalla Spagna, dove il quotidiano El País, legato tramite il gruppo "Prisa" ad alcuni media venezuelani, giustificò il colpo di Stato. I media venezuelani ebbero un ruolo determinante sia nell'organizzazione che nell'esecuzione del golpe e dato che tutti erano convinti della sua definitiva riuscita, si sbilanciarono in interviste, trasmesse su tutte le reti, dove parlavano del lavoro organizzativo dei militari e civili artefici dell'evento.

Il ritorno di Chávez al potere

Il 12 aprile a Caracas cominciarono seri disordini con saccheggi di negozi (soprattutto di quelli considerati appartenenti a lobbies anti-Chávez). Nei giorni 12 e 13 la polizia uccise più di 200 persone, gli ospedali accolsero centinaia di feriti. La gente, come già accaduto a Caracas, circondò anche la base dei paracadutisti del Gen. Baduel a Maracay chiedendo a gran voce il ritorno di Chávez. Lo stesso avvenne in molte altre località; si calcola che in tre giorni più di sei milioni di persone siano scese per le strade a difendere Chávez ed il suo governo. Nella notte del 13 aprile, l'allora vescovo di Caracs Mons. Velasquez, fu inviato all'isola La Orchila, con un jet privato probabilmente di proprietà dei Cisneros, dove avrebbe dovuto convincere Chávez a firmare la rinuncia e partire con lo stesso jet verso una qualsiasi destinazione, forse Cuba. Durante l'incontro arrivarono tre elicotteri per riportare Chávez a Miraflores.

Con il rientro di Chávez gli scontri ed i saccheggi cessarono. Il golpe fallì, dunque, grazie al vastissimo appoggio popolare ed all'esiguità del gruppo dei militari golpisti, formato soprattutto da alti ufficiali, mentre il grosso dell'esercito era rimasto fedele a Chávez ed alla nuova costituzione.

Referendum 2004

Nel 2004 si avviò la raccolta firme per attivare un "Referendum Revocatorio" o "Referendum Ratificatorio" per una destituzione popolare del Presidente in carica (il tutto permesso dalla Costituzione Bolivariana del 1999 voluta dal Presidente Chavez).

L'opposizione presentò 3,4 milioni di firme per sollecitare il referendum, ma il processo di accettazione fu lungo e complicato. L'opposizione accusò il Consiglio Nazionale Elettorale di parzialità e di azioni irregolari del processo d'accettazione.

Il 3 giugno 2004, il Presidente del CNE Francisco Carrasquero comunicò che le firme erano sufficienti per l'attuazione del referendum. Il giorno di voto fu fissato per il 15 agosto 2004, quattro giorni prima che il Presidente compisse i primi 4 anni di mandato.

L'opposizione necessitava di 3,7 milioni di voti, ossia il numero di voti che il Presidente Chavez ottenne nella sua rielezione del 2000. Il voto avvenne tramite macchinette elettroniche, con prima il proprio riconoscimento tramite lettura dell'impronta digitale del cittadino per evitare doppi voti. Questo sistema venne criticato da parte dell'opposizione che riteneva l'uso di tale tecnologia un sistema che non assicurava la segretezza del proprio voto. Il risultato elettorale CNE, escludendo i voti nulli, fu di 59,06% dei voti per il NO, mentre il 40,64% per il SI, confermando il Governo del Presidente Chavez:

Voto

votanti

%

NO

5.619.954

58,91 %

SI

3.872.951

40,60 %

Nulli

47.064

0,49 %

A Caracas, immediatamente dopo la pubblicazione dei risultati, ci furono varie manifestazioni contro il Presidente Chavez. Durante le manifestazioni, dalla parte dell'opposizione venne uccisa una donna a colpi di pistola. Secondo i chavisti, la tattica della destra in occasione del referendum è stata quella di delegittimare le istituzioni venezuelane e i risultati del voto, in modo da far credere che vi fosse una situazione di "caos" e giustificare così un intervento internazionale guidato dagli Stati Uniti, volto a rovesciare i risultati del voto popolare.

Tra gli osservatori internazionali, il più considerato fu il Centro Carter (organizzazione senza fine di lucro fondata nel 1982 dall'ex Presidente degli USA Jimmi Carter). Nonostante le accuse dell'opposizione alla presenza di brogli elettorali, Jimmy Carter definì il voto un "esempio di democrazia" e invitò alla cittadinanza di accettare il voto. Ciò considerato, e vista anche la netta prevalenza dei NO, l'opposizione dopo qualche settimana fece cessare le contestazioni.

Lista Tascon

Durante il periodo delle firme, il Presidente Chavez, in un suo incontro pubblico, disse testuali parole:

"Colui che firmerà contro Chavez, il suo nome sarà registrato per la storia, perché dovrà mettere il suo nome, cognome, la sua firma, numero di carta d'identità e impronta digitale"

Il 20 marzo del 2004, il Ministro della Salute e dello Sviluppo Sociale Roger Capella, ai microfoni della televisione nazionale, fa la seguente dichiarazione:

"Un traditore non deve stare in un posto di fiducia. E questo stato ha una politica di corrispondenza con il Governo che si ritrova, dove non c'è spazio per i traditori. Quanti siano, chi ha firmato è fuori!"

In seguito al deposito delle firme necessarie per attuare il Referendum, l'intera lista dei firmatari venne pubblicata da un deputato, tale Luis Tascon, attraverso il suo sito internet. L'invito del deputato Tascon e dello stesso Presidente Chavez (attraverso il suo programma "Alò Presidente") fu diretto a tutti i cittadini, consigliando loro di scaricare la lista e verificare direttamente da casa se il proprio numero di carta d'identità era presente senza aver firmato. Una sorta di autocontrollo popolare di verifica dei brogli.

L'opposizione afferma che alcune delle persone che firmarono per il referendum, si ritrovarono senza lavoro, licenziati, che abbiano subito interferenze nelle proprie azioni economiche e addirittura maltrattati per via della lista pubblicata dal deputato. Sia l'opposizione che vari organismi sui diritti umani ritenuti imparziali hanno avviato azioni legali contro queste situazioni.

Le medesime accuse da parte dell'opposizione furono rigirate contro dalla parte politica legata al Presidente Chavez, che accusava le imprese private di licenziare coloro che non fossero all'interno della lista.

Nell'aprile del 2005, il Presidente Chavez mandò a "sotterrare" l'uso della lista, con questa dichiarazione:

"Sotterrate la lista di Luis Tascon! Sicuramente ha compiuto una pagina importante in un momento determinante, ma è ormai passato".

2006: l'anno della rielezione

Dopo le vittorie dei chavisti nelle elezioni per i governatori degli Stati (ottobre 2004), nelle amministrative del 2005 e nelle elezioni per l'Assemblea Nazionale (sempre nel 2005), Chavez compie a maggio 2006 una serie di visite ufficiali in Europa, Italia compresa, incontrando Papa Benedetto XVI e il neoeletto presidente della Camera Fausto Bertinotti. Il 20 settembre del 2006, intervenendo all'Assemblea delle Nazioni Unite, definisce il presidente statunitense Bush «il diavolo in persona» (tanto da farsi il segno della croce all'arrivo del presidente USA).

Il 3 dicembre 2006 si svolgono le elezioni presidenziali, considerate da Chavez alla vigilia come un avvenimento cruciale per la storia del Venezuela, in quanto in gioco c'è il futuro stesso della Rivoluzione bolivariana da lui portata avanti da quando è presidente. La campagna elettorale è stata caratterizzata da una forte polarizzazione sociale e politica, culminata, a pochi giorni dal voto, da due enormi manifestazioni, l'una di sostegno al candidato unico delle opposizioni, Manuel Rosales, governatore del ricco Stato petrolifero di Zulia, l'altra, più partecipata, organizzata dal movimento bolivariano, in appoggio di Chavez: in entrambi i casi centinaia di migliaia di persone hanno invaso le vie di Caracas. I risultati elettorali vedono la rielezione di Chavez, che cresce al 62,87% (con 7.274.331 voti), come Presidente della Repubblica, mentre Rosales si ferma al 36,88% (4.266.974 voti). Chavez risulta essere il più votato presidente dal 1958, in una tornata elettorale che ha visto un netto calo dell'astensionismo (meno del 25%) rispetto ai voti precedenti. È la prima campagna elettorale nella quale Hugo Chávez si presenta con un programma apertamente socialista, che denomina Socialismo del XXI secolo. È la seconda volta nella storia che un candidato e un partito apertamente socialisti trionfano in elezioni libere e certificate da molteplici centri di osservazione internazionali, tra i quali l'Unione Europea. La prima volta era toccato a Salvador Allende in Cile, il 4 settembre 1970. L'opposizione ha ammesso la sconfitta, auspicando dialogo con il rieletto Presidente. Nei discorsi successivi alla vittoria, Chávez ha affermato che con le elezioni si è aperta una nuova fase della Rivoluzione bolivariana, che consiste nella costruzione di "un socialismo costruito dal basso, dall'interno". Lo scontro con i riformisti del movimento bolivariano, che vogliono un passaggio lento e graduale verso il socialismo, appare aperto: secondo Chavez la forza e l'organizzazione delle masse impongono un'accelerazione del processo rivoluzionario. Chavez ha poi dichiarato guerra alla burocrazia statale e dei partiti, che a suo dire hanno portato avanti negli anni una vera "contro-rivoluzione", col sabotaggio delle decisioni governative. Ferma appare poi la sua volontà di sconfiggere la corruzione dilagante nell'apparato statale. L'8 gennaio 2007, in occasione del giuramento come Presidente del Venezuela, ha annunciato di voler nazionalizzare, attraverso una legge, tutte le industrie privatizzate negli anni '90 dai precedenti governi: tra queste, le aziende nazionali delle telecomunicazioni e dell'energia elettrica. L'obiettivo è stabilire "la proprietà sociale sui settori strategici". A questi annunci, hanno fatto seguito le proteste del Presidente USA Bush e il crollo della Borsa (-18%).

Verso il Partito Socialista Unito

In una dichiarazione successiva alle elezioni, Hugo Chavez ha proposto di unificare i partiti del movimento bolivariano nel Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), che a suo parere dovrà nascere dalla base dei partiti pre-esistenti, a partire dalle squadre e dai battaglioni elettorali, che, espressione dell'organizzazione rivoluzionaria proveniente dal basso, erano stati determinanti per la vittoria della sinistra nel referendum revocatorio del 2004 e nelle elezioni presidenziali del 2006. Il nuovo soggetto politico, dunque, non dovrà risultare dalla semplice aggregazione dei partiti già esistenti, né riproporre lo schema di una burocrazia auto-referenziale e "contro-rivoluzionaria": significativo è che l'appello di Chavez per il nuovo partito si è rivolto direttamente alla base militante del movimento, "scavalcando" così quelle leadership burocratiche contro cui ormai Chavez si scontra apertamente. Il nuovo partito dovrà essere, secondo il presidente, autenticamente democratico, con leader eletti dalla base militante e non più nominati dall'alto.

 Sottofondo: Nachtmusik (Mozart)

 


HUGO CHAVEZ



 

  

 

 


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