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Fonte: Wikipedia
Zine El-Abidine Ben Ali,
arabo: زين
العابدين بن
علي (Hammam Susa, 3 settembre 1936), è
un militare e politico tunisino. È stato il secondo presidente della
Repubblica di Tunisia dal 7 novembre 1987, succedendo a Habib Bourguiba. Il suo
mandato, protrattosi per più tornate, si è concluso dopo 23 anni,
il 14 gennaio 2011, quando un crescendo di proteste popolari, iniziate nel
2010, lo ha indotto a fuggire all'estero.
Biografia
Infanzia
Ben Ali è nato a Hammam
Susa (alla francese Hammam Sousse) il 3 settembre 1936. Mentre era studente
alla Sousse Secondary School si unì alla resistenza contro il dominio
coloniale francese svolgendo funzioni di collegamento con il partito regionale
Neo-Destour: per questo fu temporaneamente espulso dalla scuola e imprigionato.
Al termine della scuola
secondaria, Ben Ali si guadagnò i gradi nella Special Inter-service
School a Saint-Cyr, in Francia, nella Scuola di Artiglieria a Châlons-sur-Marne,
in Francia, nella Senior Intelligence School in Maryland, e nella School for
Anti-Aircraft Field Artillery in Texas. La sua carriera militare professionale
iniziò nel 1964 come ufficiale dello stato maggiore tunisino, ed in
questo periodo fondò il Dipartimento della Sicurezza militare e ne
diresse le operazioni per 10 anni. Brevemente servì come addetto
militare in Marocco e in Spagna prima di essere nominato direttore generale
della Sicurezza nazionale nel 1977. Nel 1980 fu nominato Ambasciatore a
Varsavia, in Polonia, dove rimase quattro anni. Fu poi ministro degli Interni
ad interim, prima di essere nominato ministro dell'Interno nel 28 aprile 1986 e
poi Primo Ministro dal presidente Habib Bourguiba, nell'ottobre 1987 [3].
Elezioni
a Presidente
Ben Ali divenne Presidente
della Tunisia il 7 novembre 1987, dopo aver spinto i medici di Bourguiba a
dichiarare che il presidente fosse inabile ed incapace di adempiere i doveri
della sua carica. In conformità con l'articolo 57 della Costituzione
tunisina, la transizione pacifica si svolse mentre lo Stato era sull'orlo del
collasso economico (un'inflazione al 10%, un debito estero che raggiungeva il
46% del PIL) e a rischio di un attacco militare da parte dell'Algeria, cui si
aggiungeva una campagna di bombardamenti legata al tentativo di rovesciare il
governo, per i quali 76 membri del radicale "Movimento di Tendenza
Islamico" furono condannati nel 1987.
In quello che passò
alla storia come il "colpo di Stato medico", fu agevolato da alcuni
servizi segreti tra cui il SISMI su indicazione di Bettino Craxi..
Nel 1999 Fulvio Martini, ex
capo del servizio segreto militare italiano ha dichiarato ad una commissione
parlamentare che "Nel 1985-1987 abbiamo organizzato una sorta di golpe in
Tunisia, mettendo il presidente Ben Ali, come capo di Stato, in sostituzione di
Burghiba ". Bourguiba, anche se era un simbolo della resistenza
anticoloniale è stato ritenuto non in grado di governare il suo paese e
la sua reazione all' integralismo islamico venne ritenuta "un po' troppo
energica" da Martini. Agendo sotto le direttive di Bettino Craxi, primo
ministro italiano, e Giulio Andreotti, ministro degli Esteri, Martini afferma
di aver mediato l'accordo che ha portano alla transizione pacifica del potere
nelle mani di Zine El-Abidene Ben Ali.
Dittatura
Il nuovo leader proseguì
la politica filo-occidentale del predecessore e sotto
il suo governo la ricchezza del paese crebbe costantemente, insieme a quella
del presidente, della sua famiglia e dei suoi amici. Il suo partito, il
Raggruppamento Costituzionale Democratico (RCD), erede del Partito Socialista
Destouriano, dominò la scena politica nazionale: nel 1999 in occasione
delle prime elezioni presidenziali con due candidati, il partito ottenne il
99,66% dei suffragi. Nel 2002 impose una riforma costituzionale che abolì
ogni limite di durata alla carica presidenziale, permettendo la sua rielezione
nel 2004 con il 94,5% dei consensi.
Nei
suoi 24 anni di governo, Ben Alì si preoccupò di soffocare ogni
opposizione al suo regime, aumentando il controllo sui media e sui partiti
politici rivali e soprattutto rifiutando qualsiasi riforma politica in senso
democratico. Molte sparizioni, omicidi e casi di tortura sono stati segnalati
dalle organizzazioni per i diritti umani.
Fine
del regime
A partire dal dicembre 2010,
una serie di proteste popolari si è allargata in numerose città
della Tunisia. I partecipanti sono scesi in rivolta per manifestare contro
disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita. Le
proteste, iniziate nel dicembre 2010, costituiscono la più drammatica
ondata di disordini sociali e politici in tre decenni e hanno provocato decine
di morti e feriti. Ben Ali si è trovato quasi sorpreso e spiazzato da
quest'insurrezione popolare, in quanto sino a quel momento mai nessuno avrebbe
potuto osare così tanto e in ogni caso avrebbe trovato una repressione
violenta da parte delle forze di polizia. Questa volta l'impresa di eliminare
dalla scena politica Ben Ali appariva possibile. In uno scenario pieno di
scontri continui (alla fine si conteranno più di 100 vittime tra civili
e forze armate), il 14 gennaio 2011 il presidente ha infine abbandonato il
Paese, fuggendo a Jedda in Arabia Saudita.
A partire dal 17 dicembre del
2010 e a gennaio del 2011,una serie di manifestazioni di piazza hanno scosso
varie città al centro-sud della Tunisia, formalmente motivate in una
prima fase dall'impressionante suicidio di Mohamed Bouazizi, un giovane
commerciante ambulante che si era dato fuoco davanti alla sede del
governatorato di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro della propria
merce da parte delle autorità.
In un crescendo di
manifestazioni (in cui era stato fatto non sporadico uso anche di bombe
Molotov), duramente affrontate dalla polizia con l'uso di armi e proiettili
reali, vi furono 25 morti (solo 14 furono annunciati ufficialmente in un primo
momento) durante il solo week-end dell'8 e 9 gennaio. L'effetto della violenza
usata nella repressione amplifica ulteriormente la protesta che si diffonde ad
altre città e si estende a Tunisi.
Il 10 gennaio, avvocati,
sindacalisti, studenti e disoccupati scendono in piazza a manifestare ormai in
quasi ogni città. Spinto dell'aggravarsi della situazione il presidente
Ben Ali, alle ore 16, pronuncia un discorso alla televisione nazionale TV7
durante il quale promette 300.000 posti di lavoro e l'elevazione del livello di
vita. Tuttavia, non mostra alcuna compassione per le vittime degli scontri,
anzi dichiara che le persone negli scontri con le forze dell'ordine sono
incolpabili di atti di terrorismo. I sindacati dichiarano sciopero generale e
la rivolta continua nonostante la repressione sia sempre più dura.
Il 12 gennaio, il primo
ministro, Mohamed Gannouchi (Muhammad Ghannushi) annuncia la destituzione del
ministro dell'interno, Rafiq Belhaj Kacem (Qasim), e la sua sostituzione con
Ahmed Friâa, nel tentativo di riavvicinarsi al popolo designando un colpevole.
Ma la piazza non si convince e la capitale Tunisi diventa il teatro principale
degli scontri e delle proteste mentre la repressione continua con l'uso di
proiettili. Viene chiesto l'intervento delle forze armate per sedare la rivolta
ma il capo di stato maggiore dell'esercito, Rashid Ammar, si rifiuta di sparare
sui manifestanti. Viene destituito ma l'esercito resta neutrale e interviene
solo a protezione e difesa dei punti sensibili (banche, uffici pubblici ecc.)
Le proteste e gli scontri
continuano ormai in tutto il paese e ci sono ancora vittime. Per la prima volta
in 23 anni di potere Ben Alì pronuncia, il 13 gennaio un discorso in
arabo tunisino, nel tentativo estremo di riavvicinarsi al popolo, usando questa
volta un tono completamente diverso: fahimtukum ("vi ho
capito"); condanna l'uso delle armi nella repressione e promette di
arrestare e punire i responsabili; dichiara di avere commesso degli errori
perché mal consigliato e mal informato sullo stato reale del paese; promette
libertà di stampa e di espressione, libertà della rete e
democrazia; comunica inoltre la sua volontà d'indire entro sei mesi
elezioni anticipate e il suo intendimento di non presentarsi alle elezioni
presidenziali del 2014. Tuttavia, nonostante le promesse, ci sarà ancora
spargimento di sangue la sera stessa ad opera delle squadre antisommossa; il
giorno dopo ancora un morto e vari feriti a Thala e un morto a Tunisi.
Il 14 gennaio, dalle 9 del
mattino, la gente comincia a radunarsi in Piazza Mohamed Alì; sono
cittadini di ogni estrazione sociale e culturale e avanzano a migliaia verso il
palazzo del ministero dell'interno che viene considerato il simbolo della
repressione poliziesca. Sono 60 mila i manifestanti, sull'avenue Habib
Bourguiba (la principale strada al centro di Tunisi) a gridare slogan contro il
presidente che non è credibile.
Alle ore 18,30, il Primo
ministro Mohamed Ghannouchi dopo aver decretato lo stato di emergenza, andò
in onda sulla televisione di Stato, rivelando che il Presidente Ben Ali non
aveva più alcun potere effettivo e assumendo la guida del paese con un
direttorio formato da 6 persone. Dopo 18 ore il Consiglio costituzionale,
dichiarando decaduto Ben Ali, affidava la presidenza a Fouad Mebazaâ,
Presidente della Camera, quale Presidente supplente, secondo le previsioni
della Costituzione tunisina.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, Ben Ali ha abbandonato il paese, arrivando
in Arabia Saudita, dopo essersi visto opporre un rifiuto di protezione da Malta
e Francia, e l'avvertenza da parte dell'Italia che non gli sarebbe stato
permesso di atterrare.
In attesa di elezioni generali
da svolgersi nell'estate 2011 (e non entro due mesi come inizialmente previsto)
è stato varato un governo di unità nazionale presieduto da
Mohamed Ghannouchi e in cui sono stati chiamati a far parte anche esponenti
dell'opposizione parlamentare ed extraparlamentare
Neutrale in una prima fase,
l'esercito ha comunque avuto un ruolo decisivo nella caduta del regime. Il
generale Rashid Anmar capo di stato maggiore delle forze armate terrestri
rifiutandosi di far sparare sui manifestanti, avrebbe consigliato a Ben Ali di
dimettersi. Nonostante la destituzione di Rashid Anmar dal suo incarico, le
truppe hanno continuato a fraternizzare con i manifestanti mentre gli scontri
con la polizia, fedele al governo, restavano duri. Venerdì 14, mentre i
manifestanti si ammassavano sull'Avenue Bourguiba, una delegazione di ufficiali
avrebbe raggiunto Ben Ali per comunicargli il rifiuto dell'arma di essere lo
strumento della repressione. Nel frattempo anche la diplomazia statunitense
avrebbe fatto sapere a Ben Ali che doveva lasciare il potere. Successivamente,
dopo la dichiarazione di stato d'emergenza, l'esercito ha assunto il ruolo
attivo di garante dell'ordine pubblico non solo proteggendo i punti sensibili
ma intraprendendo una vera caccia alle milizie presidenziali.
Immediatamente prima della sua
partenza, Ben Ali ha ordinato al capo della sicurezza presidenziale, generale
Ali Sériati, di attuare la cosiddetta politica della terra bruciata; già
la sera del 14 gennaio sono cominciati i primi attacchi armati.Le milizie di
Ben Ali molto ben armate, hanno cominciato la guerriglia contro
l’esercito e le proprietà, private e pubbliche[20]
nel tentativo di seminare panico e terrore nella popolazione e quindi preparare
il terreno per un colpo controrivoluzionario che consentisse il ritorno del
dittatore.
Sottofondo: Requiem lacrimosa (Mozart)
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